My favorite (electric) guitars

When the dog bites
When the bee stings
When I’m feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don’t feel so bad
(Oscasr Hammerstein II, Richard Rodgers)

Tele_and_Tele

Sono un chitarrista.

Sono un chitarrista?

Ma sì, mi concedo questa narcisistica qualifica: sono un chitarrista. Se mi date in mano una chitarra sono in grado di tirarci fuori una melodia, l’armonizzazione di quella melodia, l’accompagnamento di altri strumenti o della voce. Una canzone popolare, una ballata inglese, uno strumentale country, un blues. Un reggae, un rock’n’roll, un valzer o un tango. Una giga o un’alessandrina. Un frammento di musica classica. Un’improvvisazione.

Chi mi conosce, chi ha letto vecchi post in cui racconto di qualche mio concerto, sa che il mio strumento d’elezione è la chitarra acustica, uno strumento che mi consente di esprimere in musica sentimenti, emozioni, pensieri difficili da rendere con le parole oppure parole che la musica aiuta a proferire meglio. Per la chitarra acustica ho una vera passione, oserei dire un amore: mi piace suonarla, ascoltarla. Guardarla, sfiorarne le corde, a volte persino annusarla (ci sono legni il cui aroma persiste negli anni). In oltre trent’anni di questa passione ho avuto parecchie di queste chitarre, alcune di un certo pregio. Le più belle che mi sono passate per le mani sono le due che ho adesso, la Santa Cruz Tony Rice Signature e la Bourgeois Vintage D. Hanno un suono che non mi stanco mai di ascoltare e rispondono con tutta la loro anima al tocco delle mie dita o del mio plettro. Mmm… sembrano le parole di un innamorato…

Nella mia storia musicale, però, c’è stato e c’è tuttora posto anche per le chitarre elettriche, strumenti concettualmente analoghi eppure così diversi dalle sorelle acustiche. Anche per le chitarre elettriche ho maturato una passione per un modello particolare (direi che la foto a inizio post lascia pochi dubbi su quale sia questo modello).

Sono stato esposto alla musica da che sono nato. Fino ai dieci-undici anni non mi curavo particolarmente di come venivano prodotti i suoni, di quali strumenti venissero usati. Ero più concentrato sulle melodie, sia che venissero cantate (ho sicuramente avuto un imprinting che mi ha indotto la passione per le armonie vocali) che solo suonate. Con l’inizio delle scuole medie, ebbi la possibilità di avere uno strumento musicale: il diabolico flauto dolce di plastica che ci diedero in dotazione. Per me, la possibilità di eseguire personalmente una melodia e non solo di ascoltarla fu una grande emozione. Lo strumento successivo su cui misi le mani fu l’organo Bontempi da bambini di mia cugina Antonella. Quando andavamo a trovare gli zii, mi piazzavo alla tastiera e non la mollavo fino all’ora di andare a casa! A quel punto, iniziai a far caso agli strumenti che eseguivano le musiche che ascoltavo. Non amavo la chitarra elettrica che sentivo nei brani rock alla radio, quel suono miagolante delle chitarre distorte anni ’70. Non amavo nemmeno il rock, a dire il vero. Quando l’insegnante di educazione musicale ci chiese di disegnare il nostro strumento preferito, molti disegnarono una chitarra elettrica, altri una batteria. Una un flauto traverso (diceva di essere lontana pronipote di Vincenzo Bellini). Ed io cercai di raffigurare un organo, disegnando la consolle ed il sistema di canne. Ero riuscito a farmi comprare dai miei genitori un’audiocassetta con alcune composizioni di J.S. Bach per organo e mi affascinavano le infinite possibilità timbriche di quello strumento, la potenza dei bassi che fanno tremare il pavimento, le armonie ricche che si possono realizzare con poche note con i registri adeguati. Allora non saputo descrivere i dettagli di quel suono. Sapevo solo che mi incantava. Avessi potuto, mi sarei dedicato allo studio di uno strumento a tastiera. Ma non potei.
La chitarra venne più tardi, avevo già iniziato il liceo. Ne ottenni una, classica, in prestito da un amico che aveva avuto la fortuna (così mi parve allora) di studiare pianoforte. Qualche dispensa trovata in edicola, l’approfondimento dei concetti base di armonia studiati a scuola, l’ascolto per comprendere il ritmo, e mi uscirono i primi accordi, i primi accompagnamenti. Da lì fu una lenta ma continua evoluzione. Con un premio ricevuto per i miei risultati in matematica acquistai la mia prima chitarra acustica. Iniziai a interessarmi di qualche cantautore italiane (De Gregori, Bennato), poi degli americani, in particolare Dylan e Neil Young, autori che avevano chitarre acustiche in evidenza. Ad un certo punto, senza che io mettessi da parte musica classica e cantautori, arrivò il rock, grazie a quegli eventi che attendevo pazientemente ogni giorno prima della vacanze di Natale: i concerti del liceo che frequentavo. Ai tempi, si parla dei primi anni ’80, a Voghera c’era un buon numero di ottimi giovani musicisti, orientati soprattutto verso il rock blues, e all’annuale concerto del liceo questi ragazzi, costituiti  in band più o meno estemporanee, c’erano tutti. Iniziai quindi a far caso ai chitarristi elettrici, al tipo di sonorità che ottenevano, a quei brani energici ma tutto sommato melodici che eseguivano. Era di moda il blues elettrico ma non troppo di Eric Clapton e andai a cercarmi qualcosa da ascoltare: il doppio live in Giappone “Just One Night”. Ottimo suono, splendide esecuzioni, sia vocali che strumentali. Cercavo timidamente di riprodurre alcuni fraseggi sulla mia chitarra acustica ma mi mancava quel sustain che Clapton otteneva dalla sua Fender Stratocaster (oltre a qualche tonnellata di conoscenza della tecnica e dello stile necessari!). In mezzo a tutto quel blues iniziavo a distinguere sonorità che proprio blues non erano e che (eresia!) mi piacevano di più. “All our past times”, “Lay down Sally”, “Tulsa times”… la voce e la chitarra di Clapton tingevano questi brani di blues, ma la loro struttura, le armonie vocali di Albert Lee e la sua chitarra, dal suono diverso da quello della Strato, un suono più graffiante, diretto, aggiungevano venature di quello che in seguito  avrei definito “country” (e che adesso chiamerei “roots”). Ecco cosa mi piaceva: voci armonizzate, chitarre brillanti, melodie semplici e dirette, ritmi “quadrati”. Non tanto i riff dell’hard rock, tanto di moda, non troppo il blues, modale e sospeso. Il country rock, ecco quello che mi piaceva. Ma non sapevo ancora definirlo né trovare i dischi giusti. Mi ci avvicinavo: Neil Young di certi dischi, la west coast music di Crosby, Stills e Nash. Alcune cose dei Creedence Clearwater Revival. Ma quei suoni che ascoltavo in “Just One Night” avevano qualcosa di particolare: la chitarra di Albert Lee. Ecco, quello era il suono che avrei voluto avere, se avessi suonato la chitarra elettrica.

Nell’estate del  1984 trascorsi un paio di settimane a casa di un compagno di classe che abitava sopra Varzi. Aveva già dato gli esami per la patente ed i suoi genitori gli avevano affidato una vecchia Fiat Panda, la cui attrattiva più interessante era l’autoradio con lettore di audiocassette. Con quella Panda esploravamo le contorte stradine che si arrampicavano sull’Appennino. Un giorno, l’amico infilò nell’autoradio la cassetta di un disco appena uscito di tale Bruce Springsteen, dal titolo “Born in the U.S.A.”. Alcune di quelle canzoni erano abbastanza vicini al mio ancor vago concetto di “country” (i fans sfegatati del Boss a questo punto verranno a cercarmi per linciarmi) e mi piacquero subito. Ma c’era qualcos’altro che mi attirava, particolarmente evidente in alcune canzoni (“I’m goin’ down”, “Darlington county” su tutte): quel suono di chitarra scintillante che mi ricordava quello di Albert Lee. Di Springsteen si parlava ovunque, non mi fu difficile scoprire di che chitarra si trattasse, quella che il Boss portava perennemente a tracolla: la Fender Telecaster (a rigore, lo storico strumento di Bruce è una Fender Esquire dei primi anni ’50 a cui è stato aggiunto un pickup al manico).  Nelle canzoni che ho citato c’era tutta la tipica sonorità della Telecaster: suono brillante, con una certa quantità di frequenze medie lievemente nasali, bending da steel guitar, accordi decisi, con le note sempre ben separate. Un suono che esiste dal 1950, che ha caratterizzato prima la country music e successivamente il rock americano. Un suono inconfondibile, desertico, difficile da domare, che ti porta in modo quasi naturale ad un certo tipo di fraseggio. Un suono di cui ti innamori.

La mia prima chitarra elettrica fu una emerita ciofeca, una Weston imitazione Les Paul nera con i contatti elettrici tenuti insieme dal nastro adesivo. Me la rifilò per cinquantamila lire un amico. Con una cifra non molto superiore mi procurai un amplificatore Roland. Il tutto per suonare con un trio di sballatoni che facevano cose loro nello stile dei Velvet Underground. Niente di più lontano dal country (e dal blues e dalla west coast e dalla musica classica…), niente che mi piacesse particolarmente. Ma sperimentavo l’uso di una chitarra elettrica e imparavo a improvvisare soli. L’esperienza non durò molto. E nemmeno la Weston stile Les Paul. Bazzicavo il negozietto di strumenti di un centro commerciale e feci amicizia con il gestore. Ebbi la possibilità di provare parecchi strumenti: la Fender Stratocaster, la Gibson Les Paul (quella vera!), le emergenti Ibanez, più rocchettare. Ma il suono che avevo in mente era un altro. Un giorno, l’amico negoziante, al corrente della mia passione, mi propose una Fender Telecaster usata. Peccato che io fossi allora piuttosto squattrinato (be’, non che ora sia messo molto meglio…): “E come la pago?”. “Tu non preoccuparti”, rispose l’amico. Quella sera portai a casa la Telecaster nera appartenuta al grande chitarrista (acustico) Franco Morone. Avrei pagato in comode rate senza interessi. Il piccolo Roland non rendeva giustizia alla Tele, per cui, sempre grazie all’amico del negozio, riuscii ad avere un amplificatore Fender usato, ancora a transistor ma con il timbro “giusto”. Il suono diventava più convincente, mancava “solo” la tecnica adeguata, che mi venne un poco alla volta, ascoltando e cercando di capire. Mi mancava anche una band con cui suonare le cose che mi piacevano. Il solito amico, ancora una volta, mi fece un gran regalo introducendomi nella band che stava allestendo con altri conoscenti. Incredibilmente, mi trovai ad essere sia il chitarrista solista che il cantante di questo gruppo nascente, la cui evoluzione, con un altra voce principale ma sempre con me alla Telecaster, divenne una band di roots-country-rock con cui attraversai gli anni ’90, The Lost River Band. La musica che piaceva a me, con il mio sound preferito, consolidato dal passaggio ad amplificatori valvolari e… ad altre Telecaster, più pregiate della mia prima Standard: ne ebbi una del 1967, dal suono veramente vintage, le affiancai una Blade Telecaster, strumento di perfezione svizzera ma troppo freddo, per cui me ne liberai. Provai a tradire la Tele con una Gibson SG, in seguito all’infatuazione per il sound di Gary Louris dei Jayhawks, ma non era vero amore e cedetti la SG ad un amico. Cambiai la Tele del ’67 con una splendida Reissue ’52 butterscotch blonde, il cui suono abbinai a quello di un Vox AC15 (piccolo tradimento verso gli amplificatori Fender). Insomma, passavano gli anni, cambiavano gli amplificatori e pure le chitarre, ma si trattava sempre di Fender Telecaster, le mie chitarre elettriche preferite.

Dopo diversi cambi di formazione, alla fine degli anni ’90 il progetto Lost River Band, di cui ero rimasto l’ultimo superstite fra i membri originali (facendo sì che il Telecaster sound caratterizzasse le sonorità), arrivò al suo capolinea, con mio sommo dispiacere. Nei primi anni del ventunesimo secolo ebbi ancora occasione di usare la mia Tele con una band di country cantautorale, ma fu un’esperienza di breve durata. Nel frattempo, mi ritrovai a suonare sempre più spesso e in più occasioni la chitarra acustica, a cui affiancai altri strumenti, sempre acustici: il mandolino, il dobro, l’irish bouzouki. Ci fu un ultimo momento di gloria per la Tele ’52 Reissue, ormai tanto vissuta da sembrare originale degli anni ’50: la Night of the Guitars organizzata in un locale dell’Oltrepò pavese. Vennero selezionati chitarristi più o meno noti della zona e a ciascuno fu chiesto di “impersonare” uno dei propri idoli chitarristici, eseguendone un brano sul palco del locale. Una house band di ottimi musicisti accompagnava il “guitar hero” del momento. Stranamente (sono sempre stato un po’ ai margini della movida musicale di quegli anni) io fui uno dei chitarristi selezionati. C’era chi “faceva” Eric Clapton, chi Mark Knopfler, chi Tony Iommi, chi Jimi Hendrix, chi… Io mi offrii di impersonare nientemeno che… Chuck Prophet! Ecco. Un nome famoso no? Tanto che mi toccò spiegare chi fosse agli organizzatori. Per farla breve, è stato il chitarrista dei Green On Red, una band di “desert rock” nata in Arizona e attiva per tutti gli anni ’80 e inizio ’90. Chuck Prophet usava una Telecaster ed aveva quel suono che ho sempre cercato di riprodurre. Per Night of the Guitars scelsi la sua versione di “Abandoned love”, canzone di Bob Dylan. Si trattava di un duetto vocale, la cantai quindi insieme alla mia ragazza di allora, con interventi molto caratteristici della Telecaster. Insomma, per chi può e vuole vedere ed ascoltare un video, questa:

Oltre alla mia Tele, utilizzai un vecchio Fender Princeton Reverb, che mi pare usi anche Chuck Prophet, ottenendo il suono che desideravo. La band mi accompagnò magnificamente, la mia ragazza cantò divinamente, io sbagliai la parole di un paio di strofe, in stile molto dylaniano.

Pochi mesi dopo, senza più una band con cui usarla, frustrato dalla mancanza di occasioni, scambiai la Telecaster con un dobro e mi immersi in un mondo musicale totalmente acustico, mondo in cui ancora vivo felicemente, con buone soddisfazioni personali, se non con successo di critica e pubblico. Ma il mio love affair (in un post precedente in cui dovevo rispondere ad alcune domande, a quella che chiedeva “sei innamorato?” avevo replicato “sempre e comunque”) con la musica acustica è un’altra storia, che forse racconterò in altre occasioni.

Come ha potuto finire così, come una lampada che si spegne girando un interruttore, quell’infatuazione per la Fender Telecaster di cui ho raccontato?

Come accadde quando venne demolita la mia Renault  6 azzurra (con una portiera grigia), non ero a casa quando l’acquirente venne a prendersi la chitarra. Mi limitai a rientrare, quella sera, non trovandola più. Non ricordo di aver provato sentimenti particolari. Al suo posto c’era questo vecchio Dobro® del periodo OMI (anni ’70), che parlava un’altra lingua rispetto alla Telecaster, aveva un colore in cui il biondo della Tele sfumava nel nero e si faceva abbracciare in modo molto diverso (era -anzi, è- un dobro squareneck, che si tiene appoggiato alle ginocchia).

Eppure… In quegli anni (stiamo parlando degli ultimi 15) ascoltavo prevalentemente musica acustica tradizionale o d’autore, basata su sonorità nord-americane o anglo-scoto-irlandesi. Mi capitava però di mettere dischi di country-rock e di sorprendermi a pensare: “Ecco, questo fraseggio di Telecaster lo farei così…”, impiegando qualche minuto a realizzare che non avevo più lo strumento necessario per realizzare quella mia idea.
Quando me ne rendevo conto, cercavo di riprendermi da quello smarrimento dicendomi che, se fosse di nuovo capitata l’occasione di suonare una chitarra elettrica, avrei ricomprato una Telecaster.
Insomma, cercavo di rassicurarmi.

Passarono alcuni anni durante i quali ridussi quasi a zero l’ascolto di musica rock, dedicandomi a perfezionare il mio sound acustico, acquistando chitarre dalle timbriche seducenti, approfondendo la tecnica del mandolino, imparando a suonare il banjo clawhammer, dilettandomi con il dobro, trovando spazio per l’irish bouzouki. Un mondo musicale con meno decibel e più emozioni.

Qualche anno fa, un gruppo di amici mi invitò a suonare con la band che avevano formato, una singolare formazione di folk-rock con brani di loro composizione in dialetto varzese affiancati a classici del roots-rock. Gli amici si ricordavano dei tempi della Telecaster. Ma ora non avevo più una chitarra elettrica. O meglio, da qualche parte, in casa, c’era una Samick imitazione Gibson 335 lasciatami da un amico, uno strumento economico. Per provare con i varzesi usai quella con gli amplificatori che trovavo in sala prove. Non ottenevo esattamente il mio suono, ma per gli amici quello che facevo andava benissimo (non per nulla erano, appunto, amici!). Incoraggiato da loro, comprai un piccolo ampli Fender valvolare (sugli amplificatori non transigo: devono essere a valvole!). Dopo poche prove (e un sacco di pezzi in repertorio!), suonammo per le strade di Varzi. Confesso di essermi divertito. Durante una pausa, si avvicina una coppia di mezza età (oddio… ho scritto “mezza età”? Chissà, magari avevano un paio d’anni meno di me…), si congratula per il mio stile e mi chiede se posso suonare loro qualcosa di Jimi Hendrix. Da notare che fino a quel momento ho eseguito fraseggi country e moderatamente blues. Guardo la chitarra, guardo l’ampli, guardo i due, in sorridente attesa. Va be’… giro un paio di manopole sul piccolo Fender e introduco “Hey Joe”. Mi stupisco: il suono esce piuttosto convincente, benché gli strumenti non siano una Fender Stratocaster e un Marshall e, soprattutto, io non sia Jimi (non che abbia mai desiderato di esserlo…). Improvviso sul tema per un paio di minuti, a quanto pare soddisfacendo molto i miei ascoltatori. “Che abbia ancora qualcosa da dire con una chitarra elettrica?”, mi chiedo. “Chissà… ma voglio che sia con il mio suono!”, mi rispondo. Il giorno dopo chiedo all’amico liutaio, lo stesso che vent’anni prima mi aiutò ad avere la mia prima Tele, di rintracciarmi una Telecaster!

Preciso: non una qualunque, sicuramente non una standard contemporanea. Ne volevo una che avesse quel suono, il suono che mi aveva sedotto decenni prima.

Dopo qualche settimana, l’amico mi chiama per dirmi che ha trovato lo strumento che fa per me. E’ una Telecaster di dubbie origini, dall’aspetto piuttosto vissuto, di un colore che difficilmente avrei scelto (il cosiddetto “sonic blue”), simile a questo. La prendo in mano. E’ piuttosto pesante (io preferisco strumenti leggeri) ma il manico, di uno spessore che riempie bene la mia mano sinistra (contrariamente ai manici moderni, per me troppo sottili), mi invita a provare a suonarla. La collego al piccolo ampli valvolare presente nel laboratorio del mio amico. Il selettore dei pickup ha ben quattro combinazioni (una in più rispetto allo standard) ma ce n’è una sola che mi interessa: il pickup al ponte, fonte di quel suono così caratteristico della Telecaster, quello che gli americani chiamano “twang” (vocabolo onomatopeico). Bene, la logora Tele sonic blue ha un timbro vagamente nasale, molto vintage, ma se sollecitata a dovere tira fuori proprio quel twang!
Il prezzo è alla mia portata, non impiego molto a decidere che la ragazza viene a casa con me. La chitarra va d’accordo con il mio pacato piccolo Fender. Con un po’ di prove, ottengo un suono soddisfacente, personale. Forse non è ancora il suono che ho in mente da sempre, ma… forse è un’utopia, un asintoto a cui posso avvicinarmi all’infinito senza mai raggiungerlo. In ogni caso, la Telecaster è tornata! E’ quella che si vede a destra nella foto a inizio post.

I miei progetti musicali acustici vanno avanti, si differenziano, danno risultati che mi regalano momenti, se non di gloria, di gioia. Gli strumenti che con maggior piacere prendo in mano rispondono ai nomi di Santa Cruz, Bourgeois, Giacomel, Deering. Ma, tanto in segreto da non esserne neppure conscio, aspetto con impazienza il prossimo concerto con gli amici varzesi, occasione per presentare al mondo la mia nuova (vecchia) Telecaster.
Il giorno arriva. La band, come sempre, mi lascia molto spazio, spazio che riempio di note (e pause) con un piacere nuovo, ingenuo e appassionato, trasportato da quel timbro famigliare e rinnovato. Quella chitarra mi ispira un fraseggio che mantiene il sapore del country anche dove il brano non lo prevede. E’ il mio linguaggio, sono tornato a parlarlo con la pronuncia giusta.
Proprio appena dopo aver suonato un brano pieno di quei fraseggi, mi si avvicina un tipo che stava fra il pubblico. Mi fa i complimenti per lo stile e mi chiede il numero di telefono. Sta riorganizzando una band e ritiene che il mio suono sia quello che gli serve. “E’ una band di country?” chiedo speranzoso. “Più o meno”, mi risponde con un sorriso enigmatico. Sono così tornato a suonare in una rock band. Il repertorio è una riproposizione dei brani dei Creedence Clearwater Revival. Di country c’è molto poco ma i brani mi piacciono ed i musicisti… sono diventati amici! Certo, il suono della Telecaster ha poco in comune con quello dei CCR, a volte il risultato sonoro è talmente diverso da rendere perplessi gli amici musicisti. Ma a me piace l’idea di conferire un nuovo sound ad una musica immortale.
E poi, in questa band è entrata la compagna di oltre un decennio di avventure musicali acustiche: Martina! Chi è Martina? Lo dirò, lo dirò…

Riprendere a suonare in una band elettrica mi ha portato, come facevo un tempo, a frequentare i negozi di strumenti musicali alla ricerca di accessori per arricchire il mio suono. Eh, sì: nella musica acustica il suono lo fanno lo strumento e lo strumentista. Nel mondo elettrico, fra i due c’è una catena di componenti varie che possono influire anche notevolmente. In una di queste visite ho portato a casa una Telecaster alternativa: il modello ASAT della G&L, la fabbrica di chitarre che Leo Fender ha fondato con l’amico George Fullerton dopo aver ceduto il marchio Fender. Uno strumento dal suono potente e, tutto sommato, abbastanza vicino alla mia timbrica Telecaster ideale. Troppo moderno, però, sotto molti altri aspetti. In un caldo giorno dello scorso agosto, entro nello stesso negozio alla ricerca di un pedale overdrive che avesse particolari caratteristiche. Me ne propongono uno, fra l’altro abbastanza costoso. Chiedo di provarlo e mi mettono fra le mani una Fender Telecaster dal caratteristico colore “butterscotch blonde” (color biondo toffee? oppure, meglio, color toffee chiaro, che rende l’idea). Confesso di aver provato un brivido a prendere in mano quella chitarra, così simile alla Reissue ’52, quella che avevo… abbandonato quasi quindici anni prima. Il colore (ma non è solo quello,  non mi faccio incantare da una bionda qualsiasi!). Il manico così confortevole, diverso da quelli, anoressici, degli strumenti moderni, di un bell’acero leggermente fiammato. Il titolare del negozio me la collega ad un piccolo ampli Fender valvolare, un Blues Junior. Ne regolo i toni, il volume, e ascolto la voce della Tele bionda, usando il pickup al ponte, quello “twangy”. Il brivido di prima si ripete, si fa emozione. La bionda sconosciuta somiglia solo esteticamente alla Reissue ’52. Ha una voce tutta sua, al tempo stesso calda e brillante, corposa. Con lei e quell’ampli mi esce senza sforzo il suono che ho sempre cercato di ottenere. Mi lascio trasportare, eseguo fraseggi country, blues, accompagno qualche frase cantata. Ci risiamo, mi sono innamorato di una nuova Telecaster. Ma no, non devo, ce l’ho già, una Telecaster… e intanto continuo a suonare e fatasticare. Il tipo del negozio mi riporta alla realtà: “Ma… l’overdrive non lo vuoi provare?”, mi chiede. “Eh? Ah, sì, l’overdrive… sì, sì, giusto…”, rispondo, un po’ incerto. Lascio che il tipo colleghi il pedale e mi spieghi le funzionalità. Provo a suonare, regolando quell’aggeggio. In effetti, non è male. Soprattutto, non modifica in modo sostanziale il timbro, e in questo momento di infatuazione è ciò che conta: il “mio” suono non viene compromesso. Dopo poche note, mi rivolgo al venditore: “Bello. Ma non sarà perché sto usando questa chitarra? Magari con la mia è diverso…”. Voglio farmi convincere. Il marpione lo ha capito: “Chissà… ma per toglierti ogni dubbio, compra anche la chitarra!”. Ci sono dozzine di risposte sagge e ponderate che potrei dare, ma: “Mmm… ma sì, perché no? Mi riprendi la G&L?”. Certo che me la riprende, per un prezzo conveniente. A lui. Innamorarsi ti porta su una brutta china. Ed io intendo rotolare lungo quella china: “E… e se quel suono, oltre che dalla chitarra, dipendesse dall’amplificatore? Magari con il mio sarà diverso…”. Lampo diabolico negli occhi del tipo: “Ma no dai… però… se vuoi star sicuro, compra anche l’ampli!”. Il demone del buon senso mi strattona violentemente la maglia: “Ma forse no, hai ragione. In fondo è sempre un Fender valvolare… certo che…”. Un demone più potente parla con la voce del venditore: “Ma sì, sarà così… certo che ti ho sentito, poco fa! Con questi strumenti sei pronto per Nashville!”. Rapida scazzottata fra demoni: “Davvero? Guarda, lo confesso, è proprio il suono che vado cercando da un quarto di secolo! …posso darti dentro il mio Champ?”. Ovviamente sì, ovviamente al prezzo migliore. Per lui, s’intende. Nel giro di un paio d’ore, effettuati tutti gli scambi e, soprattutto, i conguagli necessari, a casa mia arrivano la Telecaster butterscotch blonde e il Fender Blues Junior III, oltre al pedale overdrive. Ho spianato soldi sufficienti per una discreta vacanza, ma pazienza, trascorrerò le ferie a casa con il mio nuovo amore. E’ la chitarra che si vede a sinistra, nella foto.

In qualche maniera, ho trovato modo di far coesistere le due chitarre. Due Telecaster particolari, due personalità ben distinte. Uno strumento pronto ad accorrere in mio aiuto nel caso l’altro abbia un problema (in genere, la rottura di una corda in momenti in cui non ho tempo per cambiarla).
Qualche tempo fa, una cara amica mi ha parlato del “poliamore”, ovvero della possibilità di costruire relazioni sentimentali (e fisiche) analoghe a quella di coppia fra più di due persone. La rottura di un tabu. Qualcosa di non facile da realizzare. In fondo, è quello che ho cercato di fare con le mie due Telecaster.
Devo confessare di avere una preferenza per l’ultima arrivata, la blonde, con cui riesco ad ottenere quel suono che ho tanto ricercato, ma non disdegno la sonic blue.

 

L’ultimo dono della vecchia Tele

La ragazza della foto è Martina. La chitarra, ovviamente, è la mia più recente Telecaster. E la foto si potrebbe intitolare “Blonde on blonde”, in omaggio a Martina, alla Tele e a Bob Dylan, che nel 1966 (incidentalmente, il mio anno di nascita) ha pubblicato uno storico doppio album con quel titolo.

Martina è una cantante (e che cantante!), chitarrista e, soprattutto, mia diletta amica. Abbiamo iniziato a far musica insieme quattordici anni fa (lei era giovanissima!), e continuiamo a farne tuttora. E’ con lei che da oltre un decennio porto avanti il progetto di musica acustica di cui ho parlato, un progetto a cui entrambi teniamo molto. In questo ultimo anno, sta anche cantando con la band elettrica che ripropone i Creedence Clearwater Revival. Martina è la musicista che vorrei accanto per tutti i progetti che mi verranno in mente. E’ l’amica che vorrei accanto tutti i giorni della mia vita.

Ecco, e Martina nella mia vita c’è entrata grazie… alla Telecaster che avevo nel 2003, la American Vintage Reissue del ’52. Nonostante l’ingratitudine che mi ha spinto a cambiarla con un dobro, quella chitarra mi ha fatto uno dei regali più preziosi che io abbia mai ricevuto.
Nel 2003 la Tele giaceva abbandonata in un angolo di casa mia nella sua custodia di tweed. Non la usavo più da almeno un anno, dalla conclusione degli ultimi, effimeri progetti di country rock con la dotata (e graziosa!) cantante con cui, ai tempi, avevo una storia. Con lei avevo avevo già messo in piedi due band acustiche: una old-time string band, che purtroppo si era sciolta, e una band di bluegrass, anche quella in situazione incerta.
Un giorno, sbirciando distrattamente gli annunci nella bacheca di un centro commerciale, ne vedo uno in cui si cerca un chitarrista per rock anni ’60. L’annuncio è firmato da tale Joe. Rock anni ’60, non esattamente la mia passione. Ma volevo togliere le ragnatele dalla Telecaster e chiamo Joe. Mi risponde una voce acuta. “Oddio, è un bambino!”, penso, prima che Joe si affretti a spiegarmi di essere una ragazza. Dopo “A boy named Sue”, “A girl named Joe”. Mmm… potrei scriverci una canzone…
Insomma, Joe mi spiega che sta mettendo insieme una band per un rock blues d’annata ispirato a Janis Joplin. Non è proprio il mio genere, ma voglio dare una chance alla Telecaster!
Decido di incontrare Joe ed i suoi musicisti. E’ un pomeriggio d’estate, con un po’ di traversie raggiungo il luogo dove la band prova, una cascina appena fuori Voghera. Mi trovo davanti una situazione davvero molto anni ’60: un tastierista con il look dello studentello acqua e sapone, un batterista dai capelli lunghi e ricci, un impianto voci Montarbo decisamente più vecchio dei musicisti. E lei, Joe: alta, bionda, sorridente, colorata. Un sole con dietro un arcobaleno senza pioggia (Newton mi perdoni!). Tre ragazzi giovanissimi, al massimo diciottenni. Se è Joe a fare la parte di Janis Joplin, sembra Janis in negativo. In realtà, i tre mi fanno pensare ai Doors, anche per il fatto che non c’è un bassista. Non c’è nemmeno il chitarrista, a dire il vero… ah, no, il chitarrista dovrei essere io, che ho poco in comune con Robbie Krieger. Joe è decisamente più simpatica di Jim Morrison. Sono simpatici tutti. Superato l’imbarazzo iniziale (ho quasi vent’anni più di loro!), mi parlano dei loro progetti, in un modo davvero sixtie. Finalmente suoniamo qualcosa. Non ricordo bene cosa, forse un blues. Joe, che quando parla ha un timbro pulito, brillante, leggermente nasale, mi stupisce per la voce che tira fuori. Non scherzava quando parlava di Janis Joplin come sua ispirazione! Sembra un’altra persona, una che ha un vulcano in eruzione nell’anima.
Graffiante da farmi provare mal di gola per empatia, blue notes spontanee, intensità travolgente, espressività da cantante blues consumata (dall’alcol e dalla vita…). Accidenti! Fino a quel momento, avevo suonato con cantanti molto più pacati ed il mio modo di accompagnarli, di sottolineare il loro canto con fraseggi, era adeguato a loro: misurato, quasi sottotono. Suonare per Joe mi porta a tirar fuori dalla Telecaster timbriche e note più energiche. La Tele sa essere altrettanto graffiante quanto la giovane cantante. Ok, non è il mio genere ma sento che con lei suonerei anche questo. Il resto della band mi ispira un po’ meno: il batterista suona con passione ma sembra non saper accompagnare in modo lineare i blues e i pezzi più roots, il tastierista ha un approccio più da musica italiana, gli manca il linguaggio musicale necessario per il genere che vorrebbe suonare. Mi manca l’appoggio del basso… che comunque dovrebbe venire suonato da qualcuno che ha le idee chiare! Non mi pongo il problema della tecnica in sé, mi importa poco. Ma per suonare un dato genere, devi avere bene in mente il modo per creare le giuste sonorità, i giusti fraseggi, le giuste ritmiche.
Joe mi ha colpito a sufficienza da convincermi a provare di nuovo con loro. Altro pomeriggio, stesso luogo, stessi sofferti brani rock blues. Durante una pausa, Joe prende una chitarra acustica e si siede in un angolo. La maggiore, re maggiore, la maggiore, mi maggiore… “Sometimes when I feel as big as the land…”.
La ascolto incantato. L’impressione che mi aveva fatto la Joe-Janis svanisce al cospetto di questa Joe che canta con voce pulita ma con la stessa intensità ed espressività di quando faceva quel blues elettrico e selvaggio. Un’intensità quieta, certo. Un’espressività contenuta. Non me ne rendo ancora conto, ma questa  Joe si è scavata una nicchia nel mio cuore di musicista acustico. Nel mio cuore, tout-court.
“Eh, Martina è veramente brava quando canta così, glielo dico anch’io di farlo più spesso!”. Eh? Chi? Martina?
E’ il suo ragazzo, presente alle prove, che mi parla. Deve essersi accorto che sto ascoltando Joe con aria rapita. Non me lo dice esplicitamente, ma intuisco che Martina è il vero nome di Joe.
Mi trovo ancora qualche volta con la band, che mi sembra però attraversare un momento di impasse. O forse sono io che interpreto così gli scarsi risultati. Penso che potrebbe essere colpa mia, non sono abbastanza “rock anni ’60” per loro. Non ricordo bene con quale dinamica ma smetto di suonare con loro. Con Joe-Martina, però, mantengo i contatti. Tanto che, qualche mese dopo esserci conosciuti, ci troviamo a suonare ad una festa di paese: abbiamo messo insieme in poco tempo un repertorio acustico con un po’ di rock, un po’ di folk, un po’ di country. Incredibile quanto feeling ci sia fra due persone che si conoscono da così poco tempo! Partecipiamo anche ad un concerto in memoria dell’11 settembre 2001. Anche in questo caso ci presentiamo chitarra e voce, in una serata in cui i partecipanti erano tutte band. Non ci facciamo intimidire: fra l’altro, eseguiamo alcuni brani di Janis Joplin che Martina (ormai la chiamo così) interpreta in maniera memorabile.

Poi… poi ci perdiamo di vista. Una serie di eventi personali, aspetti della mia vita sentimentale, mi portano a ridurre i contatti con Martina. Ci rivediamo solo in rare occasioni, come per esempio un concerto di quella band in formazione che, con l’aggiunta di un bassista, ha iniziato la sua attività. Lei è sempre calorosa con me, a me fa piacere rivederla. Apprezzo sempre la sua esuberante vocalità, la sua energia sul palco. Ma ripenso con un po’ di nostalgia a quel magico momento: “There’s a chance peace will come in your life, please buy one!”. Sono giorni in cui vorrei davvero che un po’ di pace entrasse nella mia vita.
Il tempo passa, tante cose cambiano. Mi trovo senza band con cui suonare. Mi trovo senza tante cose. Oh, non il lavoro: di quello ne ho in abbondanza! Nel 2006 due dei  miei vecchi compari di musica mi propongono di mettere insieme una nuova band di bluegrass. “Va bene, e chi sarà il cantante solista?”, chiedo, prudente. “Non ti preoccupare, conosco io una cantante eccezionale!”, risponde il mandolinista. E’ uno che le spara grosse, lo conosco bene, e chissà chi mi proporrà. La figlia stonata? Un corista da oratorio? Comunque, accetto la proposta. Stabiliamo un giorno, un’ora e un luogo in cui trovarci. Raggiungo gli altri. Dalla macchina del mandolinista scende una ragazza alta e bionda. Martina! Ci guardiamo. “Vi conoscete già?”, commenta il compare con grande spirito d’osservazione.
Era destino che lei ed io facessimo musica insieme. Nasce la band di bluegrass, che si evolve e un po’ alla volta si spegne. Nel frattempo, Martina ed io scopriamo di amare il repertorio americano tradizionale più antico, quello del mondo della cosiddetta “old-time music” e iniziamo a suonare quelle cose, nel nostro modo assolutamente personale. Nasce il nostro progetto più caro, Old Time Soul. Una storia lunga dieci anni che sta continuando tuttora (e che spero continui finché morte non ci separi!). Una storia che mi rende felice.

Martina ed io ci siamo conosciuti perché nel 2003 avevo una Telecaster (e la voglia di suonarla!) ma, a parte quelle poche prove con la sua band, in seguito abbiamo fatto solo musica acustica.
Lei, grazie alle sue grandi doti musicali, ha avuto modo di suonare con diverse formazioni elettriche (oltre che con artisti internazionali come Country Joe McDonald…) di ottimi musicisti.
Da quando ho ripreso in mano una chitarra elettrica, ho pensato più volte che mi sarebbe piaciuto suonare roots-rock, country, blues o quel che capita con Martina, diventata la mia prediletta compagna di musica. Non ho mai, però, avuto a disposizione i musicisti adatti. Quando i “ragazzi” della band ispirata ai Creedence mi hanno chiamato, sapendo della passione di Martina per quello storico gruppo, le ho proposto di collaborare. Lei ha accettato, portando un enorme contributo di musica ed energia al gruppo (e aggiungendo qualcosa in più alla mia felicità di suonare con lei).

Ed ora? Ho finito di sognare chitarre elettriche?
(mmm… qualcuno si ricorda di un famoso romanzo di Philip K. Dick?)
Certo che no! Eccone uno, di questi sogni: una band di roots-country-blues-quelcheviene con una sezione ritmica consapevole e in grado di concedere grande libertà di espressione, la mia Telecaster butterscotch  blonde, il mio Blues Junior. E Martina, naturalmente!

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Silvia

“Ciao, io sono Silvia, ben arrivato!”

Sono passati quasi quattordici anni ma ricordo ancora bene la prima persona che ho incontrato il giorno in cui ho iniziato a lavorare per l’azienda che ancora mi tiene in ostaggio. Era lunedì primo dicembre del 2003. Pioveva. Ad accogliermi, una giovane donna bionda dall’aria cordiale, le movenze un po’ campagnole, la voce schietta, un sorriso contenuto ma sincero.

Silvia allora lavorava nel reparto di contabilità, all’interno della palazzina in cui c’era l’ufficio di quello che veniva indicato come “responsabile EDP”, ovvero… io. Da quel giorno, sono passati quasi quattordici anni. La sede del mio ufficio è cambiata parecchie volte, spesso in peggio. I miei incarichi si sono complicati, ho avuto modo di conoscere e apprezzare quasi tutti i miei colleghi di allora e quelli che si sono avvicendati negli anni. Ho stretto amicizie vere, che durano ancora oggi. Anche con Silvia ho fatto amicizia, sono andato al di là del semplice rapporto fra persone che sono costrette a condividere per otto ore (minimo) spazi molto vicini. Non avevamo molte cose in comune, ma c’era una reciproca simpatia. Lei, non così propensa a fare amicizia con tutti, aveva sempre qualche attenzione particolare per me, una parola buona da spendere in mio favore. Io cercavo, nel mio modo relativamente equanime, di ricambiare, di farle capire che comprendevo il suo affetto. In tutti questi anni abbiamo sviluppato qualche progetto insieme, abbiano conversato di argomenti seri e meno seri, abbiamo partecipato a riunioni, pranzi, cene. Abbiamo riso, attività non particolarmente apprezzata in azienda. Mi piaceva la sua risata roca e spontanea, per niente controllata.

Un paio di anni fa, dopo qualche mese di sintomi incerti, la terribile diagnosi: Silvia aveva un cancro, e non di quelli meno aggressivi.
Dimostrando una forza d’animo che pochi le avrebbero attribuito in precedenza, iniziò a combattere la malattia, sottoponendosi alle terapie più invasive: radio, chemio, intervento chirurgico devastante, altre chemio… Appena ritrovava forze sufficienti, dopo un ciclo di micidiali farmaci, tornava al lavoro, dai suoi colleghi. Cercava di riprendersi quella normalità che la malattia le strappava di dosso come fa un predatore con la carne della sua vittima. E temporaneamente ci riusciva! Tornavamo a lavorare, conversare, ridere insieme.

Negli ultimi mesi, il cancro ha preso il sopravvento. Le terapie a disposizioni sono finite, i miracoli non sono arrivati. Le aspettative di Silvia sono andate sfumando: dalla speranza di una guarigione a quella di vivere ancora qualche anno per poter vedere i suoi figli diventare giovani adulti, indipendenti, infine a quella almeno di consentire loro vacanze tranquille (sì, a questo arriva il cuore di una mamma, anche quando ha il destino segnato), per finire col dissolversi del tutto.

Il 12 luglio scorso ci siamo scambiati alcuni messaggi tramite Whatsapp. Non ci vedevamo da oltre un mese, era a casa particolarmente prostrata dopo un ciclo di chemioterapia. Ecco lo scambio di messaggi (con tentativo di ricostruire le emoji usate)

Mario: Ciao Silvia! Te la senti di parlare al telefono? Niente di particolare, volevo solo salutarti 🙂

Silvia: Ciao Mario, scusa ma non sto per niente bene. Ti chiamo io, scusa ancora ❤

Mario: Mi dispiace moltissimo che stai male. Non ti preoccupare, quando te la sentirai ci chiamiamo.
Era per dirti che anche se non mi senti ti penso. Questa notte ho sognato che arrivando al lavoro ti trovavo in ufficio. Dicevi che, anche se non stavi benissimo, eri riuscita ad arrivare ed io ero contento per questo. Al risveglio ho capito che era solo un sogno, certo, ma quando sono arrivato in ufficio e non c’eri mi è venuto da piangere 😦

Silvia: No dai non dirmi così, fai piangere anche a me. Ti voglio bene!!! ❤

Mario: Scusa! Volevo raccontartelo. Ti voglio bene anch’io! 🙂  ❤

Silvia: ❤ ❤ ❤

 

Non siamo più riusciti a sentirci né a scriverci.

Giovedì 21 settembre Silvia ci ha lasciati per sempre.

Ci mancherai. Davvero.

 

Will You Miss Me When I’m Gone
(A.P. Carter)

When death shall close these eye lids
And this heart shall cease to beat
And they lay me down to rest
In some flowery bound retreat
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me when I’m gone?

Perhaps you’ll plant a flower
On my poor unworthy grave
Come and sit along beside me
When the roses nod and wave
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me when I’m gone?

One sweet thought my soul shall cherish
When this fleeting life has flown
This sweet thought will cheer when dying
Will you miss me when I’m gone?
When these lips shall never more
Press a kiss upon thy brow
But lie cold and still in death
Will you love me then as now?
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me when I’m gone?

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Prospettive

Mio padre ha fatto la Resistenza. L’8 settembre 1943 stava svolgendo il servizio militare nel cuneese. Dopo l’annuncio dell’armistizio, come molti altri, disertò e si unì ad una delle nascenti formazioni partigiane in quella zona (mi pare nella Val Varaita). Successivamente, fece avventurosamente ritorno nel suo Oltrepò, dove svolse la sua attività antifascista fino al termine della guerra. Il babbo non raccontava molto di quegli anni, o forse non l’ho mai interrogato nel modo giusto. Ora è troppo tardi. Da un episodio che ascoltai da lui oltre vent’anni fa ho ricavato questo racconto.

 

– Lo faccio solo per quella santa donna di tua sorella!

– Ma vedi, Gus…

– Non dire altro! Da un padre come te non poteva che uscire un poco di buono!

– Gèpe non è un…

– Non dire altro, ti ho detto! Potrei cambiare idea, sai? E allora…

– …

– Bravo, vedo che hai capito! E ringrazia, sto mettendo a repentaglio la mia carriera, rischio pure la mia libertà!

– Grazie Gusto.

– Sei un debole. Peggio, sei un socialista… Per la fortuna di questo Paese, della Patria, ci siamo noi. C’è Lui. Duce a noi! A NOI!

Gusto scatta sull’attenti, il braccio levato nel saluto di rito.

Giuanìn abbassa la testa e si allontana. Prende la bicicletta e se ne va verso l’argine di Po. Fa qualche deviazione, si ferma, torna indietro. Il tempo è nuvoloso, potrebbe piovere da un momento all’altro. D’altronde, sono i primi di marzo, marzo pazzerello. Prende la strada per il paese vicino e si ferma presso un rudere, i resti di un antico mulino, circondati da arbusti ed erbacce che un inverno non particolarmente rigido non è riuscito ad annientare.

Gèpe lo ha visto arrivare da lontano. La sua vista di ventunenne è acuta, i sensi, dopo gli ultimi mesi di costante vigilanza, sempre all’erta. Nessun altro in vista oltre all’uomo che sta lentamente pedalando verso il suo nascondiglio. Pensa che potrebbe fargli prendere uno spavento, afferrandogli di sorpresa la bicicletta. Ma Gèpe non è mai stato un burlone e qualche mese sui monti di Cuneo a sfuggire ai fascisti gli hanno fatto passare la voglia di scherzare.

Giuanìn pensa che vorrebbe abbracciare suo figlio. Un pensiero inedito, quasi fastidioso. Non sono gente che esprime facilmente affetto, e di sicuro non con i gesti. Ma mesi di incertezza e di paura del peggio lo hanno segnato. E poi, in tutti quei romanzi che ha letto e continua a leggere, genitori e figli si abbracciano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Si limitano a guardarsi, sguardi schietti e diretti che dicono tutto. Il giovane è consapevole dei rischi che sta correndo, è però determinato continuare quello che ha cominciato. Il più anziano ha una paura maledetta, paura per il suo Gèpe, così simile e così diverso da lui. Teme per la sua vita ma lo capisce e lo ammira.

– Allora, ho parlato con lo zio Gusto, ha detto che è d’accordo.

– Dobbiamo fidarci di un fascista? Ti ricordi quella volta, quando avevo quattordici anni?

Giuanìn ride, di quella sua risata composta.

– Sì, era sabato e ti ha chiesto perché non eri al raduno dei balilla! E tu gli hai risposto…

– …che quelle stupidate lì non mi interessavano!  E’ diventato paonazzo, mi ha gridato, bava alla bocca, che mi avrebbe fatto mandare al confino!

Padre e figlio ora ridono insieme, un raro e prezioso momento di quasi-spensieratezza. Uniti dall’umorismo.

– Dobbiamo fidarci, Gèpe. Qui è troppo pericoloso. Per ora non ti stanno cercando, ma un rastrellamento può sempre capitare.

– Va bene, pa’. Faremo così.

– E stai tranquillo! Lo zio è uno sbruffone ma non è cattivo. In fondo, vuole bene a tua zia, quell’anima pia che lo sopporta.

Giuanìn non resiste e, nel salutare il figlio, gli mette una mano su un braccio. Un ultimo sguardo.

– Allora, siamo d’accordo

dice Gèpe, per stemperare l’imbarazzo.

Il nuovo rifugio è decisamente più comodo. E caldo. Un ripostiglio non troppo angusto ricavato nel sottotetto della vecchia casa colonica in cui stanno gli zii. Difficilmente visibile e accessibile sia dalla casa che da fuori, ha un passaggio che dà su una cascina ingombra di fieno, sacchi di mais, sacchi di fagioli, seminascosti per evitare requisizioni, cataste di legna, rottami vari.
La zia Carolina gli fa avere qualcosa da mangiare, gli ha portato pure un libro, “Anna Karenina”, che Gèpe ha letto velocemente in quelle lunghe ore di ozio forzato.

Con lo zio ha parlato solo la notte in cui è arrivato. Gusto era alticcio, come spesso gli accadeva dopo una certa ora, e gli parlava standogli troppo vicino, fra spruzzi di saliva e zaffate di vino.

– Sei la vergogna della famiglia. Un vigliacco, un disertore! D’altronde, sei come tuo padre. Uno che, invece di andare in trincea per la Patria…

Si interrompe per fare un mal riuscito saluto romano.

– …si è nascosto nella pampa argentina, mentre gli altri davano la vita per il sacro…

– Zio, papà voleva tornare ma il console italiano gli ha suggerito di non farlo. E tu, a quanto mi risulta, non sei andato in trincea.

– Zitto, vigliacco disfattista!

Gèpe è un ragazzo assennato, per nulla portato all’ostentazione. Ma su certe questioni, tende a perdere la pazienza.

– Zio, basta così!

E gli mostra, aprendosi la giacca, lo Sten, il piccolo mitra di fabbricazione inglese in dotazione alla banda partigiana a cui aveva aderito dopo l’8 settembre. Una banda che non c’è più, sterminata in gran parte da un’imboscata fascista.

A Gusto la ciucca passa di colpo guardando alternativamente il volto acceso del nipote e la canna del mitra. Non dice una parola e se ne va.

Gèpe teme che lo zio voglia vendicarsi e si maledice per la propria irruenza. Quante volte si era lasciato trasportare dalla passione, trovandosi poi a chiedere scusa per essersi lasciato andare. Ripensa a quella ragazza che gli piaceva così tanto, un paio di anni prima. Il suo unico difetto era l’essere figlia di un gerarca e, durante una discussione, Gèpe, che, al solito, si era scaldato parecchio, aveva esagerato con gli improperi indirizzati al padre di lei. Da quel giorno, si salutavano a malapena.

E’ tarda mattinata, fuori c’è il sole. Sta rileggendo “Anna Karenina”. Come sa raccontare bene questo Tolstoj!
Sente delle voci, c’è gente ai piedi del fienile. Chiude il libro e lo ripone. Per lui un libro è cosa preziosa, da proteggere. Afferra lo Sten, sblocca l’otturatore e si avvicina al varco che separa lo sgabuzzino in cui si nasconde dalla cascina. Si mette in ascolto. Probabilmente sono in due, parlano a voce alta e concitata. Uno è lo zio Gusto. Anche l’altra voce gli suona famigliare. Approfittando del chiasso provocato dal battibecco, striscia fuori dallo sgabuzzino, cercando di rimanere nascosto fra fieno, legna e sacchi. Con cautela raggiunge un punto da cui guardare senza essere visto. Come aveva immaginato dal timbro della voce, l’interlocutore dello zio è Sergione, il gerarca più giovane e più esaltato del paese. Alto, robusto, spalle larghe, sovrasta lo zio di tutta la testa. Di indole violenta, non è mai stato un tipo di molte parole. Ha sempre preferito chiudere le discussioni a cazzotti o a sprangate. Qualche volta a fucilate.
Ora sta apostrofando lo zio con tono arrogante e strafottente.

– Allora ti sei tenuto nascosti i salami, eh? Vecchio ubriacone! Queste cosa non si fanno ai camerati. No, no, proprio no!

E molla uno schiaffo a Gusto, che piagnucola:

– Non è così, non è così… lo sai che i salami nuovi sono pronti per San Giuseppe. Che è dopodomani, volevo farvi una sorpre…

Altro schiaffo, più forte. Lo zio vacilla, non cade perché si appoggia al muro.

Gèpe stringe il mitra. A quella distanza, il fascistone non avrebbe scampo.

– A noi non la si fa. Cacasotto!

Gli tira uno sganassone fortissimo, Gusto finisce per terra, a faccia in giù. Non si muove, respira affannosamente.

Gèpe è pronto a fare fuoco, se l’energumeno si avvicinerà ancora  allo zio.

Sergione raccoglie una sporta, probabilmente i famosi salami, e se ne va.
L’affanno nel respirare si scioglie in singhiozzi. Zio Gusto, umiliato, percosso, piange.

Gèpe abbassa l’arma. La tentazione di usarla per fare giustizia è stata forte, ma non ha ceduto. Sui monti gli è capitato qualche volta di dover sparare ai repubblichini, ma non ha mai colpito nessuno e questo pensiero gli è di conforto.

Un paio d’anni dopo è tutto finito. L’Italia è stata liberata dai nazi-fascisti, o almeno così dicono. I partigiani sono invitati a consegnare le armi agli Alleati e a smobilitarsi. Non tutti ci stanno, c’è ancora chi spera nella Rivoluzione. Ma Gèpe ne ha abbastanza. Ha fatto il suo dovere fino all’ultimo giorno, ringrazia il cielo di non aver dovuto uccidere nessuno, anche se gli sono capitate diverse situazioni in cui sarebbe stato prudente farlo.

Sono i giorni successivi alla Liberazione, giorni concitati. Una mattina il suo comandante lo chiama.

– So che vorresti tornartene ai tuoi campi, ma ho ancora una missione da affidarti.

– Spero che non ci sia da sparare!

– In teoria no… Ti spiego. Abbiamo arrestato Sergione, complice di molti pestaggi e, forse, di un omicidio. Tu e Carlo dovrete portarlo alla casa circondariale dove verrà internato in attesa del processo. Vi toccherà andarci a piedi, non ho mezzi disponibili. Sono meno di dieci chilometri, ce la potete fare!

– Guarda, quello del carceriere è un lavoro che proprio non mi piace… comunque, se c’è da farlo, lo faremo.

Gèpe e Carlo, un uomo sulla cinquantina, taciturno, prendono in consegna Sergione, ammanettato, e lo invitano senza tanti complimenti a mettersi in marcia. Taglieranno per i campi, lungo sentieri di campagna, per risparmiare un paio di chilometri.
Sergione fa lo spavaldo, si lamenta delle manette.

– Su, toglietemele. Non scappo mica. Siete in due, armati. Avete paura di me?

– Non dire tante stupidate e cammina, che è meglio.

– Obbedisco! Questa volta avete vinto voi. Ma la prossima…

– Ha vinto il popolo italiano. E non ci sarà una prossima volta!

– Torneremo, non preoccuparti. E allora, la vedremo, vigliacchi disfattisti!

Carlo, che non ha ancora aperto bocca, ignora Sergione e si rivolge a Gèpe:

– Ne ho abbastanza di sentirlo. Non si vede nessuno in giro… e se raccontassimo che ha tentato la fuga e lo facessimo fuori? Non lo rimpiangerà nessuno, nemmeno i suoi parenti…

Sergione sbianca. Gèpe risponde:

– No, Carlo, non pensarlo nemmeno! So cosa ha passato tuo figlio a causa sua, ma noi non siamo come loro!

Poi si avvicina al prigioniero, la mano appoggiata sul mitra.

– Ti ho visto quel giorno di due anni fa quando hai picchiato mio zio Gusto…

Sergione, che si era appena ripreso, sbianca di nuovo, guardando la canna dello Sten rivolta verso di lui.

– L’hai picchiato e buttato a terra perché potevi farlo, perché sei più alto e più grosso di lui…

Il colorito di Sergione vira dal bianco al verde muffa.

– …ma se io allora ti avessi sparato, saresti diventato tu il più piccolo dei due.

Sergione fa per dire qualcosa, non ci riesce, annaspa.

Gèpe si allontana senza aggiungere altro. Continua a camminare, un occhio alla strada, l’altro al prigioniero.

Rimangono in silenzio per una buona mezz’ora. Sono quasi arrivati in città, dove consegnaranno il fascista alle autorità competenti.
Sergione sembra aver recuperato la sua baldanza:

– E allora perché non mi hai sparato, quel giorno? Eh? Perché sei un codardo, ecco quello che sei!

“Noi non siamo come loro”.

I due partigiani lasciano il prigioniero alla casa circondariale e tornano verso casa, facendo tappa in un’osteria dove si concedono pane, salame e vino.

E’ una notte d’estate, Gèpe se ne sta in riva al Po. In questa stagione non è particolarmente alto, ma di acqua ce n’è a sufficienza.
In cielo, una luna a tre quarti, rossa e grandissima. Gèpe la guarda per un po’, affascinato. Poi apre il sacco che ha portato con sé e ne estrae una pistola Beretta M34, retaggio dei giorni di guerra. La guarda per un attimo, senza provare alcuna emozione, e poi la scaglia verso il centro del fiume. Un tonfo, l’arma sparisce. Per sempre, spera lui.
Dal sacco estrae anche il mitra Sten. Sarà più difficile lanciarlo lontano, è meno compatto di una pistola. Ma si è allenato a tirare ciottoli piatti nell’acqua, sa quello che deve fare. Un movimento rapido del braccio e del polso, il mitra raggiunge il punto più distante possibile del corso d’acqua e si inabissa.

Gèpe si sente più leggero. Rientra in paese fischiettando Amapola, voltandosi ogni tanto a gettare uno sguardo a quella luna così grande, così rossa.

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Ultimo saluto

Un blog assomiglia ad un diario. Non è però un vero diario: certi pensieri, certe vicende… insomma, quelli che con espressione un po’ datata chiamerei i miei segreti, non li spiattellerei di sicuro sul web, sia pure sotto pseudonimo.

Oggi, però, vorrei scrivere una pagina di diario. Non rivelerò nulla che si possa definire “un segreto”, non ho vicende pruriginose da raccontare. E’ una storia di amicizia, quasi una storia d’amore, ed è un modo per fissare un ricordo che non vorrei perdere.

Karin e mio padre erano persone all’apparenza molto diverse. Quando si sono conosciuti, lei aveva circa sessant’anni e lui ottanta. Lei è una donna cosmopolita: madre tedesca, padre  polacco, cresciuta in un Paese dell’Est, emigrata in Italia, sposata nel milanese, trasferitasi in campagna. Lui aveva trascorso l’intera vita nel paesino in cui era nato, e in cui erano nati i suoi antenati negli ultimi due secoli, a parte quel fatidico 1943, quando, dopo l’8 settembre, si era unito alle bande partigiane del cuneese.
Lei conosce quattro o cinque lingue, lui sapeva solo l’italiano (oltre alla sua lingua materna, il dialetto oltrepadano del nostro paese).

Karin arrivò nel nostro paesino più o meno nell’anno in cui mio padre rimase vedovo. Lei aveva acquistato una vecchia casa con l’intenzione di ristrutturarla e viverci. Lui, sempre disponibile a dare una mano agli altri, l’aiutò e la consigliò. Ne nacque un’amicizia che andò oltre i consigli di pratica edilizia. Scoprirono insospettate affinità, altre le crearono loro stessi. Entrambi amavano i libri, amavano imparare nuove cose, ognuno a suo modo ma con la stessa passione. Mio padre giunse ad attingere alla  mia biblioteca libri di cui non aveva mai sentito parlare, prima per prestarli a lei e poi per leggerli lui stesso. Mai avrei pensato di vederlo con in mano una raccolta di racconti di Karen Blixen! Si trovavano in sintonia su molti argomenti, dalla politica ai fumetti, trovavano sempre mille argomenti di cui parlare.

Insomma, un’amicizia profonda, di quelle che si possono instaurare solo con poche persone nell’arco di una vita. Sospetto che, almeno da parte del babbo, ci fosse una certa (ruvida) tenerezza. Sicuramente, questo rapporto tranquillo ma intenso aiutò mio padre a superare il periodo del lutto e gli anni di vedovanza. Non che fosse tipo da lasciarsi abbattere, aveva già vissuto lutti importanti nella sua vita. Ma certamente l’amicizia con Karin lo fece vivere più sereno, dandogli nuovi motivi per continuare a stare al mondo.

Nel febbraio 2009, mio padre si stava lentamente spegnendo in  un letto di ospedale. Aveva compiuto da poco ottantasei anni. Fino a quel momento, era sopravvissuto, anche grazie ad una robusta dose di ottimismo misto a fatalismo, ad altri più o meno gravi problemi di salute. Quell’anno era diverso, lui sembrava presagire che da quel ricovero in ospedale, avvenuto pochi giorni prima del suo compleanno, non sarebbe più uscito. Mio fratello ed io, facendo acrobazie con gli orari di lavoro, facevamo in modo di essere sempre presenti al suo capezzale. Molti parenti e amici vennero a trovarlo ma non ricordo di aver mai visto Karin. Immaginavo che la rattristasse troppo il pensiero di vedere il suo amico in quelle condizioni, ero convinto però che mio padre, pur nel disinteresse crescente nei confronti del mondo fuori dall’ospedale, desiderasse una sua visita.

Domenica 22 febbraio, pomeriggio. Era la domenica di carnevale, un pallido sole riscaldava i ragazzini che facevano cagnara lungo le strade. Dalla finestra socchiusa delle camera d’ospedale si sentivano i loro gioiosi schiamazzi. Mio padre era a letto, da qualche giorno si alzava solo se sollevato da qualcuno. Aveva poca voglia di parlare (e ancor meno forza per farlo), con il trascorrere del tempo tendeva ad assopirsi. Un paio di cugini erano passati, si erano fermati qualche minuto e se ne erano andati.
Il sole stava tramontando quando entrò Karin, con il suo solito sorriso timido. Ci salutò con pacato calore (un apparente ossimoro che in lei però aveva un significato ben chiaro) e si avvicinò a mio padre. Si guardarono in silenzio per un paio di minuti ( a volte due minuti possono sembrare lunghi quanto “Guerra e pace”). Poi lei gli accarezzò la fronte con un gesto di infinita tenerezza. Gli disse solo: “E’ quasi primavera, tra poco iniziano i lavori nell’orto, fioriscono i ciliegi. E tu non ci sei”.
Detto questo, si chinò su di lui, gli diede un bacio sulla guancia sinistra e lo guardò ancora una volta. Una lacrima luccicava negli occhi del babbo. Non disse nulla, si limitò a ricambiare lo sguardo.
Poi Karin, sempre salutandoci cortesemente, se ne andò.

Il giorno dopo, in tarda mattinata, mio fratello, dall’ospedale, mi chiamò al lavoro per dirmi che nostro padre era morto.

Quante volte avrò sentito raccontare di persone che, in punto di morte, sembrano aver atteso qualcuno o qualcosa prima di cedere le armi. Pensi sempre, e a volte lo dici pure, se la confidenza con l’interlocutore te lo consente, che si tratti di coincidenze. Ma poi, quando ti capita personalmente, metti da parte la razionalità e la statistica e inizi a crederci. O comunque, vuoi farlo.
E a me piace credere che il babbo abbia aspettato di rivedere la sua amica più intima prima di andarsene.

Mi capita di pensare che, nel giorno in cui mi troverò in punto di morte (perché quel giorno arriverà, accidenti!), molto probabilmente non avrò parenti prossimi ad assistermi (poi, tutto è possibile!).
Chissà se ci sarà un amico o un’amica speciale a darmi un ultimo sguardo, a darmi un ultimo bacio, in quel giorno?

Lo spero vivamente!

 

 

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Gente che non c’è più

Bury me in a lonesome valley
So I can feel the sun goin’ up and down
And I can hear that old river rollin’
And the cryin’ wind is the only sound
(Tim O’Brien, “She’s runnin’ away”)

 

Per pochi minuti avevo vagheggiato di intitolare il post “La mia Spoon River”. Poi lo spirito del buon gusto mi ha preso per la maglietta sbattendomi contro un muro (il mio spirito del buon gusto è un tipo dalle maniere spicce): “Cosa accidenti pensavi di fare? Perché non, allora, ‘I sepolcri della bassa padana’? O ‘Dormono sotto la pianura’?”.
Naturalmente aveva ragione: non dico di essere quel gran creativo, ma banalità del genere sono degne dei peggiori titolisti di quotidiani (e comunque non degne del celebre titolo apparso su “Il lavoro” di Genova nel maggio 1990: “Pompini a raffica – Sammargheritese kappao“).

Oggi, 15 agosto 2017, giornata nota come “Ferragosto”, intorno alle ore 11 (antimeridiane!) ho fatto un giro al cimitero del mio paese. E’ il giorno della festa patronale, mi è venuto il desiderio di trascorrere un po’ di tempo fra i ricordi delle persone con cui, in un qualche modo, avevo vissuto questa giornata particolare (e tutte le altre giornate durante l’anno) in tempi in cui di questa festa mi importava qualcosa. Persone che non ci sono più, per le quali qualcuno (difficilmente in ossequio a eventuali scelte dell’interessato) ha lasciato pochi segni del loro passaggio: un nome, un  paio di date, una foto, qualche volta un commento o un disegno.

Non è un cimitero particolarmente bello o suggestivo. Non ha quel fascino crepuscolare di certi campisanti (che plurale orribile!) situati in qualche angolo impervio di zone collinari o montuose, magari sull’orlo di un baratro, racchiusi fra mura coperte di muschio e cancelli cigolanti, congestionati da tombe dall’aria vetusta e poco frequentate, immerse in un tappeto erboso allo stesso tempo selvaggio e curato, circondati da cappelle dall’aria diroccata. Sono questi i cimiteri che colpiscono l’immaginazione degli spiriti romantici d’ogni età ed estrazione, gente che questi luoghi di sepoltura se li va a cercare, li esplora, immaginando, un groppo alla gola, le vicende che hanno portato a quell’ultima dimora gli uomini, le donne ed i bambini di cui lapidi semi-cancellate rivelano il nome. “Guarda questa! Cosa c’è scritto? Lucania? Ah, no, Licinia! 1885 – 1906… pensa, aveva… aspetta che prendo il cellulare e faccio il conto… ventun anni! E’ morta così giovane! Chissà, forse era tisica. O magari si è consumata per amore!”, e giù un sospiro che, in confronto, fa sembrare un dilettante il fantasma di Canterville. Chissà, forse invece Licinia era una servetta distratta che si è tagliata con una mezzaluna arrugginita mentre tritava il prezzemolo e l’aglio per la salsa verde, prendendosi il tetano.
Il cimitero del mio paese non presenta neppure particolarità architettoniche interessanti, né per bellezza né per bruttezza né, tanto meno, per originalità. C’è una cappella in stile neoclassico malriuscito, con due grandi anfore ai lati del cancello d’ingresso, dotata di cripta, costruita da una famiglia di gente ricca del milanese, con pretese di nobiltà, che nel territorio del comune possiede terreni ed una megavilla con annesso parco ed ha avuto influenza nella politica locale, soprattutto ai tempi del Ventennio (quello di Mussolini, non quello di Berlusconi). Niente di che, insomma.

A me, però, questo cimitero così anonimo, dice qualcosa. Mi parla delle persone che ci sono sepolte e che ho conosciuto, mi parla anche di chi in quel luogo non c’è (o non c’è ancora). Il viale alberato che dal paese porta al piazzale del camposanto per me riecheggia delle voci dei ragazzini che, quando ragazzino lo ero anch’io, si accampavano sulle panchine fra gli alberi, arrivandoci in bicicletta, qualcuno con il motorino. Ci pareva che gli anziani, nel loro divenire ancora più anziani, si sedessero su sedili sempre più vicini all’ingresso del camposanto, in attesa di diventarne ospiti fissi.
Il muro occidentale dà su un campo che appartiene alla mia famiglia. Ad anni alterni ci venivano piantati il tabacco o il mais, qualche volta il grano. Fino all’anno della maturità, anch’io ero precettato per i lavori agricoli durante le vacanze scolastiche, e mi trovavo spesso a ridosso di quel muro, cercando di sfuggire agli ordini paterni (che non capivo quasi mai, combinando pasticci), ponendomi vaghe domande, tipicamente adolescenziali, sui destini degli uomini. Mio nonno diceva che avrebbe voluto essere sepolto in un luogo da cui continuare a tener d’occhio il suo campo. C’è riuscito: quando hanno costruito una serie di loculi in prossimità di quel muro, il nonno ne ha acquistati due (ha generosamente pensato anche per la nonna) e, quando è venuto il momento, è andato ad occupare il suo posto di osservazione. E forse un po’ osservato mi sentivo, quando facevo finta di lavorare accanto a quel muro. Ma sapevo che lo sguardo del nonno sarebbe stato, come sempre, mite e indulgente.

Anche oggi, come sempre, parcheggiando davanti al cimitero, ho guardato quel campo e la parete confinante, lasciando ai ricordi libero accesso alla mia coscienza.

Sono entrato dal cancello, ben tenuto e non cigolante, dirigendomi verso l’ala in cui, oltre ai nonni, sono sepolti anche i miei genitori. Come sempre, ho l’impressione che mi guardino attraverso le loro foto sulle lapidi. Mi sembra che conoscano i miei pensieri, il mio stato d’animo, le cose che ho fatto o non ho fatto, ed esprimano il loro parere atteggiando le loro espressioni: un impercettibile accenno di sorriso o le labbra strette in segno di disappunto della mamma, l’espressione ironica oppure severa del papà. Ovviamente sono io ad attribuire un’espressività a quelle foto, eppure…

Quando voglio passare un po’ di tempo in quel cimitero, ci vado quando non c’è nessuno (e mi secco quando qualcuno sopraggiunge) e seguo sempre lo stesso percorso.
Dopo aver interrogato le foto dei miei genitori e dato uno sguardo e un cenno di saluto a quelle dei nonni, l’occhio inevitabilmente scivola su una lapide poco distante, quella di A., un mio coetaneo morto lo scorso novembre, poco prima di compiere i cinquant’anni. L’ultimo nato della classe 1966 (al mio paese, intendo: nati in quell’anno eravamo dieci), il primo ad andarsene. La foto con il suo consueto atteggiamento di sfida alla vita, lo sguardo strafottente, la riproduzione di una bottiglia di Ceres (l’amico A. non era propriamente astemio) a celebrare ostinatamente le cose di questo mondo.
Procedendo lungo le varie cappelle, pubbliche e private, mi imbatto in lapidi con nomi famigliari: il prozio Augusto, che conobbi solo quando era costretto a letto dai postumi di un ictus ma dalla vita movimentata (e pure un po’ sregolata), la prozia Carolina, sua rassegnata consorte. Il padre di due miei amici, nella foto tanto somigliante al figlio maggiore. Passo davanti a quella sorta di mausoleo costruito da un abbiente famiglia milanese con possedimenti al mio paese. Dottori, ingegneri, avvocati. Marchesi, forse. Nessuno di quei nomi che mi dica qualcosa, però.

Raggiungo l’ala contigua al mausoleo. Lì, all’inizio dell’edificio, ci sono sepolti, in un unico loculo situato abbastanza in altro, i fratelli di mio padre. La zia Olga, morta a sedici anni di polmonite, poco prima che gli antibiotici rendessero quella malattia molto meno mortale che in passato. Il babbo raccontava di quando, disperato, la portava all’ospedale di Voghera in bicicletta. E lo zio Carlo, che se ne è andato quando io avevo poco più di un anno per colpa di una meningite fulminante. Chi l’ha conosciuto l’ha descritto in modo da farmelo sentire molto vicino, simile a me: curioso e interessato a tutti i rami dello scibile umano, appassionato tanto da arrivare a perdere le staffe se la discussione era di carattere politico (non provate a verificare se davvero gli somiglio anche in questo, potreste ustionarvi). Single. E su questa somiglianza, nessun dubbio!

Riconosco i nomi delle nonne di qualche mio amico d’infanzia, rammentando episodi di quasi quarant’anni fa: merende, storie raccontate infinite volte, rimproveri e pure inseguimenti con in mano il battipanni! Mi sposto verso destra e trovo le lapidi che mi fanno sorridere al ricordo delle persone lì sepolte. Una coppia di persone semplici, quel tipo di umili contadini che, finito il lavoro, non sapevano far altro per occupare il poco tempo libero che rimaneva loro che vuotare qualche scodella di vino. Con il passare degli anni e il diminuire del lavoro, il numero di scodelle è aumentato, facendo additare i due come ubriaconi. La gente li prendeva in giro. Una volta, un paio di tipacci  hanno caricato in macchina lo… scodellatore maschio, già abbastanza brillo, proponendogli di andare a prendere un caffè in riviera ligure. Al nostro eroe, che non aveva le idee molto chiare in fatto di geografia, avevano promesso di ritornare entro un’ora. Lo riportarono a casa due giorni dopo, a prendersi le sfuriate della moglie, alla quale non è stato in grado di spiegare dove fosse stato.

Alzo gli occhi allo sguardo vagamente ironico di don Carlo, parroco al mio paese da quando facevo le elementari. In un paesino, il parroco non è solo una figura religiosa, è un personaggio pubblico ed il suo modo di porsi influenza la vita della gente, non sempre in modo positivo. Don Carlo, in questo, è stato un ottimo esempio. Non riservava trattamenti di favore alle famiglie più abbienti (e più assidue a frequentar sagrestie), aveva un approccio egualitario. Non aveva paura di sporcarsi le mani con attività manuali, arrivando a lavorare personalmente al ripristino del tetto della chiesa. Amava la montagna e organizzava spedizioni a tutti i livelli, dalla gita collettiva per raggiungere mete facili ad arrampicate, con pochi “eletti”, decisamente più impegnative. Gli piaceva viaggiare, pur non disponendo di grandi mezzi economici, per cui organizzava gite nei luoghi più disparati cercando le soluzioni meno costose. Fra l’altro, era stato più volte in Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda, novello compagno don Camillo. Una volta mi portò una matriosca, che purtroppo non so più dove sia finita. Lo ricordo, in occasione della festa del paese (e oggi il ricordo di quei giorni è particolarmente vivido), gonfiare palloncini con una bombola di idrogeno tenendo fra le labbra l’immancabile sigaretta accesa, mentre io, ragazzino timoroso del fuoco, assistevo terrorizzato. Lo ricordo, negli ultimi anni della sua vita, già malato di cuore, quando io avevo già quasi trent’anni, parlarmi come si parla ad un amico.

Trovo le lapidi che ricordano tre fratelli scapoli che vivevano in una vecchia casa colonica. Uno di loro passava quasi quotidianamente in bicicletta davanti a casa mia, facendo abbaiare l’eventuale cane di famiglia e suscitando i commenti di mia mamma, sempre gli stessi ogni volta.
E poi il signor E., ritratto con un sorriso sghembo che rappresenta benissimo lo sguardo ironico con cui sfiorava tutte le cose. Accanto, la sua consorte, donna serissima e piissima.
Più in là, un’altra coppia che, negli anni ’70, aveva a che fare con la macinatura dei cereali e di cui mio padre parlava con alterno giudizio, a seconda probabilmente dei prezzi che i due gli praticavano.
Una insolita fotografia a colori (insolita trattandosi di gente nata nel secondo decennio del secolo scorso) ritrae C., che aveva un ridicolo soprannome. La foto rappresenta un uomo già anziano, la zazzera candida, ma con l’aria sbarazzina, come dire, da viveur di campagna. Sarà per la camicia dall’ampio colletto sbottonato, in un’iconografia di giacche e cravatte. Sarà che lo ricordo come un tipo indipendente, incurante dei giudizi altrui. Non si era mai sposato e quando non si è sentito più in grado di badare a se stesso in modo decoroso (o, più probabilmente, non aveva più voglia di gestire casa sua) si è auto-internato in una casa di riposo, portando in quel luogo generalmente tetro un po’ della sua chiassosa allegria. Nonostante non abbia avuto una famiglia sua, credo che sia stato molto amato. Una targhetta affissa alla lapide riporta queste semplici ma commoventi parole: “Arrivederci zio”.
Poco oltre, il luogo di sepoltura della signora (o meglio, visto lo stato civile, signorina) D. Nubile, dal carattere decisamente meno gioviale del signor C., la ricordo inguaribile brontolona, ma fondamentalmente buona e persino amichevole, una volta riusciti nella difficile impresa di entrare nelle sue grazie. Cantava in chiesa. Quando un anno venni chiamato a organizzare le anziane coriste per una messa dalle musiche più “moderne”, mi accorsi che dava una sua particolare interpretazione del classico canto “Camminerò”. Il testo originale diceva “camminerò sulla tua strada, Signor”. D. invece cantava “camminerò sull’autostrada, Signor”. La corressi prendendola bonariamente in giro, dicendole che le parole esatte erano “camminerò sull’autostrada del sol”, rendendomi successivamente conto che mi aveva preso alla lettera!

Un grande pannello incorniciato riporta la foto del mio amico F., morto a trentasette anni, insieme ad una poesia di Tagore ed ai pensieri dei suoi genitori. F., oltre ad essere una persona di grande vitalità e simpatia (rideva moltissimo ed in modo contagioso), era un talentuoso chitarrista con cui ho condiviso le mie prime esperienze musicali. Era anche un mago dell’elettronica, e appesa alla lapide c’è un piccolo circuito stampato con alcuni componenti saldati. Mi riprometto sempre di fotografare quell’aggeggio per studiarlo, ma non lo faccio mai. Mi limito a guardare la sua foto sorridente, con nostalgia per i tanti bei momenti trascorsi insieme, e a salutarlo: “Ciao, F.”.

Al termine di questa lunga ala del cimitero, nella parte più nuova, è sepolto il maestro S., grande violinista, nato al mio paese, nipote di un altro musicista che abitava accanto a casa mia, e vissuto successivamente a Milano (oppure in giro per il mondo, quando era in tournée). La lapide riporta un violino (riprodotto piuttosto pedestremente, oserei dire) e la scritta, che in qualche modo condivido: “la musica, la tua vita”.

Dopo essermi soffermato brevemente davanti alle sepolture di alcuni conoscenti, fra cui due fratelli con curiosi scambi di nomi: il signor Giuseppe, da tutti chiamato Mario, e il signor Mario, da tutti chiamato Luigi, attraverso lo spazio delle tombe interrate. Questa ampia area non ha l’aspetto raccolto di tanti piccoli cimiteri, forse per l’aspetto brullo del terreno fra una sepoltura e l’altra (non c’è un tappeto erboso a renderlo più omogeneo), che ricorda un cortile desolato. Qui c’è un tratto con una serie di tombe anonime, con giusto un fiore o una piccola croce a segnalarne l’esistenza. Credo che in molti casi si tratti di bambini defunti in periodi in cui la mortalità infantile era molto alta.
Per lo più, in questa brulla area, sono sepolte persone scomparse nella prima metà del secolo scorso o anche prima (si arriva anche alla seconda metà dell’800). In particolare, c’è la tomba in cui giacciono i miei bisnonni paterni (sì, entrambi, non so bene con quali modalità di sepoltura). La lapide riporta la foto della bisnonna, che ricorda mio fratello da giovane (!), e quella del bisnonno, baffoni e camicia con collo rigido dalle punte rivolte verso il basso, cravatta a laccio. C’è una scritta, completamente sbiadita, che menziona solo il nome di lei, la sua data di morte (il 1935) e la sua età (sessantadue anni).
Quando passo fra le sepolture in terra, penso che anch’io vorrei essere seppellito così, nel modo più semplice e antico.

Ignoro la serie di cappelle private in cui giacciono le persone appartenenti alle famiglie più abbienti (e ambiziose anche nella morte), limitandomi a ricordare i coniugi che gestivano la bottega di alimentari un tempo posta all’inizio della mia via. Lui aveva l’improbabile nome di Anchelito. Da bambino, quel negozio era il posto più lontano che potevo raggiungere senza incorrere nelle ire della mamma. Ero molto ligio e non ricordo di essere mai andato oltre senza il suo permesso (in compenso, all’altro estremo della via, che terminava in mezzo ai campi, mi infilavo spesso in stradine che portavano chissà dove). La bottega di Anchelito era per me un luogo di meraviglie: un locale piccolo e buio dove stava accatastato ogni ben di Dio (almeno, ai miei occhi): lecca-lecca, patatine, le prime confezioni di Estathé… Mi sono sempre piaciuti i luoghi raccolti e sovraffollati di roba utile alla sopravvivenza. Mi fanno sentire protetto.

Termino il mio giro in un’altra ala del cimitero dove sono seppelliti una coppia di prozii (lui era fratello minore di mia nonna). Qui ci sono anche numerosi personaggi che, in vari modi, hanno popolato la mia infanzia e prima giovinezza: la signora N., che vendeva il latte, e suo marito B., che guidava lo scuolabus. Uno scuolabus che una volta, usato per accompagnare noi ragazzi ad una festa di carnevale, si infilò in un fosso al ritorno (forse complice lo spumante che l’autista si era scolato), facendomi vivere l’avventura di guidare una spedizione in mezzo ai campi, in una nebbiosa sera di febbraio, alla ricerca di aiuto nella cascina in cui abitava una ragazzina del gruppo.
E poi C., il cantoniere che, a causa di un intervento chirurgico, non aveva voce e si esprimeva con sibili incomprensibili (ma che tutti parevano capire bene, come per esempio il barista, che preparava per C. abbondanti bicchieri di vino rosso).
Nelle vicinanze è sepolto uno dei miei favoriti, F.B., personaggio assai colorito, attivista sindacale e, non diversamente da tanti altri soggetti il cui ricordo mi è rimasto indelebilmente impresso, particolarmente appassionato di buone  bevute. F.B., con le sue estrose uscite (uscite verbali e uscite di strada con la sua FIAT 500), era l’idolo degli adolescenti. Ho in mente la dichiarazione che fece una volta, citando un vecchio film di Dino Risi: “Siamo poveri”, affermò un giorno in cui meditava sulla sua avversa fortuna in ambito finanziario, “poveri ma belli”. Siccome non era esattamente un Adone, era un modo tutto sommato ottimista per dire, citando un altro film: “Se tutto va bene siamo rovinati”. Un giorno, complice una bottiglia di bonarda, riuscì ad abbattere due semafori in una sola manovra di inversione. Al termine dell’impresa, piantò la 500 in mezzo alla strada e scese a guardare l’opera compiuta, grattandosi la testa perplesso: “Non ho capito come abbia potuto accadere”, dimostrando un’inaspettata padronanza dei congiuntivi e della consecutio temporum, se non quella delle manovre automobilistiche.

Mentre uscivo dal cimitero, riflettevo sul fatto che molte delle persone di cui ho ancora vividi ricordi non sono luminari della scienza o insigni maestri di vita. Sono i semplici, i casinisti, i tipi scostanti, gli originali, a volte gli ubriaconi. Sono quelli che non si sono realizzati secondo i dettami della società borghese, non hanno fatto i soldi, non hanno messo su famiglia o, se l’hanno fatto, hanno poi faticato a mantenerla. Sono quelli che qualcuno potrebbe chiamare “i perdenti”, in un mondo in cui vincere, non importa come, sembra essere la cosa più importante di tutte. Eppure, di questi perdenti ho più ricordi che di coloro che hanno vinto. Continuano a vivere dentro di me, con la loro inguaribile, sofferta, commovente umanità.

 

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Liebster-awarded (ellapeppa!)

Per dirla in stile “parla come mangi”, l’amica Martina, nota valchiria dedita al culto di Odino nel suo inedito avatar merliforme (e così, in barba agli ultranazionalisti scandinavi, ho unito miti norreni e teologie indù), titolare del blog Supposizioni & Supposte, mi ha insignito del premio Liebster. Grazie Martina!

Wow! Il premio Liebster! Ehm… ma cos’è il premio Liebster?  Lo spiega la stessa Martina: è un premio virtuale (ti pareva che vincevo qualcosa di tangibile?) assegnato da parte di chi lo ha già ricevuto (un premio ricorsivo, quindi) a blog con meno di duecento followers come riconoscimento della qualità del blog premiato e come incoraggiamento per l’autore.

In passato, questo blog, su altra piattaforma (la compianta Splinder), aveva parecchi lettori e commentatori. Detto per inciso, “lettori e commentatori”mi piace di più che “follower”, inutile anglicismo. La migrazione su WordPress ha ovviato alla chiusura di Splinder. Più difficile ovviare ad una crescente mancanza di voglia di scrivere nuovi articoli, cosa che ha portato all’attuale situazione per cui, per scrivere questo post, ho dovuto lottare contro le tenaci ragnatele che ostruivano l’accesso al blog. Ho rimosso solo le principali, quelle agli angoli del soffitto le ho lasciate (mi sarebbero mancate) e la polvere… oh, la polvere è rimasta dov’era, si sa mai che abbia bisogno di chiederle qualcosa, mettendo in pratica il vecchio suggerimento di John Fante.

Scusate la divagazione, torno all’ambìto premio. Il Liebster è un riconoscimento che comporta dei doveri (probabilmente anche il Nobel, nel caso vi saprò dire…). Il primo di questi è quello di pubblicare il logo del Liebster Award. Eccolo qui:

Liebster_Award

Il secondo dovere consiste nel ringraziare il blog che mi ha nominato e seguirlo. Ora, non so come si faccia a ringraziare un blog. Diciamo che lo farò nella persona di Martina, che quel blog redige e aggiorna. Lo seguirò certamente, lo faccio dal 2006. Su richiesta, seguirò pure Martina (magari non in bagno…).

Il terzo dovere è quello di rispondere a undici domande poste da chi mi ha nominato. E qui inizia la parte difficile. Vediamo:

  1. Qual’è il genere musicale che preferisci?
    Che accidente di domanda è? Il concetto di “genere” mi va un po’ stretto. La musica che preferisco è tendenzialmente suonata con strumenti acustici, voce compresa, con melodie costruite in base a rapporti gradevoli fra gli intervalli (lo so, è un concetto abbastanza astratto: diciamo che non mi piace troppo sentire un Do2 seguito da un Reb4); armonie altrettanto proporzionate, con qualche concessione alle dissonanze a mo’ di spezie; adeguato equilibrio fra il volume dei vari strumenti in modo che tutte le parti possano concorrere adeguatamente al risultato; voci utilizzate in modo abbastanza vicino alla loro espressione naturale, va bene il sostegno diaframmatico, ma vivo bene anche senza gli estremi di certo canto lirico (pure senza growl e distorsioni varie di certo rock), le armonie vocali sono gradite; le melodie preferisco siano relativamente semplici, di ispirazione popolare, non eseguite per sottolineare virtuosismo vocale ma per evocare immagini, ricordi, sogni, sentimenti; a soddisfare l’intelletto ci può stare la finezza armonica, purché mantenga l’espressività emotiva del  brano… mmm… mi rendo conto che la faccenda si sta complicando e allungando. D’altra parte, non riuscirei a dare una risposta generica tipo “country”, “blues”, “classica”, “rock” ecc.: appena pubblicata la risposta, me ne pentirei, pensando che forse avrei fatto meglio a dire un’altra cosa. Le preferenze di genere le lascio a quelli che hanno l’animo dei fans, io mi sa che sotto questo aspetto non sono granché.
    Nella mia “definizione” credo che ci stiano dentro un po’ tutte le cose che amo ascoltare: la musica acustica basata sulla tradizione anglo-scoto-irlandese e americana, l’opera barocca, tante varianti del cosiddetto roots-rock, ma anche i cori bulgari, Arvo Paart, tante musiche tradizionali dal mondo, un certo modo di fare blues, un certo modo di fare jazz (in dosi omeopatiche, per favore!), musica corale (senza esagerare con i cori alpini, troppo alcolici!)… insomma, un gran pezzo di quella importante ragione per vivere che è la Musica!
    Farei prima a dire quello che non mi piace. Chissà, forse potrei infilarci qualche intero genere… ma preferisco lasciare aperto uno spiraglio.
  2. C’è una canzone che ti rappresenta in modo particolare?
    Questa è facile: ovviamente la canzone è “E’ meglio Mario“, vincitrice dello Zecchino d’oro 1996!
    In alternativa, “Lark in the Morning” di Kate McLeod, ballata contemporanea in cui, a mio parere,  la musica ed il testo ben si armonizzano fra loro ad evocare uno struggimento di fondo, smussato ed attutito dal tempo, mai del tutto sopito.
    E’ una canzone che ho ascoltato per la prima volta una ventina di anni fa nella versione di Mollie O’Brien. Inizialmente mi aveva colpito l’accompagnamento di chitarra acustica fatto da Scott Nygaard, un vero poeta dello strumento. Ben presto iniziai a prestare attenzione all’intensa voce di Mollie e alle parole. In quei giorni, mi sembravano davvero parlare di me. Molti anni dopo, la canzone continua a rappresentarmi, ancor meglio di allora.
  3. Il tuo scrittore preferito?
    Altra domanda di non facile risposta. Ho avuto periodi in cui mi interessavo particolarmente ad un particolare autore: Emilio Salgari da ragazzino, Isaac Asimov da adolescente, più tardi i sudamericani, Amado e Marquez, la prima Allende, e poi Pennac, gli inglesi, mia grande passione, come Lodge, Amis, Dickens, Byatt, McEwan… e ancora Carlo Sgorlon, Silone. La Blixen. “Il Maestro  e Margherita” di Bulgakov, uno dei miei romanzi preferiti di sempre. Mordechai Richler. James Salter, John Willliams, Kent Haruf. Abraham Yehoshua, Amos Oz, Eskol Nevo. I fratelli Singer. Philip Roth. Continuano a farmi ridere “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo” di J.K. Jerome.
    Con gli anni, ho iniziato a variare parecchio, spaziando fra generi e stili piuttosto dissimili: “L’idiota” e subito dopo un giallo di Loriano Macchiavelli, seguito da una delle fantastiche avventure di Tuesday Next di Jasper Fforde. Dopo, tanto per gradire, Henry James e Virginia Woolf. Una parentesi con Mario Pomilio, poi una piccola dose di James Joyce e successivamente, per recuperare, Andrea Vitali. Lorenzo Licalzi e Jonathan Franzen. Se entro in una libreria corro il rischio di imbattermi in un autore che mi interessa. E subito dopo, in un altro. Se mi va male, in un altro ancora… E’ dura, ragazzi! Ci sono nomi, entrati nella mia mente e nel mio cuore nel passato o da poco, che, al vederli su un nuovo libro, continuano a farmi battere il cuore (e cacciare il portafogli!), ma non potrei dire “sono i miei scrittori preferiti”: come per la musica, dopo aver pubblicato il post me ne verrebbe in mente un altro, sarei preso dal rimorso come se avessi rinnegato un amico.
  4. Preferisci leggere poesia, narrativa o saggistica?
    Dai nomi che ho fatto nella risposta precedente penso si possa agevolmente dedurre che preferisco leggere narrativa. Che poi, nei romanzi che leggo trovo spesso splendida poesia e originale saggistica. Freud ammirava molto l’opera (narrativa) di Schnitzler per la sua profondità di analisi psicologica, al punto da avere una sorta di timore reverenziale per lo scrittore suo conterraneo. Non disdegno, comunque, la poesia, il teatro e neppure la saggistica (ma a piccole dosi, di documentazione tecnica ne leggo fin troppa per lavoro!)
  5. Ti va di descriverti  con 5 aggettivi?
    Apprezzo molto la delicatezza di quel “ti va?”. Attribuirsi aggettivi è sempre pericoloso: potrei scegliere un approccio soggettivo e rischiare sonore smentite oppure uno il più oggettivo possibile, al limite dell’autodenigrazione. Una più o meno falsa modestia, abbinata al tentativo di essere oggettivo, mi farebbe mettere da parte considerazioni sulle mie qualità. Posso usare avverbi o locuzioni avverbiali? Nel qual caso, potrei dire di essere relativamente colto, mediamente intelligente, tendenzialmente buono, abbastanza musicale, occasionalmente irascibile. Che dite, ci siamo? Senza avverbi: impulsivo, appassionato, ingenuo, affettuoso, rude. Può andare?
  6. Sei innamorato?
    Sempre e comunque (soprattutto comunque)!
  7. Se potessi provare la macchina del tempo, in quale epoca vorresti essere catapultato?
    Ecco, dipende dalle possibilità di gestire un eventuale ritorno, in caso di necessità. La domanda dice “catapultato”: diciamo che non mi piacerebbe piombare per caso in mezzo ad una pestilenza del medioevo, durante una carestia o fra le fiamme di un borgo incendiato dai lanzichenecchi. Ma nemmeno dalle parti della ghigliottina a fine ‘700, si sa mai che io possa apparire come un nemico della Repubblica. O fra i soldati napoleonici in ritirata dalla Russia.
    Epoche culturalmente interessanti ce ne sono parecchie, ma viverci potrebbe essere rischioso. Chissà, forse mi basterebbe tornare indietro di venti-trent’anni, magari con l’aggiuntiva possibilità di ringiovanimento fisico (le esperienze me le vorrei tenere), e fare altre scelte…
  8. Se ti regalassero un viaggio per una destinazione a tua scelta, dove andresti?
    Di posti che mi piacerebbe vedere, vicini o lontani, ce ne sono molti. Ma… già che mi regalano un viaggio senza specificare limiti, potrei scegliere di arrivare in qualche località del New England, magari Boston, e da lì partire, con una bella station wagon (oppure un van) completamente spesata da chi mi regala il viaggio, per qualche mese di vagabondaggio per gli USA, alla ricerca di luoghi, persone, musica. Ovviamente, con un documento che legalizza il mio girovagare, non vorrei finire a Guantanamo!
  9. Le 5 cose che non possono mancare nella tua valigia?
    Ussignur! Quando sto via più di un giorno ho sempre difficoltà a tenere il bagaglio leggero. Spero che la domanda non include cose come calze e mutande!
    Al netto degli accessori per una sopravvivenza civile minima e di eventuali farmaci obbligati, direi che nel mio bagaglio ci deve comunque essere: un grosso libro (o, con la possibilità di ricaricarne la batteria, meglio un lettore ebook con qualche centinaio di titoli assortiti), una torcia elettrica con buona autonomia, un set di piccoli attrezzi (forbici, cacciaviti, pinze), Biochetasi (sic!), apparato per la riproduzione della musica (anche in questo caso, con parecchi brani a disposizione, va bene anche il telefono) con cuffie.
    Potrei sostituire gli attrezzi con un giubbotto impermeabile pieghevole (a.k.a. k-way) oppure con una riserva compatta di cibo (non si sa mai). Oppure, se non potessi usare il lettore ebook, con un altro libro. Se il bagaglio mi deve servire per un tempo piuttosto lungo, potrei sostituire anche il lettore di musica con un altro libro (qualche sacrificio bisogna pur farlo!). Oppure con carta & penna, finiti i libri potrei mettermi a scrivere io.
  10. Un sogno che ti impegnerai a realizzare nella tua vita?
    Mi sa che sono un po’ in ritardo per molte, troppe cose… Non so se conoscete la canzone “Poems, prayers and promises” di John Denver. A ventotto anni già faceva un bilancio di una vita già ricca e pensava a quello che avrebbe voluto ancora fare: crescere una famiglia, partire per un luogo remoto, danzare fra le montagne della luna. A vent’anni, erano anche i miei sogni, ormai sbiaditi.
    Rimane un grande sogno, che in parte ho realizzato: quello di fare musica, la mia musica, comunque si possa definire. Musica con i migliori strumenti possibili: una chitarra acustica il cui suono sia poesia, un mandolino ed un banjo dal timbro deciso e dolce allo stesso tempo, un dobro che suoni come un cannone, un octave mandolin, forse un Corrado Giacomel, per cambiare suono, strumenti che devo ancora imparare a suonare ma chissà… Musica suonata con musicisti a me affini, che cerchino il risultato d’insieme piuttosto che il virtuosismo solista, musicisti che io possa chiamare “amici” (e non nell’inflazionistico senso di Facebook). Musica, il mio ultimo sogno.
  11. Un personaggio (reale o di finzione, storico o contemporaneo) che ammiri?
    A questo punto, nessuno si aspetta che io spari subito un nome, secco. Persone che ammiro ce ne sono parecchie, ognuna a pieno titolo, molte di queste sconosciute ai più. Da ragazzino, nella seconda metà degli anni ’70, giocavo con un paio di amici a far le corse in bici. Uno di loro diceva di essere Gimondi. L’altro si autoproclamava Merckx. “E io chi sono?”, chiesi, totalmente digiuno di ciclismo sportivo. “Tu sei Carlo ‘d Pulòt”, rispose uno dei due malandrini. Così passammo il pomeriggio sfrecciando per la piazza del paese, sorpassandoci a vicenda, gridando “Arriva Gimondi!”, “Passa Merckx!”, “Largo a Carlo ‘d Pulòt!”.
    Qualche tempo dopo scoprii che Carlo ‘d Pulòt era un anziano compaesano, non un campione mondiale di ciclismo. Eroi sconosciuti. Ecco, forse è fra questi che si nascondono i personaggi che ammiro di più. Gli antichi erigevano altari al Dio Sconosciuto, preoccupandosi, fra la moltitudine di dei che ai tempi andava di moda, di averne dimenticato qualcuno  che, irascibile, potesse vendicarsi. E io ammiro l’eroe sconosciuto. Chiunque esso sia, fra le altre doti deve avere questa: l’umanità.

Bene, ho faticosamente risposto alle undici domande. Ora dovrei nominare undici blogger con meno di duecento lettori accreditati, informarli del premio e stilare una lista di undici domande a cui dovranno rispondere… non ce la posso fare! Facciamo così: ora pubblico questo post. Mi documento sui possibili blog da nominare e in un successivo post completo il mio dovere di premiato.

Nel frattempo, andrò a leggermi le risposte degli altri blogger nominati da Martina.

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Anna (una storia per Halloween)

Ma… avevo scritto questo racconto per Halloween, più per far piacere ad un’amica che per pubblicare un post. E a quanto pare non l’avevo pubblicato. Lo faccio ora. E’ una storia ideata e scritta di getto, probabilmente non l’avevo nemmeno riletta. L’ho fatto ora, al volo, e grossi errori non ne ho trovati.

 

“Dov’è”?

“Da questa parte, dottore. Il medico legale è già arrivato, forse lo conosce, è…”

“Gianluca Santi. Sì, lo conosco, abbiamo studiato insieme”

Stefano, salutati con un cenno gli agenti fuori dalla porta, entra nell’appartamento, si dirige verso la camera da letto che un poliziotto gli ha indicato.

Nella luce innaturalmente forte tutto ha confini netti, irreali. Vede libri per terra, le pagine sgualcite e bagnate dall’acqua fuoriuscita da un bicchiere che si è fracassato cadendo dal comodino. Sedie rovesciate, un cuscino dalla federa lacerata. Non è difficile ipotizzare una colluttazione. Più difficile capire chi è stato a…

Stefano sposta appena lo sguardo e lo vede, disteso per terra e coperto da un lenzuolo bianco. si avvicina.

Una voce lo fa sobbalzare.

“Ciao Stefano”

“Ah… ciao Gianluca. Grazie per avermi avvisato”

“Di nulla, sapevo che Carlo era tuo amico. Mi dispiace”

Al pensiero Stefano sorride, mesto. Amici. Sì, finché non hanno conosciuto Anna, quella sera di cinque
anni prima, in uno strano pub di stampo irlandese. Lei era sola ad un tavolo, con il viso
rigato di lacrime. L’uomo che aspettava le aveva dato buca per l’ennesima volta e i
due amici, colpiti sia dalle lacrime che dall’avvenenza della ragazza, si sedettero vicino
a lei, attratti da un’inspiegabile malìa. Anna ritrovò il sorriso, Carlo e Stefano
persero la loro amicizia, innamorandosi entrambi di quella giovane donna bella, dolce e
misteriosa. I due se la contesero per qualche mese e lei non seppe, o non volle, decidere.
Poi Anna sparì senza dire nulla a nessuno.

Ed ora Carlo è steso a terra, morto, celato alla vista del mondo da un pezzo di stoffa.

“Posso vederlo?” chiede Stefano.

“Se vuoi. Non è un bello spettacolo” risponde Gianluca

“Ferite profonde? Mutilazioni?”

“No, no, niente di tutto questo. E’ morto per arresto cardiaco. Ma ha un’espressione…”

Stefano solleva il lenzuolo e avverte un formicolio al cuoio capelluto.

“Accidenti!”

Carlo aveva gli occhi sbarrati (“Non sono riuscito a chiuderglieli”, mormora il medico
legale), i capelli dritti e incanutiti. Una maschera di puro terrore.

“Arresto cardiaco… sembra letteralmente morto di paura!”

“Già, ma a causa di cosa? e cosa è successo in questa stanza?” chiede Gianluca, più a se
stesso che a Stefano.

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E’ il tardo pomeriggio del 31 ottobre. Carlo cammina veloce, nella nebbia che da dopo il
tramonto ha invaso la cittadina. L’illuminazione pubblica crea macchie nebulose sospese
per aria. La luce delle vetrine dei pochi negozi ancora aperti si diffonde nella nebbia
come un vapore fluorescente. Da uno di questi negozi esce una figura contro cui Carlo
quasi va a sbattere.

“Mi scusi, mi scusi, sono sempre così distratto…”

“Di nulla, non si preoccupi… ma… Carlo!”

Carlo, che stava procedendo oltre, si ferma e si volta a guardare la donna che lo ha
chiamato per nome.

“Anna. Anna, sei proprio tu?”, mentre un sorriso incontrollabile gli si allarga sul volto.

“Sì! Carlo!”

Anna si precipita fra le braccia di lui, che la stringe affettuosamente. Poi si separano,
fanno entrambi un passo indietro e si guardano, tenendosi le mani e sorridendo.

“Anna… ”

Carlo vorrebbe farle mille domande, ma ne formula solo una:

“…che ne diresti di un caffè?”

“Certo, Carlo, con piacere. Purtroppo sono attesa ad una… una riunione, non posso far
tardi. Ma un caffè ci sta!”

Entrano in un bar poco lontano. Sono gli unici avventori, si avvicina l’orario di chiusura
ed il barista li guarda di traverso, borbottando qualcosa che sembra una bestemmia.
Si fanno portare i caffè ad un tavolino.

Per un po’ non dicono nulla, si guardano e continuano a sorridere. Carlo si perde negli
occhi luminosi di Anna, esattamente come cinque anni prima, e un mucchio di legittime
domande rimangono in sospeso.
Lei si comporta come se non fossero passati tutti quegli anni, come se semplicemente
avesse fatto un breve viaggio e fosse appena tornata, felice di incontrare un tenero
amico.
La conversazione ha un che di surreale. Parlano del tempo, di lavoro, di qualche
conoscenza in comune (ma non di Stefano, l’antico rivale).

Il barista fa cadere un bicchiere e sgrana un rosario di sacramenti. Carlo e Anna capiscono
che è ora di andarsene. Pagano ed escono. Fuori la nebbia si è infittita ma a Carlo
sembra che splenda il sole di maggio.

“Senti, accompagnami a casa, così facciamo ancora due chiacchiere. Ti va?”

“Sicuro, con piacere!”

A Carlo non pare vero. Ai tempi in cui si erano frequentati, lei non aveva mai detto dove
abitasse, né a lui né, se gli si doveva credere, a Stefano. “Chissà…”, pensa Carlo,
“Chissà…”

Camminano una decina di minuti, tenendosi per mano, fino ad un brutto condiminio.
Anna tira fuori le chiavi dalla borsetta, apre il portone, accede la luce dell’atrio e
inizia a salire una rampa di scale, seguita da Carlo. Al quinto piano si fermano davanti
ad una porta alquanto scalcinata. La ragazza apre, un po’ a fatica, entra e accende la
luce. E’ uno squallido bilocale: un atrio che dà su una minuscola cucina e su una
altrettanto minuscola camera da letto, verso cui Anna si dirige, tirandosi dietro Carlo.

“Ti faccio accomodare qui, la cucina è troppo in disordine!” gli dice allegramente.

Carlo si siede sul letto che, contro le sue aspettative, non cigola, mentre lei si toglie
il cappotto e, rimanendo in piedi, si volta verso di lui, sciogliendosi i capelli.

E’ davvero splendida, con la chioma sparsa sulle spalle, con qualche ciocca che ricade
disordinata sulla fronte, le guance graziosamente arrossate dal cambio di temperatura ed
un sorriso dolce che la rende radiosa.

“Anna, sei… sei un sogno!” le dice Carlo, meravigliandosi di aver trovato il coraggio
di parlarle così.

“Grazie”, risponde timidamente lei, e le sue gote paiono diventare ancora più rosse.

Lui fa per alzarsi, ma la ragazza lo trattiene e gli si siede accanto. Rimangono così per
un po’, fianco a fianco. Poi, lentamente, si voltano l’uno verso l’altra, a guardarsi.
Carlo non ricorda di essere mai stato tanto vicino ad Anna ed il cuore gli batte sempre
più forte. La distanza fra di loro si riduce inesorabilmente, come seguendo una legge di
natura.

“Carlo…”, mormora lei, appena prima di appoggiare le labbra a quelle di lui. O sono
le labbra di lui ad appoggiarsi a quelle di lei?

Il bacio è casto e brevissimo, i visi si discostano leggermente e i due tornano a
guardarsi, mentre si tengono per mano.

“Anna… sapessi quante volte ho sognato questo momento… e continua a sembrarmi un
sogno…”

Gli occhi di lei sembrano riflettere intere costellazioni, mentre gli risponde con tono
dolcissimo:

“Carlo… Carlo… no, non è…” e intanto lei gli si avvicina, socchiudendo le labbra.

“…un sogno”, ed il tono si fa più roco

“No, Carlo, non è un sogno”

Carlo si ritrae leggermente. La voce di Anna all’improvviso ha perso la dolcezza di prima
ed ora è più metallica.

“Non è un sogno”, ripete lei, con la voce di un automa da vecchio film di fanstascienza.

Carlo fa un passo indietro e sgrana gli occhi. Anna è lei e al contempo non è più lei.
Il viso è lo stesso, gli occhi sono gli stessi ma lo sguardo ha qualcosa di cattivo.

“Non è un sogno, no, proprio no”

La bocca si allarga in un ghigno che mette in mostra denti non umani.

“Ma che cazzo…” Carlo cerca di alzarsi, ma le mani di lei stringono forte le sue, forte
da far male.

Carlo grida. Le unghie di Anna gli si ficcano nella pelle, la bocca di lei aperta per
metà, con quei denti orrendi, si avvicina al volto di lui.

Con uno strattone disperato, Carlo riesce a liberarsi e si alza, urtando il comodino e
facendo cadere un bicchiere d’acqua mezzo pieno ed un paio di libri. Cerca di dirigersi
verso la porta ma Anna lo raggiunge e con un ceffone lo fa cadere a terra.

Gli si avventa addosso, in un’orrida parodia di amplesso, inchiodandolo al pavimento.

Carlo ha gli occhi sbarrati dal terrore mentre lei lo guarda con quel volto angelico e
gli parla con voce diabolica.

“Non è un sogno, Carlo, non è un sogno”

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Stefano, salutati Gianluca e gli agenti, esce dal minuscolo appartamento, poco più di un
bilocale, e si incammina verso la macchina. La nebbia è sempre fitta, ma lui quasi non
se ne accorge, ancora preso dal pensiero della strana morte di Carlo.

Poco prima di raggiungere l’auto, dalla nebbia emerge una figura. E’ una donna, si dirige
verso di lui.

“Stefano!”

E’ una voce famigliare, dolce e allegra.

“Non può essere!” pensa Stefano, ma poi risponde:

“Anna! Sei proprio tu?”

“Sì! Ciao, Stefano!”

“Anna… sembra un sogno!”

“Non è un sogno, Stefano, non è un sogno”

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