Prova costume

Io sono la spiaggia.
Sono stata creata da onde e correnti.
Sono fatta di rocce erose.
Io vivo accanto al mare.
Ci sono da milioni di anni.
C’ero fin dall’alba della vita stessa.
E devo dirti qualcosa.

Non mi importa del tuo corpo.

Io sono la spiaggia.
Non me ne frega letteralmente un cazzo.
Sono completamente indifferente al tuo
indice di massa corporea.
Non mi fa né caldo né freddo che i tuoi addominali
siano visibili ad occhio nudo.
Io sono inconsapevole

(da “Notes on a Nervous Planet” di Matt Haig, traduzione mia)

Da qualche giorno, irritato da una pubblicità che mi capita di ascoltare alla radio, stavo pensando di scrivere un post su questo angosciante problema che sembra eclissare drammi evidentemente meno sentiti come gli esami di maturità, l’emigrazione di massa o i farabutti al governo.

Al termine di una rassegna stampa radiofonica a base di tragedie, dopo un notiziario non più allegro, una vocetta cantilena, con finto timbro infantile: “sta arrivando la prova costume, sta arrivando la prova costume!”. Un’altra voce, dal tono perplesso, le risponde: “E sei contenta?”. Sì, la rimbambita è contenta perché, a detta sua, ha un metodo efficace per apparire in spiaggia come le copertine dei rotocalchi (o, più modernamente, le web-star di Instagram) impongono.

Ogni  volta che sento questa pubblicità, mi vengono spontanei coloriti commenti. E non è l’unico momento della giornata in cui sento parlare di questa fatidica “prova costume”. E’ un argomento che spopola, dai discorsi alla macchinetta del caffè a rubriche di spigliati telegiornali al tentacolare mondo del web. La prova costume. Ci incazziamo con i professori se i nostri figli vengono rimandati a settembre i matematica o in latino (ora si dice che il passaggio alla classe successiva è “sospeso”, sia mai che “rimandato” turbi la fragile psiche del pargolo -o del genitore), ci danno fastidio gli esami, ma il problema di apparire in ambiente balneare con forme adeguate a improbabili (e impossibili) modelli diventa una prova. Un’ordalia. Il giudizio del costume (da bagno).

Qualche decennio fa, l’abbronzatura era una delle attività a cui si dedicavano gli abitanti dell’interno che andavano al mare. Bagni, partite a bocce e tintarella. I milanesi arrivavano, che so, a Cesenatico con colori che andavano dal pallido al latteo e ripartivano, a seconda del tipo di pelle e dell’accortezza nell’impiego di protezioni solari, dal color biscotto al color aragosta, con successivo effetto lucertola. Qualcuno affogava o finiva in Croazia (allora parte della Jugoslavia) esagerando nell’allontanarsi dalla spiaggia con il pedalò. Ma pazienza.
E sulle rive dell’Adriatico (ma anche del Ligure, del Tirreno, dello Ionio, dei mari insulari vari) si stendevano personaggi delle fogge più disparate, dallo scheletrico all’obeso. Tutti convivevano in pace.

Adesso la gente si prepara con mesi di anticipo, vuole arrivare in spiaggia con un adeguato colorito, acquisito faticosamente esponendosi al sole sotto gli sguardi indiscreti dei vicini di casa o pericolosamente agli ultravioletti delle lampade abbronzanti.

E, soprattutto, vuole (o spera, o prega per il miracolo) che la propria forma sia congrua ai modelli imposti dal sistema.
Palestra, diete, pasticche, chirurgia estetica, pellegrinaggi a Lourdes. Tutto per non farsi additare come “fuori forma”, per non subire commenti tipo: “per quella il costume adatto è il burqa, non il bikini” o “ehi, ma quello è senza costume o ce l’ha sepolto dalla panza?”.
Gli eroi sono coloro che raggiungono risultati chiamati “ventre piatto” o “addominali scolpiti”.

Insomma, andare al mare, per molti, è diventata una prova, non un piacere. Una prova a cui, devo dire, molti si preparano con un impegno bel superiore (e accettato più di buon grado) di quello che metterebbero nel preparare una maturità.

Stavo meditando (oziosamente) su queste ed altre considerazioni quando mi sono imbattuto nei versi di Matt Haig. Ed ho capito che anche su questo argomento il grande potere di sintesi proprio della poesia dice molto di più e molto meglio di quello che le mie sarcastiche parole di uomo non congruo ai modelli imposti possano fare.

Alla spiaggia, che c’era molto prima di te e ci sarà ancora per molto tempo dopo, del tuo ventre piatto, dei tuoi addominali a tartaruga, non frega un cazzo.

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Sola andata

Un’amica in una email mi ha scritto, a proposito di un suo prossimo, significativo trasloco: “Devo dire mi ha fatto un certo effetto comprare un biglietto solo andata!”

Questa frase mi ha ricordato un episodio accaduto oltre trent’anni fa. Ho rivissuto la scena come fosse accaduta ieri.

Si chiamava come me ed era il papà di M., il mio compagno di liceo preferito.

M. ed io eravamo nella stessa classe e, fin dai primi giorni del primo anno, lo riconobbi come simile a me (pur avendo ben presto individuato significative differenze fra noi). Entrambi mingherlini (aggettivo che ora non posso più usare nel descrivermi), ancora abbastanza infantili nei tratti, spaesati in quell’ambiente nuovo che ci appariva quasi ostile, due nerd ante litteram. Ci difendevamo dalle goliardiche aggressioni dei ragazzi più grandi a colpi di dichiarazione dei diritti dell’uomo: “Non hai il diritto di farci questo,  violando la nostra libertà!”. E finivamo regolarmente schienati o issati sopra un armadio nei corridoi. Io imparai rapidamente l’arte di mimetizzarmi, M., più estroverso, continuò a sbandierare le sue prerogative di uomo libero. E a finire in cima agli armadi.
M. abitava nella cittadina che ospitava il liceo mentre io venivo dalla campagna (cfr. Mc 15,21), per cui mi capitava di fermarmi a pranzo a casa sua. In questo modo conobbi la sua famiglia: la mamma, spiccia ed energica, la sorellina, la nonna, il nonno, lo zio falegname irascibile. Il cane, una cagnetta nera che chiamavano Gordon. E il papà? Il papà non lo vedevo mai. Non avendo ancora sufficiente confidenza per chiedere, formulavo ipotesi man mano sempre più sinistre. Inizialmente supposi che i genitori di M. fossero separati (un pensiero ancora piuttosto tabù per un ragazzino campagnolo nel 1981). La fantasia al galoppo, arrivai a sospettare che il papà fosse un membro latitante delle Brigate Rosse quando mi fu chiaro che la famiglia di M. aveva idee di estrema sinistra. I tre volumi di “Il capitale”, edizione UTET, che spiccavano nell’enorme libreria (che invidiavo), incombente rivestimento delle pareti del piccolo soggiorno della casa in cui viveva M., fungevano da prova indiziaria del mio ardito sospetto.
La verità, che ci misi un po’ ad accettare come buona, pensando che si trattasse della copertura di attività sovversive, era che il padre di M. viveva per cinque (a volte anche sei o sette) giorni alla settimana in una città a centocinquanta chilometri di distanza, dove era socio di uno studio legale.
M. ed io, divenuti amici inseparabili, continuammo a vederci anche durante le vacanze estive e, nei giorni in cui lo studio era chiuso per ferie, ebbi modo di conoscere l’ineffabile papà.
Lo trovai immediatamente simpatico e affascinante. La folta barba nera gli conferiva l’aspetto che mi attendevo da un rivoluzionario comunista, l’entusiasmo quasi infantile per l’intero scibile umano lo avvicinava alla mia indole di ragazzino curioso, la sua ironia pronta e creativa mi divertiva e mi faceva pensare “anch’io voglio essere così!”.
La simpatia era reciproca, la manifestava prendendo spesso le mie difese durante le interminabili dispute scientifiche (o fantascientifiche) con M., ragazzo dalla micidiale verve polemica, raccontandomi aneddoti, cercando di iniziarmi ai princìpi del bridge (che non imparai mai), fino a farmi dono di quel gioco di scacchi in legno che tanto mi piaceva (lo fece con signorile delicatezza, dal momento che mi regalava un gioco usato, come fosso un bambino povero -e in effetti la mia famiglia era assai più modesta di quella di M.).
Non dimenticherò mai la lettera che mi scrisse al termine del mio disastroso terzo anno di liceo, in cui, senza cadere nello stucchevole, mi raccontò di un suo compagno di scuola che, a dispetto di qualche anno concluso malissimo, diventò ingegnere e successivamente dirigente della Montedison.

Il papà di M. aveva un problema cardiaco, probabilmente una pericardite degenerata. In seguito a complicazioni, gli venne prospettata la necessità di un intervento abbastanza delicato. Non ricordo per quale motivo, decise di farsi operare a Marsiglia.
In famiglia avevano deciso che lui sarebbe partito per primo, in treno, e la moglie lo avrebbe raggiunto qualche giorno dopo.
Il giorno che il padre di M. si recò in stazione per acquistare i biglietti andò con lui tutta la famiglia. Ero da loro a pranzo, andai anch’io.
Senza far trapelare particolare emozione, nonostante la delicatezza dell’intervento che lo attendeva, chiese i biglietti per Marsiglia. Il bigliettaio lo apostrofò:

– Sola andata?

Il papà di M., che non aveva paura nemmeno del diavolo, prese un bel respiro, appoggiò i gomiti sul banco, squadrando per bene l’impiegato, e assunse il suo tono ironico più tagliente:

– Allude?

 

 

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L’evoluzione del latte

Qualche giorno fa, era un sabato mattina sul tardi, entro nel solito bar per il solito caffè addizionato della solita quantità di latte freddo, sperando che il candido additivo mi venga versato nel modo più acconcio.

Dietro il banco vedo ben due bariste bionde. Mi stropiccio gli occhi, guardo di nuovo: le due bionde sono ancora lì, che mi sorridono perplesse.

“Fagli un caffè ristretto”, dice la solita barista bionda all’altra, nuova. E poi si rivolge a me:

“Per il dosaggio del latte useremo questo accessorio hi-tech!”

La seconda barista bionda mette sul banco il piattino con accanto il cucchiaino e sul piattino deposita la tazzina contenente l’aromatico liquido, nel quantitativo giusto, con la giusta consistenza.

“E ora vediamo dosare la corretta quantità di latte”, mi dice la ragazza, con fare professorale.

La nuova barista bionda (come l’altra, del resto) avrà un quarto di secolo abbondante in meno di me ma mi sembra di essere tornato al corso di laboratorio di chimica. Mi spiega come versare il latte dal lato in cui il coperchio è incernierato alla bottiglietta, in modo apparentemente incongruo. In questa maniera -c’est la magie!- è possibile regolare con precisione farmacologica il fluire del bianco liquido.

Problema risolto, dunque? La giusta dose di latte indipendentemente dall’abilità -o dalla volontà- di chi sta dietro al bancone?

Un paio di giorni dopo entro nello stesso bar. C’è la barista mora ma io, che so del nuovo accessorio, non mi perdo d’animo. Ordino un caffè ristretto.

“Ci vuoi il latte?”, mi apostrofa l’algida ragazza.

Io mi guardo intorno, cercando la magica lattiera. Non la vedo, inizio ad agitarmi.

“Cerchi la bottiglietta? L’ho tolta per far posto agli aperitivi”

Senza aggiungere altro, brandisce la bottiglia, rigorosamente fredda di frigo, e fa colare nella tazzina una cascata di latte gelido.

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Un goccio di latte

Il a mis le café
dans la tasse
Il a mis le lait
dans la tasse de café

…e poi la poesia di Prévert (i cui primi versi ricordo a memoria dai tempi delle medie) prosegue in un crescendo di desolazione, la descrizione di una coppia che non ha più niente da dirsi (se mai ne ha avuto).

Fermiamoci ai primi versi: il caffè nella tazza, il latte nella tazza contenente il caffè.

Ecco.

Sto cominciando ad odiare la barista mora.

Alla mattina mi fermo al bar per un caffè, uno dei due, massimo tre, che prendo quasi ogni giorno. Un rito prima di andare al lavoro.
Di solito arrivo al bar alle sette e quaranta, a volte anche oltre.
Sono sempre in spudorato ritardo ma mi fermo ugualmente per quel rito.
A celebrarlo, in genere, c’è la barista bionda.
Bassa, gradevolmente arrotondata, due sfolgoranti occhi azzurri, carina. Gentile senza affettazione, parla volentieri con tutti, sebbene siano già due ore e mezza che è in piedi. E mentre parla, elargendo qualche luminoso sorriso, prepara tazzine di caffè, bicchieri di latte macchiato, cappuccini, distribuisce brioches e resti a tutti gli avventori con solerte efficienza e velocità. Eppure non sembra affannarsi, non sembra fare le cose con fretta.
Quando arrivo, sbircia l’orologio appeso alla parete, sa quanto sono in ritardo e provvede a farmi avere il più rapidamente possibile la mia tazzina di caffè.
Ecco, il caffè. Lo prendo ristretto e ci faccio aggiungere un goccio (solo un goccio!) di latte non riscaldato. La barista bionda sa che questo goccio di latte non è una quantità casuale ma una misura ben precisa, proporzionale a quanto caffè c’è nella tazzina. Versa il latte lentamente, come un chimico che stia facendo una titolazione in laboratorio. Durante questa operazione, entrambi chiniamo la testa sulla tazzina, quasi un tête-à-tête, un momento di grande intimità. Giusto il contrario di come va a finire la poesia di Prévert.
“Va bene?”
“Ancora mezzo goccio… ecco, così va bene, grazie!”
Così si conclude la cerimonia del latte.
Il caffè è ottimo, le asperità del gusto smussate dall’aggiunta di latte.

Ogni tanto la barista bionda non c’è, la sostituisce sua sorella, la barista mora.
La barista mora è alta, spigolosa, lo sguardo altero. Carina anche lei, di una bellezza gelida. Il tono vagamente sprezzante, parla quasi esclusivamente con chi le sta simpatico (eventualmente, al telefono). Sorrisi, poco più di zero.
Tendenzialmente, prepara un caffè (un cappuccio, un bicchiere di latte caldo) alla volta, con buona pace di chi ha fretta.
Anche a lei chiedo un caffè ristretto con un goccio di latte non riscaldato.
Ecco, il latte. Niente tête-à-tête, dalla sommità della sua altezza la barista mora versa il latte come se dovesse riempire un bicchiere d’acqua. Se non reagisco con sufficiente prontezza (“STOP!”), il caffè ristretto viene diluito a livelli omeopatici.
Quasi sempre, quando alla mattina c’è la barista mora, mi tocca bere una sorta di mini cappuccino freddo, freddo come lo sguardo della bella e altera signora.

Stamattina c’era la barista mora ed il gelo di quel caffè con un goccio di latte non ha ancora abbandonato il mio stomaco. O il mio cuore?

 

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Divisioni

Facevo terza elementare. Una mattina la maestra mi chiamò alla lavagna a fare una divisione. Mentre mi alzavo dal banco mi resi conto con terrore che non avevo la più pallida idea di come si facessero le divisioni! I due numeri che l’insegnante mi chiese di dividere li misi in colonna, come per una somma o una moltiplicazione. “Voglio proprio vedere come andrai avanti, adesso”, mi apostrofò, divertita, la maestra. Poco dopo, rosso di vergogna, me ne tornai al posto, fra i risolini (o le aperte sghignazzate) dei compagni di classe.
Alcuni giorni dopo, la maestra raccontò l’episodio a mio padre, concludendo che: “Mario scrive senza errori ma i suoi temi sono scarsi. Soprattutto, non ha proprio nessuna inclinazione per la matematica”. Il babbo non era d’accordo.

 

Duecentoquarantasei diviso sette, eh?

Scrivilo sul foglio…  no, non in colonna! Ma no!

Fai cosi, dai

246 : 7

…ecco, e metti l’uguale.

246 : 7 =

Bravo. E adesso cosa facciamo?

Non lo sai? Mmm…

Cominciamo così: il sette nel due non ci sta. Giusto? Giusto.

Allora, segna le prime due cifre
__
24 6 : 7 =

Ecco. Il sette nel ventiquattro quante volte ci sta?

Come “boh”? Ragiona: sette, quattordici, ventuno… ventotto no, è troppo. Quindi il sette ne ventiquattro ci starà…

…tre volte, giusto! Allora, dopo l’uguale scrivi tre.
__
24 6 : 7 = 3

Bene. Adesso facciamo tre per sette che fa? Ventuno. Sì, le tabelline le conosci, lo so. Allora, quel ventuno lo scrivi sotto il ventiquattro. Prova un po’…
__
24 6 : 7 = 3
21

Bene così! Adesso fai ventiquattro meno ventuno, che dà tre, no?

Quel tre lo scrivi sotto il 21. Ecco, così.
__
24 6 : 7 = 3
21
3

Bene, e adesso abbassa il sei.

Eh? Cosa dici? Ma no, non ho niente contro il sei! Perché?

Ahahahahahah! Ma sei proprio una sagoma! Non ho mica detto “abbasso il sei”, ahahahahah!

Dai, basta fare lo spiritosone, abbassa il sei. Scrivilo di fianco a quel tre solitario. Ecco, bravo.
__
24 6 : 7 = 3
21
36

Adesso, e qui c’è il trucco per fare le divisioni, guarda quante volte il sette sta nel trentasei.

Giusto, ci sta cinque volte. Molto bene! Scrivilo di fianco a tre del risultato… così!
__
24 6 : 7 = 35
21
36

Adesso fai cinque per sette che viene… Trentacinque, giusto.

Scrivi il trentacinque sotto il trentasei.
__
24 6 : 7 = 35
21
36
35

Bene così. E adesso cosa facciamo?

Mmm… non sarebbe una brutta idea ma no, prima di andare a cena finiamo questa divisione.

Sì, Mario, lo so che la mamma ha fatto le cotolette impanate, si sente l’odore dalla cucina, le sta friggendo nel burro… mmm… sì, sì, anch’io ho l’acquolina in bocca. Ma prima…

…dai, secondo te è finita qui? No? E allora cosa dobbiamo fare ancora?

Lo so che l’odore delle cotolette che friggono ti distrae ma… su, dai…

Ecco! Bravo! Allora la maestra si sbaglia dicendo che non sei portato per la matematica.

Proprio così, facciamo la sottrazione fra il trentasei e il trentacinque. Che viene uno. E lo scrivi sotto. Così.
__
24 6 : 7 = 35
21
36
35
1

Bene. E ora? Si può andare ancora avanti?

No, bravo. Il sette nell’uno non ci sta e non ho altre cifre da abbassare.

Quindi: duecentoquarantasei diviso sette fa trentacinque col resto di uno. E ora sgomberiamo i quaderni, che la mamma mette giù la tovaglia…

…e sì, certo, arrivano le cotolette!!!

 

Grazie papà. Ci sei sempre stato. Con discrezione, a volte senza dire una parola. Ma c’eri. E in qualche modo ci sei ancora. Non mi hai insegnato solo a fare le divisioni…

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Per non dimenticare

Scrivo per me. Scrivo anche per chi mi conosce, saprà abbastanza di me per capire, anche se magari non riconoscerà tutti i nomi. Chi non mi conosce non capirà tutto, ma certi sentimenti e certi dolori sono universali, scrivo anche per chiunque passi di qui e voglia leggere.

Prima settimana di febbraio, anno 2002

– Mamma, hai visto? Sembra primavera!
– Ma per me non è primavera.

Sono fra le sue ultime parole. Nella sua vita ha sempre pronunciato frasi semplici e dirette. E’ stata una delle poche volte in cui ha detto qualcosa che non era una semplice esposizione di fatti. Ha usato una metafora, dolente poesia. La mia mamma…

Giorno 12 del mese di febbraio, anno 2002

Respirava a fatica, non ha praticamente parlato. Però ci ha sorriso.
Poco dopo, ero sulla porta della camera da quattro letti, non riuscivo a decidermi ad andarmene. Accanto a me c’erano Erica, Maurizio ed un’altra persona, forse Elena, la fidanzata di Maurizio, forse mio fratello.
Lei aveva ancora un debole sorriso sulle labbra. Ad un certo punto ha alzato la mano destra, libera dagli aghi della flebo, e ci ha fatto ciao ciao, come fanno i bambini.
Le ho risposto allo stesso modo, trattenendo le lacrime (quello che cerco di fare ora…), e me ne sono andato, seguito dagli amici.

Giorno 13 del mese di febbraio, anno 2002
mercoledì delle Ceneri

Alla mattina, prima delle otto, accompagno Erica dal noto musicista  con il quale deve andare a Bergamo in studio a registrare le parti vocali di un disco di folk.
Vado in ospedale, aggiro medici e infermiere che svogliatamente cercano di fermarmi, non è orario di visita per i parenti.
La trovo assopita, di un sonno lieve. Ha l’aria stanca. Le vicine di letto mi dicono che durante la notte ha avuto difficoltà respiratorie, ma ora il suo respiro è regolare e leggero. Il respiro di chi ha abbandonato le sue zavorre terrene per iniziare un lungo, aereo viaggio. Lei, che non è mai arrivata più lontano di Cesenatico.
La guardo ancora per un po’, poi un’infermiera, che pietosamente ha fatto finta di niente per qualche minuto, mi invita ad uscire.

Alle 10,04 ho un treno per Milano, per il lavoro. Ho ancora tempo e passo dal mio paese, vado alla messa delle Ceneri. Quella semplicità penitenziale mi sembra dolorosamente autentica.

Poco dopo le 15 rispondo al telefono del mio ufficio. Sollevo la cornetta e la prima cosa che sento è un pianto, un pianto di donna anziana, la vicina di casa. Non ho bisogno di aspettare le parole di mio fratello che mi dice, secco, che la mamma è morta.
Cerco il mio capo per dirgli che me ne torno a casa, incontro Sabrina e crollo fra le sue braccia. Mi accompagna in stazione, sono poche decine di metri. Aspetta con me che arrivi un treno e mi abbraccia forte prima che io salga.
All’arrivo, in stazione mi attendono Maurizio ed Elena, avvertiti da Sabrina. Mi fa piacere vederli. Prendo un caffè con loro e torno a casa. Cerco di rintracciare Erica al cellulare ma probabilmente sarà ancora a registrare e non risponde. La vedrò qualche ora dopo, passerà la notte con me, una notte terribile ma mitigata da quella presenza tenera e appassionata.
A casa, mio padre e mio fratello, chiusi in un silenzioso dolore.
“Si è spenta come una candela”, mi racconta il babbo, che era accanto a lei in quel momento definitivo. E’ un’immagine rasserenante, fa pensare che se ne sia andata senza soffrire. Nel dolore, sono felice che ci sia stato lui vicino alla mamma, mi piace immaginare che lei se ne sia accorta.

Ancora una volta addio, mamma.

O meglio: ciao ciao, come fanno i bambini.

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The night time is (not) the righ time

Mi dico:

La notte è mia nemica. Una nemica potente e spietata.
Il sonno è mio amico. Un amico fragile e pietoso.

E penso:

Il giorno? Il giorno è troppo luminoso.
Troppo anche quando in cielo ci sono solo nubi.

Così provo a nascondermi dietro ad un mantello che non è mio, che non ho mai portato, che non so portare.
Un mantello, sì.
Un abito elegante svolgerebbe meglio il compito di dissimulare, ma su di me suonerebbe falso come una moneta da tre euro.

Infilo sotto questo vecchio mantellaccio tutto quel caotico bagaglio che mi porto appresso, cerco di nascondere ciò che fino a ieri vedevano anche i ciechi.
Provo ad avanzare così, nel giorno troppo luminoso, in attesa della notte spietata e del sonno compassionevole.

Non funzionerà, lo so. Ci ho già provato.

Attendo che il vento mi riscaldi.

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