Cancello di Natale

L’anno della mia nascita, i miei genitori piantarono un abete in quella parte di terreno dietro casa chiamato “orto” (la parte di terreno davanti casa era il “giardino”). L’alberello fu regalato loro da un amico che aveva un vivaio, probabilmente come augurio per il nuovo nato. Nei miei primi ricordi natalizi, quell’abete veniva sradicato dal terreno e trapiantato in un vaso, a sua volta portato in casa per consentire l’addobbo dell’albero. I miei, “aiutati” da me (e, più tardi, da mio fratello), attaccavano ai rami tutto ciò che poteva venire appeso. Si iniziava con le classiche palle colorate, fragilissime, per finire con oggetti vari, compresi un modellino di elicottero, presine da cucina a motivi floreali, i tradizionali biscotti di Natale a forma di pupazzo… abbiamo evitato (credo) giusto le saracche e le fette di salame. Rivestito di festoni dorati, argentati o rossi, illuminato da lucine intermittenti, completato della classica “punta”, l’abete incarnava, per noi bimbi, lo spirito del Natale. Nonostante fosse posto in un pianerottolo non freddo e umido, emanava calore. Era bello spegnere i prosaici lampadari (in quei primi anni la tv non c’era a casa nostra) e guardare le lucine alternarsi e creare riflessi colorati fra sugli addobbi. Dopo l’Epifania, luci, palle e festoni venivano tolti e collocati ordinatamente nelle scatole che li avrebbero conservati per i successivi dodici mesi e l’abete veniva di nuovo piantato nell’orto. Gli anni passavano, io crescevo (insomma…) e l’albero pure. I vasi in cui veniva trapiantato per l’addobbo natalizio diventavano sempre più grossi, finché fu chiaro che non era possibile portarlo in casa. Nessun problema: venne recuperato un nuovo piccolo abete, che trovò dimora nel giardino davanti casa e che, ogni anno, dal giardino veniva espiantato per essere sistemato in un vaso, addobbato e poi, al termine delle feste rimesso al suo posto. Il secondo albero mi accompagnò lungo l’adolescenza. Le decorazioni erano più o meno le stesse, a parte un po’ di palle e punte di vetro rotte negli anni, il rito dell’addobbo manteneva quasi intatto il suo fascino. La televisione era entrata in casa nostra, ma solo marginalmente: telegiornale, film o varietà, tribune politiche, poco altro. Potevamo ancora privarci dell’ipnotico elettrodomestico, spegnere le luci di casa e goderci quelle dell’albero nel pianerottolo davanti ad una porta-finestra, dalla quale poteva capitare di ammirare una suggestiva nevicata (allora non guidavo e la neve era sempre e solo gioia).

Era solo questione di tempo: durante i miei anni liceali, anche questo secondo abete divenne troppo grande per essere invasato e portato in casa. Non avevamo più posto per piantarne un altro, così si decise di acquistare quelle palle di plastica colorate contenenti lampadine e di addobbare l’albero in giardino. La decorazione natalizia diventò decisamente più rustica: dall’ikebana della disposizione di palline e ninnoli si passò ad attrezzi da boscaiolo, pali uncinati per portare in cima all’albero le luci, scale per sistemarle. Per qualche anno l’attività fu appannaggio del babbo, con noi ad assisterlo e a sghignazzare alle sue imprecazioni non proprio natalizie. Poi la consegna passò a mio fratello, più abile di me nelle faccende manuali. L’anno in cui lui fece il servizio militare toccò a me l’illuminazione dell’abete. L’albero era ormai alto cinque o sei metri, per arrivare alla cima ci voleva la scala. Era nevicato da poco, in terra c’erano una ventina di centimetri di neve. Titubante e preoccupato, mi arrampicai sulla scala, appoggiata alla folta chioma dell’abete, con in mano il palo uncinato recante la fila di palle. Sulla porta di casa i miei genitori e S., la mia ragazza di allora. A causa di una manovra maldestra, persi l’equilibrio, la scala mi sfuggì da sotto i piedi ed io istintivamente abbracciai l’albero. O meglio, abbracciai le sue aghiformi foglie, che rallentarono sì la caduta (terminata, oltretutto, sulla soffice neve) ma mi lasciarono segni come se avessi litigato con un gatto imbufalito. Lungi dal preoccuparsi, i miei e S. si sbellicavano dalle risa, mentre io smadonnavo come un carrettiere.
L’effetto delle luci con la neve intorno, però, era delizioso.

Gli abeti hanno la seccante caratteristica di avere radici che si espandono in larghezza più che in profondità, cosa che indebolisce la loro resistenza alle intemperie, se non sono insieme ai loro simili. Avere a poca distanza dalla casa un abete alto ormai otto metri, con la possibilità di una rovinosa caduta, non era molto rassicurante, quindi si decise, con il mio solo, inascoltato, voto contrario, di abbatterlo. Lo fecero un giorno che ero a (far finta di) seguire lezioni universitarie e quando tornai trovai solo il ceppo, ancora interrato, e rami accatastati. Una scena tanto triste che passarono mesi prima che potessi domandarmi -e domandare ai miei famigliari-: e Natale cosa facciamo? La mamma propose di compare uno di quegli alberelli finti, che dopo le feste si possono ripiegare e sistemare in poco spazio, ma l’idea non piacque a nessuno. Diamine, viviamo in mezzo ai campi, dobbiamo addobbare un pezzo di plastica come un qualsiasi milanese? Il creativo di famiglia è sempre stato mio padre, fino a tarda età trovava soluzioni a tutti i piccoli problemi quotidiani. Qualche anno fa avevo un paio di sandali marroni con le cuciture rosso rame. Un giorno, una di queste cuciture si strappò, rendendo le calzature inutilizzabili. Pensavo di buttarle e acquistarne di nuove, ma il babbo decise di risolvere lui stesso la questione, cucendole. Gli feci notare che la cucitura con il filo bianco (l’unico che avevamo in casa per quel tipo di lavoro) strideva con le altre, rossastre. Lui non disse nulla, ma poche ore dopo mi portò i sandali riparati con filo rosso rame. Sgranai gli occhi, sorpreso: dove l’aveva trovato? Guardando meglio, scoprii che non era filo color rame, era proprio filo di rame, ricavato da un cavo elettrico. Insomma, capito il tipo di creatività del babbo?

L’anno dell’abbattimento dell’abete in giardino, la soluzione proposta da mio padre fu di illuminare… la cancellata che separa la casa dalla strada. Sopra il cancelletto costruì un arco, con una sbarra di ferro piegata, rivestita di gomma. In questo modo fu possibile illuminare il cancello da un estremo all’altro. Nacque così il cancello di Natale. Quando veniva il tempo, mio padre, mio fratello ed io uscivamo con luci e attrezzi vari, legavamo le lampadine alla cancellata e collegavamo i fili elettrici ad una presa appositamente predisposta.

Non molto dopo, all’abete piantato l’anno della mia nascita, che era diventato alto e largo, creando un piccolo, ombreggiato ecosistema nell’orto in cui era collocato, toccò la stessa sorte dell’abete nel giardino. Quella volta ero a casa, e infilai la testa sotto un cuscino per non sentire la motosega brandita da mio fratello fare a pezzi l’albero.
Era primavera. L’inverno successivo, a febbraio, mia madre morì.

La tradizione del cancello di Natale continuò, un po’ più malinconicamente. Con gli anni, mio padre, anziano, aveva poca voglia di stare al freddo a far passare le luci fra le sbarre, mio fratello ed io preferivamo bighellonare. Ma non molto più tardi del 16 dicembre il cancello era illuminato. A quei tempi uscivo con E., che mi regalò un alberello in fibra ottica, molto suggestivo. Ma le lampadine colorate fra le sbarre imbiancate di neve avevano il fascino della cosa vera.
Nel 2008 mio padre, con la mia collaborazione, mise per l’ultima volta le luci sul cancello. Due mesi dopo raggiunse mia madre.

Nel 2010, con il cuore ancora dolorosamente gonfio di ricordi, mio fratello ed io ci occupammo del cancello. Lo scorso anno non fummo così solerti. Una sera di dicembre, rincasando dal lavoro, stanco e demotivato, fui preso da una disperata tristezza guardando casa nostra così buia, mentre il vicinato splendeva di luci lampeggianti rosse, blu, bianche, gialle, in foggia di stella, di abete, di onda marina. Ad accentuare la malinconia c’era l’alberello di forsizia, che il babbo aveva piantato al posto dell’abete, spoglio e grigio. Il giorno dopo passai per un centro commerciale e acquistai alcuni metri di luci led colorate, con un dispositivo per giochi di luce. Il sabato successivo, precettato mio fratello, illuminammo la cancellata e l’alberello. Tornare la sera e vedere quelle luci mi diede un po’ di speranza, alleviò un principio di tristezza cronica che si stava insinuando in me.

Quest’anno ho deciso di combattere questa sorta di inaridimento progressivo giocando d’anticipo: approfittando del ponte dell’Immacolata, abbiamo provveduto. Ora chi passa di qui può vedere splendere le luci sull’arco sopra il cancelletto d’ingresso e fra i rami della forsizia.

Un cancello illuminato contro la tristezza e l’aridità? Perché no?

 

 

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En attendant…

…ovviamente NON Godot che, tanto, non arriva (e che s’impicchino i suoi Vladimiro ed Estragone ;) )

Aspetto di scrivere il post che ho in mente. Aspetto che arrivi il Natale. Aspetto soprattutto che arrivi lo spirito del Natale, uno spirito che, per me, si manifesta nelle maniere più disparate e non convenzionali. Ogni volta temo che non riuscirò più a sentirlo, ogni volta mi si presenta in modi inaspettati. Quest’anno un’amica gli ha dato un passaggio (tu sai chi sei, vero?). Lo spirito è sbarcato in quest’angolo sperduto di val padana, un po’ sottosopra per la guida della suddetta amica (ehm…) ma intatto.

Per dargli il benvenuto vorrei scrivere una storia che non ho mai raccontato su un blog. Non lo faccio oggi, sono un po’ stanco e devo finire di preparare materiale per un concerto di Natale. Nel pomeriggio ho provato con i Wood Pickers, la mia nuova band composta da ragazzi di oggi, di ieri, dell’altro ieri e della scorsa settimana (oh, non ho “divorziato” da Martina, il nostro sodalizio musicale durerà più di molti matrimoni), ho cenato con mezza mozzarella, due melanzane grigliate condite con olio, sale, pepe e peperoncino forte di Cayenna, un würstel, una banana ed un quadratino di cioccolato al latte con nocciole, ho lavato i piatti… ed eccomi qui, a non scrivere il post di cui sopra.

Mmm… che dite, sono stato abbastanza beckettiano?

Mentre mi dedico ad arrangiare il tradizionale bergamasco “San Giusep e la Madona” vi lascio i link ad alcuni miei vecchi post natalizi, se volete leggerli. Temo di non reggere il confronto con il me stesso di qualche anno fa, ma pazienza.

Sullo spirito del Natale (purtroppo non riesco a recuperare il brano musicale di cui scrivo)
http://minimazione.wordpress.com/2006/12/19/lo-spirito-del-natale/

Una curiosa metamorfosi natalizia
http://minimazione.wordpress.com/2007/12/18/avvento/

Un racconto per l’Epifania (Dickens meets Bukowski, ed entrambi se ne vanno al pub, schifati per la mia prosa…)
http://minimazione.wordpress.com/2009/01/06/passeggiata-notturna/

Fra Isaia, i vangeli apocrifi e la bassa bergamasca
http://minimazione.wordpress.com/2010/11/28/avvento-2/
(il brano musicale lo trovate qui)

Alla prossima!

(e grazie a te, sempre quella :) )

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Ciao, gente!

A quanto pare, i blog basati su WordPress hanno un post d’esempio dall’originale titolo “Hello World”. Chi negli ultimi vent’anni ha sfogliato un manuale di programmazione probabilmente si sarà imbattuto nel primo esempio di output su stampante o video, mettendo in pratica il quale l’aspirante sviluppatore si convinceva che scrivere programmi fosse facile come far uscire su una periferica il testo “Hello World”. C’è gente che si è cimentata con una varietà di linguaggi: Basic, C, Fortran, Java, Pascal, Cobol… e ha imparato, in ciascun linguaggio, a convincere un dannato computer a scrivere “Hello World”. E  basta. Diciamo che come programmatore non sono molto meglio. Ma non è di questo che volevo scrivere.

Di cosa volevo scrivere? Mah… intanto, fedele alla massima “parla come mangi”, ho sostituito al post di esempio (“Hello, World”) questo, con un titolo più nostrano. E meno pretenzioso: non sto annunciando la nascita di questo blog (o meglio, la rinascita di un altro blog) al mondo intero. Mi limito a dirlo a chi passa di qui, agli amici, a chi mi conosce da tempo, a chi passa di qui per la prima volta.

Qualcuno mi aveva detto, pochi giorni fa, al mio annuncio di aver iniziato a migrare il blog da Splinder a qui, che temeva di dover aspettare il compleanno di Ghandi per vedere un nuovo post. Avrei aspettato il compleanno di Gesù, ma la probabilità che questo cada realmente il 25 dicembre è circa una su trecentosessantacinque e non volevo essere così vago. Così eccomi qui, a scrivere a ruota libera, fino all’ora di ritirarsi sotto le coperte (qui fa un freddo becco) con un libro che mi traghetti nel regno di Morfeo.
Tranquilli, sono le dieci di sera e non resisterò molto ;-)

Negli ultimi (parecchi) mesi non ho scritto molto, e quel poco non è particolarmente degno di nota. Leggendo a caso i vecchi post mi sono quasi meravigliato di aver scritto io certe cose. Mi pare di essere diventato sempre meno creativo con il tempo. Chissà se è una cosa fisiologica, magari ciclica, se è invece frutto di cambiamenti personali o ambientali, se è dovuto a mancanza di stimoli adeguati. Non lo so e non  ho voglia di indagare. Ecco, in quel “non ho voglia” è contenuta parte della spiegazione di questo calo di produttività  (o meglio, di qualità del prodotto). Ma perché “non ho voglia”? Di certo, negli ultimi anni il lavoro si è impadronito del mio tempo e, soprattutto, delle mie energie mentali. Per mantenermi vivo (ché il lavoro -almeno, il mio- non è vita) ho fatto altro, e questo “altro” non è più tanto scrivere su un blog quanto leggere libri, suonare, organizzare gruppi musicali… insomma, seguire le mie passioni. Anche la scrittura è una mia passione, ma il tempo a disposizione è poco, e la scrittura ne ha fatto le spese.

Ok, chiudo questo post d’esordio, salutando con affetto gli amici che mi hanno comunque sostenuto o semplicemente pensato anche quando non trovavano nulla di nuovo aprendo il vecchio blog.
Questo post è soprattutto per voi.

Lascio a chi legge anche un video musicale. Non ha legami con il post, è una canzone che ogni tanto mi gira per la mente e fa fatica a trovare la strada per uscire. E’ una vecchia canzone di Giorgio Gaber, magistralmente rimaneggiata dagli irresistibili Oblivion: “Torpedo blu”

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Mandela Day

Questo blog sta diventando una sorta di calendario. Quindi, in un certo senso, sta tornando alle origini di web-log, diario di bordo scritto sul web.
La verità, però, è sempre la solita: non ho voglia di impegnarmi a scrivere qualcosa di sufficientemente originale, per cui… vada per il calendario!

Alla radio ho sentito per caso che oggi è il novantatreesimo compleanno di Nelson Mandela,  giornata che da un paio di anni l'ONU ha proclamato "Mandela Day". Un onore meritato, per un uomo che ha impegnato tutta la sua vita per liberare la sua gente da una delle più esplicitamente infami porcate che il civile, figlio dell'umanesimo, del rinascimento, dell'illuminismo e della rivoluzione industriale, popolo dell'Occidente ha perpetrato ai danni dell'Africa. Ho precisato "esplicitamente" perché di porcate occidentali l'Africa ne ha subito e ne subisce tuttora in modi più subdoli, tanto che a volte sembrano opere di bene.

Comunque, a Nelson Mandela e alla sua lotta contro l'apartheid (ovvero, l'arte di arricchirsi rubando le risorse di un popolo, segregando il popolo stesso come fosse una mandria, un gregge; insomma, il danno e la beffa) faccio anch'io gli auguri dedicandogli una bellissima canzone interpretata da Miriam Makeba, la grande cantante sudafricana.
Stando alle parole di Miriam nella presentazione del brano (registrato in Svezia a metà anni '60), si tratta di una canzone popolare che si sentiva nelle township sudafricane, ovvero i quartieri periferici in cui venivano confinate le persone di colore (quale colore? ma quello giusto, visto dove ci si trovava). L'interpretazione risente della cultura musicale della Makeba, che deve molto al jazz americano, solo la lingua ci fa capire (e immaginare) l'ambiente originario della canzone.

"Khawuleza", come racconta la stessa Miriam nell'introduzione, era il grido di allarme che lanciavano i bambini delle township quando la polizia faceva le sue incursioni, per far sentire ancora una volta il peso della cultura (cultura!) bianca. I bimbi gridavano "Corri, mamma, per favore, per favore non lasciare che ti prendano!".

Purtroppo chi ha caricato il video su YouTube non consente l'embedding, posso solo riportare il link: http://youtu.be/V74f9eIi9c0, Ma non siate pigri, andate ad ascoltare la canzone, una canzone che mi ha commosso già dalla presentazione.

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Independence Day

Sì, oggi è il 4 luglio. Sì, negli USA è la festa dell'indipendenza. E no. Non intendo commemorarla.
D'altra parte, non lo fa neppure la canzone di Bruce Springsteen, born in the USA (ma di origine italiana da parte di madre), di cui pubblico il video. Ed io non ho intenzione neppure di scrivere di Springsteen. "Independence Day", il discorso che fa (o pensa soltanto di fare) il figlio, in procinto di lasciare la casa paterna, al genitore con cui non ha mai avuto un dialogo non è la mia canzone del Boss preferita.

Però sì, voglio ricordare qualcuno. E sì, la canzone c'entra.

Solo oggi sono venuto a sapere che è morto Clarence Clemons, lo storico sassofonista della E-Street Band di Springsteen. E' lui che voglio ricordare, non con parole o appunti biografici, che si trovano a camionate in rete, ma con un brano in cui c'è uno dei suoi più espressivi a solo di sassofono. Il video che pubblico riprende un concerto del 1978, in cui il brano, uscito nel 1980 sul disco "The river", viene presentato come "new song". Mi piace la spontaneità sul palco, che contrasta con l'eccessiva teatralità dei concerti negli anni successivi, la passione interpretativa del brano, sia nel canto che nel solo.

Credo che sia un buon modo di dire addio a Clarence "Big Man" Clemons. La qualità del video non è da MTV, ma l'anima se ne sbatte di queste cose.

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Buon compleanno Bob

(tempo fa avevo pensato di scrivere un post in memoria di Bob Marley ma non ce l'ho fatta, lo farò per un altro Bob, decisamente più significativo per la mia educazione, musicale e non)

A dire il vero, non scriverò quasi nulla. Lascio parlare la sua musica. Il problema è scegliere la canzone: la più nota? la più pregnante (?) di significato? la più bella (???)?
Mah… facciamo una di quelle che mi hanno emozionato di più, sul disco e ascoltandola dal vivo, a metà anni '80, durante il suo concerto all'Arena Civica di Milano, insieme a Tom Petty ed i suoi Heartbreakers (il concerto venne aperto da Roger McGuinn, che eseguì una travolgente versione di "Mr. Tambourine Man" insieme agli Heartbreakers… pareva di sentire i Byrds!).
Ecco qui I'll remember you (al link il testo):
La chitarra di Mike Campbell in questo live per anni è stata il riferimento del mio sound elettrico e Dylan canta veramente bene (per i suoi standard, ovviamente). Emozione pura, parole e musica.

BUON COMPLEANNO, BOB!


 

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Articolo Uno

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

25 aprile, anniversario della Liberazione. Una ricorrenza che, da un po' di anni, sento sempre meno come commemorativa e sempre più come incoraggiamento a proseguire quella Resistenza da cui la Liberazione (al netto degli interventi alleati, per carità) ha avuto origine.

Resistenza ancora, sì, perché le forze, mai veramente sopite, che negli anni '20 del secolo scorso portarono al fascismo, e alle tragedie da esso scaturite, sono ancora e più che mai alacremente al lavoro. Queste forze, e non ci vuole Marx per capirlo, sono le solite (antiche e sempre nuove, per citare Agostino -citazione decisamente blasfema) élites economiche convinte, come sempre, che un'istituzione democratica attenta a tutelare la parte più debole della popolazione sia di ostacolo ai loro comodi, ovvero ai loro utili.
Il modo migliore per togliersi questo impaccio è quello di dirigere, in maniera più o meno occulta, chi detiene il potere politico in modo da ottenere modifiche alle istituzioni fastidiose in modo da renderle innocue.

Fin qui, espressa in stile "da bar", la teoria. Ora la pratica: la Repubblica Italiana, nata da quella Resistenza il cui trionfo (purtroppo, a quanto pare, temporaneo) oggi festeggiamo, ha giusto quel tipo di Costituzione che infastidisce chi vede nell'utile il solo motore dell'economia: lo stato sociale richiede finanziamenti tramite imposte, la libertà di impresa, garantita, per l'amor dei cielo!, "non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41)"… insomma, tutta una serie di scocciature per chi vuole ottimizzare i profitti.
Il tentativo, sempre perseguito, di attenuare gli effetti della Costituzione, tramite leggi opportune, sta degenerando sotto gli occhi di tutti (e fra un'indifferenza sconcertante) in quello di minare la Costituzione stessa in modo da semplificare le cose.
Come già accadde ai tempi dei primi governi Mussolini, il Parlamento sembra diventato strumento di approvazione dei decreti del Governo, di avallo di leggi palesemente scritte per tutelare gli interessi del Presidente del Consiglio (nonché di norme utili ai signori dell'economia).
Alle obiezioni si risponde che il Parlamento è l'espressione della volontà popolare (una volontà sempre più plasmata da quel potente mezzo di condizionamento che è la televisione), e quando la magistratura interferisce ecco che si cerca di imbavagliarla, alla faccia dell'indipendenza dei poteri in uno stato di diritto.
L'ultima uscita di quella banda di allegroni che cerca di smantellare i principi costituzionali è quello di modificare l'articolo 1, precisando in quel contesto la preminenza del Parlamento.
Per questo ho riportato ad inizio post il testo (originale, e spero rimanga tale a lungo) dell'articolo.
In esso è contenuto tutto quello che serve per stabilire le giuste relazioni fra il popolo sovrano ed i poteri dello Stato: "La sovranità appartiene al popolo", il principio di democrazia, "che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", e qui si vede che i Padri Costituenti hanno compreso l'effetto della demagogia nelle mani di un abile comunicatore. Intorno a questo principio è stata costruita la Legge Fondamentale dello Stato, in modo che ci siano sistemi di auto-regolazione ad impedire l'abuso delle "piazze" da parte di politici desiderosi di scavalcare le norme rivolgendosi direttamente alle masse, opportunamente plagiate, in nome di una presunta "democrazia".

In conclusione: la Resistenza continua. Occorre salvaguardare la Costituzione e di esigendone il rispetto da parte di chi già dovrebbe tributarglielo. Per ora, con gli strumenti della democrazia (quella vera, non la versione lobotomizzata che si sta cercando di venderci).

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