Divisioni

Facevo terza elementare. Una mattina la maestra mi chiamò alla lavagna a fare una divisione. Mentre mi alzavo dal banco mi resi conto con terrore che non avevo la più pallida idea di come si facessero le divisioni! I due numeri che l’insegnante mi chiese di dividere li misi in colonna, come per una somma o una moltiplicazione. “Voglio proprio vedere come andrai avanti, adesso”, mi apostrofò, divertita, la maestra. Poco dopo, rosso di vergogna, me ne tornai al posto, fra i risolini (o le aperte sghignazzate) dei compagni di classe.
Alcuni giorni dopo, la maestra raccontò l’episodio a mio padre, concludendo che: “Mario scrive senza errori ma i suoi temi sono scarsi. Soprattutto, non ha proprio nessuna inclinazione per la matematica”. Il babbo non era d’accordo.

 

Duecentoquarantasei diviso sette, eh?

Scrivilo sul foglio…  no, non in colonna! Ma no!

Fai cosi, dai

246 : 7

…ecco, e metti l’uguale.

246 : 7 =

Bravo. E adesso cosa facciamo?

Non lo sai? Mmm…

Cominciamo così: il sette nel due non ci sta. Giusto? Giusto.

Allora, segna le prime due cifre
__
24 6 : 7 =

Ecco. Il sette nel ventiquattro quante volte ci sta?

Come “boh”? Ragiona: sette, quattordici, ventuno… ventotto no, è troppo. Quindi il sette ne ventiquattro ci starà…

…tre volte, giusto! Allora, dopo l’uguale scrivi tre.
__
24 6 : 7 = 3

Bene. Adesso facciamo tre per sette che fa? Ventuno. Sì, le tabelline le conosci, lo so. Allora, quel ventuno lo scrivi sotto il ventiquattro. Prova un po’…
__
24 6 : 7 = 3
21

Bene così! Adesso fai ventiquattro meno ventuno, che dà tre, no?

Quel tre lo scrivi sotto il 21. Ecco, così.
__
24 6 : 7 = 3
21
3

Bene, e adesso abbassa il sei.

Eh? Cosa dici? Ma no, non ho niente contro il sei! Perché?

Ahahahahahah! Ma sei proprio una sagoma! Non ho mica detto “abbasso il sei”, ahahahahah!

Dai, basta fare lo spiritosone, abbassa il sei. Scrivilo di fianco a quel tre solitario. Ecco, bravo.
__
24 6 : 7 = 3
21
36

Adesso, e qui c’è il trucco per fare le divisioni, guarda quante volte il sette sta nel trentasei.

Giusto, ci sta cinque volte. Molto bene! Scrivilo di fianco a tre del risultato… così!
__
24 6 : 7 = 35
21
36

Adesso fai cinque per sette che viene… Trentacinque, giusto.

Scrivi il trentacinque sotto il trentasei.
__
24 6 : 7 = 35
21
36
35

Bene così. E adesso cosa facciamo?

Mmm… non sarebbe una brutta idea ma no, prima di andare a cena finiamo questa divisione.

Sì, Mario, lo so che la mamma ha fatto le cotolette impanate, si sente l’odore dalla cucina, le sta friggendo nel burro… mmm… sì, sì, anch’io ho l’acquolina in bocca. Ma prima…

…dai, secondo te è finita qui? No? E allora cosa dobbiamo fare ancora?

Lo so che l’odore delle cotolette che friggono ti distrae ma… su, dai…

Ecco! Bravo! Allora la maestra si sbaglia dicendo che non sei portato per la matematica.

Proprio così, facciamo la sottrazione fra il trentasei e il trentacinque. Che viene uno. E lo scrivi sotto. Così.
__
24 6 : 7 = 35
21
36
35
1

Bene. E ora? Si può andare ancora avanti?

No, bravo. Il sette nell’uno non ci sta e non ho altre cifre da abbassare.

Quindi: duecentoquarantasei diviso sette fa trentacinque col resto di uno. E ora sgomberiamo i quaderni, che la mamma mette giù la tovaglia…

…e sì, certo, arrivano le cotolette!!!

 

Grazie papà. Ci sei sempre stato. Con discrezione, a volte senza dire una parola. Ma c’eri. E in qualche modo ci sei ancora. Non mi hai insegnato solo a fare le divisioni…

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Per non dimenticare

Scrivo per me. Scrivo anche per chi mi conosce, saprà abbastanza di me per capire, anche se magari non riconoscerà tutti i nomi. Chi non mi conosce non capirà tutto, ma certi sentimenti e certi dolori sono universali, scrivo anche per chiunque passi di qui e voglia leggere.

Prima settimana di febbraio, anno 2002

– Mamma, hai visto? Sembra primavera!
– Ma per me non è primavera.

Sono fra le sue ultime parole. Nella sua vita ha sempre pronunciato frasi semplici e dirette. E’ stata una delle poche volte in cui ha detto qualcosa che non era una semplice esposizione di fatti. Ha usato una metafora, dolente poesia. La mia mamma…

Giorno 12 del mese di febbraio, anno 2002

Respirava a fatica, non ha praticamente parlato. Però ci ha sorriso.
Poco dopo, ero sulla porta della camera da quattro letti, non riuscivo a decidermi ad andarmene. Accanto a me c’erano Erica, Maurizio ed un’altra persona, forse Elena, la fidanzata di Maurizio, forse mio fratello.
Lei aveva ancora un debole sorriso sulle labbra. Ad un certo punto ha alzato la mano destra, libera dagli aghi della flebo, e ci ha fatto ciao ciao, come fanno i bambini.
Le ho risposto allo stesso modo, trattenendo le lacrime (quello che cerco di fare ora…), e me ne sono andato, seguito dagli amici.

Giorno 13 del mese di febbraio, anno 2002
mercoledì delle Ceneri

Alla mattina, prima delle otto, accompagno Erica dal noto musicista  con il quale deve andare a Bergamo in studio a registrare le parti vocali di un disco di folk.
Vado in ospedale, aggiro medici e infermiere che svogliatamente cercano di fermarmi, non è orario di visita per i parenti.
La trovo assopita, di un sonno lieve. Ha l’aria stanca. Le vicine di letto mi dicono che durante la notte ha avuto difficoltà respiratorie, ma ora il suo respiro è regolare e leggero. Il respiro di chi ha abbandonato le sue zavorre terrene per iniziare un lungo, aereo viaggio. Lei, che non è mai arrivata più lontano di Cesenatico.
La guardo ancora per un po’, poi un’infermiera, che pietosamente ha fatto finta di niente per qualche minuto, mi invita ad uscire.

Alle 10,04 ho un treno per Milano, per il lavoro. Ho ancora tempo e passo dal mio paese, vado alla messa delle Ceneri. Quella semplicità penitenziale mi sembra dolorosamente autentica.

Poco dopo le 15 rispondo al telefono del mio ufficio. Sollevo la cornetta e la prima cosa che sento è un pianto, un pianto di donna anziana, la vicina di casa. Non ho bisogno di aspettare le parole di mio fratello che mi dice, secco, che la mamma è morta.
Cerco il mio capo per dirgli che me ne torno a casa, incontro Sabrina e crollo fra le sue braccia. Mi accompagna in stazione, sono poche decine di metri. Aspetta con me che arrivi un treno e mi abbraccia forte prima che io salga.
All’arrivo, in stazione mi attendono Maurizio ed Elena, avvertiti da Sabrina. Mi fa piacere vederli. Prendo un caffè con loro e torno a casa. Cerco di rintracciare Erica al cellulare ma probabilmente sarà ancora a registrare e non risponde. La vedrò qualche ora dopo, passerà la notte con me, una notte terribile ma mitigata da quella presenza tenera e appassionata.
A casa, mio padre e mio fratello, chiusi in un silenzioso dolore.
“Si è spenta come una candela”, mi racconta il babbo, che era accanto a lei in quel momento definitivo. E’ un’immagine rasserenante, fa pensare che se ne sia andata senza soffrire. Nel dolore, sono felice che ci sia stato lui vicino alla mamma, mi piace immaginare che lei se ne sia accorta.

Ancora una volta addio, mamma.

O meglio: ciao ciao, come fanno i bambini.

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The night time is (not) the righ time

Mi dico:

La notte è mia nemica. Una nemica potente e spietata.
Il sonno è mio amico. Un amico fragile e pietoso.

E penso:

Il giorno? Il giorno è troppo luminoso.
Troppo anche quando in cielo ci sono solo nubi.

Così provo a nascondermi dietro ad un mantello che non è mio, che non ho mai portato, che non so portare.
Un mantello, sì.
Un abito elegante svolgerebbe meglio il compito di dissimulare, ma su di me suonerebbe falso come una moneta da tre euro.

Infilo sotto questo vecchio mantellaccio tutto quel caotico bagaglio che mi porto appresso, cerco di nascondere ciò che fino a ieri vedevano anche i ciechi.
Provo ad avanzare così, nel giorno troppo luminoso, in attesa della notte spietata e del sonno compassionevole.

Non funzionerà, lo so. Ci ho già provato.

Attendo che il vento mi riscaldi.

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Bellezza e terrore

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore.
Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano.”
(Rainer Maria Rilke. da “Sento le cose cantare”)

 

Cado. Sto cadendo.

Sto cadendo!

Non lo vedete? Parrebbe di no. Mi parlate ed è come se riceveste risposte da me, perché ve ne andate come se non ci fosse niente di strano.

Ma io sto cadendo, accidenti a voi! Fermatevi! Guardatemi!

Sto cadendo in una voragine che si è aperta sotto ai miei piedi. Cado, ma voi continuate a starmi intorno. E a parlarmi. E ad andarvene, soddisfatti o no.

Non voglio finire inghiottito da… da non so cosa. Terra, acqua, aria. Materia o antimateria. Una bocca, un esofago, uno stomaco. Qualunque cosa sia, non voglio finire inghiottito.

Allora mi aggrappo a voi. Afferro spalle, braccia, mani. Ginocchia, polpacci. Piedi. Invano, continuo a cadere ugualmente, un alveare nello stomaco, uno sciame di cavallette nel cuore.

Basta, mi arrendo. Che questa cosa, sia pure anche l’inferno, mi inghiotta!

Aspetta… ora non cado più. Ancora una sensazione allo stomaco, ma non più di qualche farfalla. Ancora qualcosa nel cuore, ma al massimo è un grillo.

Sono in piedi davanti a te. Mi guardi, mi sorridi. Mi parli ed io ti rispondo e tu replichi alla risposta. Tutto bene, allora. Se solo riuscissi a capire quello che ci stiamo dicendo! Ma intanto non cado più, l’incubo è terminato. Ecco, ecco di questo si è trattato: di un incubo, ed ora sono sveglio, davanti a te nella tua quieta bellezza.

Mi asciugo la fronte sudata, sistemo i capelli sconvolti, cerco di darmi un tono. Il mio stomaco trova pace, il mio cuore si placa. Continuo a non capire quello che mi stai dicendo, ma tu sorridi ancora, la cosa mi rassicura.

No! Aspetta… sto cadendo di nuovo, di nuovo. Di nuovo!

Allungo una mano verso di te, tu puoi salvarmi, lo so. Seguiti a sorridere con aria perplessa, accenni un passo verso di me ma poi ti fermi.

Ed io cado, un alveare nello stomaco, uno sciame di cavallette nel cuore. Cado mentre attorno a me si aprono la terra, l’acqua, l’aria. Materia o antimateria. Dentro una bocca, un esofago, uno stomaco.  L’inferno.

Cado, cado e mi lascio cadere, negli occhi la tua bellezza quieta e terribile.

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My favorite (electric) guitars

When the dog bites
When the bee stings
When I’m feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don’t feel so bad
(Oscasr Hammerstein II, Richard Rodgers)

Tele_and_Tele

Sono un chitarrista.

Sono un chitarrista?

Ma sì, mi concedo questa narcisistica qualifica: sono un chitarrista. Se mi date in mano una chitarra sono in grado di tirarci fuori una melodia, l’armonizzazione di quella melodia, l’accompagnamento di altri strumenti o della voce. Una canzone popolare, una ballata inglese, uno strumentale country, un blues. Un reggae, un rock’n’roll, un valzer o un tango. Una giga o un’alessandrina. Un frammento di musica classica. Un’improvvisazione.

Chi mi conosce, chi ha letto vecchi post in cui racconto di qualche mio concerto, sa che il mio strumento d’elezione è la chitarra acustica, uno strumento che mi consente di esprimere in musica sentimenti, emozioni, pensieri difficili da rendere con le parole oppure parole che la musica aiuta a proferire meglio. Per la chitarra acustica ho una vera passione, oserei dire un amore: mi piace suonarla, ascoltarla. Guardarla, sfiorarne le corde, a volte persino annusarla (ci sono legni il cui aroma persiste negli anni). In oltre trent’anni di questa passione ho avuto parecchie di queste chitarre, alcune di un certo pregio. Le più belle che mi sono passate per le mani sono le due che ho adesso, la Santa Cruz Tony Rice Signature e la Bourgeois Vintage D. Hanno un suono che non mi stanco mai di ascoltare e rispondono con tutta la loro anima al tocco delle mie dita o del mio plettro. Mmm… sembrano le parole di un innamorato…

Nella mia storia musicale, però, c’è stato e c’è tuttora posto anche per le chitarre elettriche, strumenti concettualmente analoghi eppure così diversi dalle sorelle acustiche. Anche per le chitarre elettriche ho maturato una passione per un modello particolare (direi che la foto a inizio post lascia pochi dubbi su quale sia questo modello).

Sono stato esposto alla musica da che sono nato. Fino ai dieci-undici anni non mi curavo particolarmente di come venivano prodotti i suoni, di quali strumenti venissero usati. Ero più concentrato sulle melodie, sia che venissero cantate (ho sicuramente avuto un imprinting che mi ha indotto la passione per le armonie vocali) che solo suonate. Con l’inizio delle scuole medie, ebbi la possibilità di avere uno strumento musicale: il diabolico flauto dolce di plastica che ci diedero in dotazione. Per me, la possibilità di eseguire personalmente una melodia e non solo di ascoltarla fu una grande emozione. Lo strumento successivo su cui misi le mani fu l’organo Bontempi da bambini di mia cugina Antonella. Quando andavamo a trovare gli zii, mi piazzavo alla tastiera e non la mollavo fino all’ora di andare a casa! A quel punto, iniziai a far caso agli strumenti che eseguivano le musiche che ascoltavo. Non amavo la chitarra elettrica che sentivo nei brani rock alla radio, quel suono miagolante delle chitarre distorte anni ’70. Non amavo nemmeno il rock, a dire il vero. Quando l’insegnante di educazione musicale ci chiese di disegnare il nostro strumento preferito, molti disegnarono una chitarra elettrica, altri una batteria. Una un flauto traverso (diceva di essere lontana pronipote di Vincenzo Bellini). Ed io cercai di raffigurare un organo, disegnando la consolle ed il sistema di canne. Ero riuscito a farmi comprare dai miei genitori un’audiocassetta con alcune composizioni di J.S. Bach per organo e mi affascinavano le infinite possibilità timbriche di quello strumento, la potenza dei bassi che fanno tremare il pavimento, le armonie ricche che si possono realizzare con poche note con i registri adeguati. Allora non saputo descrivere i dettagli di quel suono. Sapevo solo che mi incantava. Avessi potuto, mi sarei dedicato allo studio di uno strumento a tastiera. Ma non potei.
La chitarra venne più tardi, avevo già iniziato il liceo. Ne ottenni una, classica, in prestito da un amico che aveva avuto la fortuna (così mi parve allora) di studiare pianoforte. Qualche dispensa trovata in edicola, l’approfondimento dei concetti base di armonia studiati a scuola, l’ascolto per comprendere il ritmo, e mi uscirono i primi accordi, i primi accompagnamenti. Da lì fu una lenta ma continua evoluzione. Con un premio ricevuto per i miei risultati in matematica acquistai la mia prima chitarra acustica. Iniziai a interessarmi di qualche cantautore italiane (De Gregori, Bennato), poi degli americani, in particolare Dylan e Neil Young, autori che avevano chitarre acustiche in evidenza. Ad un certo punto, senza che io mettessi da parte musica classica e cantautori, arrivò il rock, grazie a quegli eventi che attendevo pazientemente ogni giorno prima della vacanze di Natale: i concerti del liceo che frequentavo. Ai tempi, si parla dei primi anni ’80, a Voghera c’era un buon numero di ottimi giovani musicisti, orientati soprattutto verso il rock blues, e all’annuale concerto del liceo questi ragazzi, costituiti  in band più o meno estemporanee, c’erano tutti. Iniziai quindi a far caso ai chitarristi elettrici, al tipo di sonorità che ottenevano, a quei brani energici ma tutto sommato melodici che eseguivano. Era di moda il blues elettrico ma non troppo di Eric Clapton e andai a cercarmi qualcosa da ascoltare: il doppio live in Giappone “Just One Night”. Ottimo suono, splendide esecuzioni, sia vocali che strumentali. Cercavo timidamente di riprodurre alcuni fraseggi sulla mia chitarra acustica ma mi mancava quel sustain che Clapton otteneva dalla sua Fender Stratocaster (oltre a qualche tonnellata di conoscenza della tecnica e dello stile necessari!). In mezzo a tutto quel blues iniziavo a distinguere sonorità che proprio blues non erano e che (eresia!) mi piacevano di più. “All our past times”, “Lay down Sally”, “Tulsa times”… la voce e la chitarra di Clapton tingevano questi brani di blues, ma la loro struttura, le armonie vocali di Albert Lee e la sua chitarra, dal suono diverso da quello della Strato, un suono più graffiante, diretto, aggiungevano venature di quello che in seguito  avrei definito “country” (e che adesso chiamerei “roots”). Ecco cosa mi piaceva: voci armonizzate, chitarre brillanti, melodie semplici e dirette, ritmi “quadrati”. Non tanto i riff dell’hard rock, tanto di moda, non troppo il blues, modale e sospeso. Il country rock, ecco quello che mi piaceva. Ma non sapevo ancora definirlo né trovare i dischi giusti. Mi ci avvicinavo: Neil Young di certi dischi, la west coast music di Crosby, Stills e Nash. Alcune cose dei Creedence Clearwater Revival. Ma quei suoni che ascoltavo in “Just One Night” avevano qualcosa di particolare: la chitarra di Albert Lee. Ecco, quello era il suono che avrei voluto avere, se avessi suonato la chitarra elettrica.

Nell’estate del  1984 trascorsi un paio di settimane a casa di un compagno di classe che abitava sopra Varzi. Aveva già dato gli esami per la patente ed i suoi genitori gli avevano affidato una vecchia Fiat Panda, la cui attrattiva più interessante era l’autoradio con lettore di audiocassette. Con quella Panda esploravamo le contorte stradine che si arrampicavano sull’Appennino. Un giorno, l’amico infilò nell’autoradio la cassetta di un disco appena uscito di tale Bruce Springsteen, dal titolo “Born in the U.S.A.”. Alcune di quelle canzoni erano abbastanza vicini al mio ancor vago concetto di “country” (i fans sfegatati del Boss a questo punto verranno a cercarmi per linciarmi) e mi piacquero subito. Ma c’era qualcos’altro che mi attirava, particolarmente evidente in alcune canzoni (“I’m goin’ down”, “Darlington county” su tutte): quel suono di chitarra scintillante che mi ricordava quello di Albert Lee. Di Springsteen si parlava ovunque, non mi fu difficile scoprire di che chitarra si trattasse, quella che il Boss portava perennemente a tracolla: la Fender Telecaster (a rigore, lo storico strumento di Bruce è una Fender Esquire dei primi anni ’50 a cui è stato aggiunto un pickup al manico).  Nelle canzoni che ho citato c’era tutta la tipica sonorità della Telecaster: suono brillante, con una certa quantità di frequenze medie lievemente nasali, bending da steel guitar, accordi decisi, con le note sempre ben separate. Un suono che esiste dal 1950, che ha caratterizzato prima la country music e successivamente il rock americano. Un suono inconfondibile, desertico, difficile da domare, che ti porta in modo quasi naturale ad un certo tipo di fraseggio. Un suono di cui ti innamori.

La mia prima chitarra elettrica fu una emerita ciofeca, una Weston imitazione Les Paul nera con i contatti elettrici tenuti insieme dal nastro adesivo. Me la rifilò per cinquantamila lire un amico. Con una cifra non molto superiore mi procurai un amplificatore Roland. Il tutto per suonare con un trio di sballatoni che facevano cose loro nello stile dei Velvet Underground. Niente di più lontano dal country (e dal blues e dalla west coast e dalla musica classica…), niente che mi piacesse particolarmente. Ma sperimentavo l’uso di una chitarra elettrica e imparavo a improvvisare soli. L’esperienza non durò molto. E nemmeno la Weston stile Les Paul. Bazzicavo il negozietto di strumenti di un centro commerciale e feci amicizia con il gestore. Ebbi la possibilità di provare parecchi strumenti: la Fender Stratocaster, la Gibson Les Paul (quella vera!), le emergenti Ibanez, più rocchettare. Ma il suono che avevo in mente era un altro. Un giorno, l’amico negoziante, al corrente della mia passione, mi propose una Fender Telecaster usata. Peccato che io fossi allora piuttosto squattrinato (be’, non che ora sia messo molto meglio…): “E come la pago?”. “Tu non preoccuparti”, rispose l’amico. Quella sera portai a casa la Telecaster nera appartenuta al grande chitarrista (acustico) Franco Morone. Avrei pagato in comode rate senza interessi. Il piccolo Roland non rendeva giustizia alla Tele, per cui, sempre grazie all’amico del negozio, riuscii ad avere un amplificatore Fender usato, ancora a transistor ma con il timbro “giusto”. Il suono diventava più convincente, mancava “solo” la tecnica adeguata, che mi venne un poco alla volta, ascoltando e cercando di capire. Mi mancava anche una band con cui suonare le cose che mi piacevano. Il solito amico, ancora una volta, mi fece un gran regalo introducendomi nella band che stava allestendo con altri conoscenti. Incredibilmente, mi trovai ad essere sia il chitarrista solista che il cantante di questo gruppo nascente, la cui evoluzione, con un altra voce principale ma sempre con me alla Telecaster, divenne una band di roots-country-rock con cui attraversai gli anni ’90, The Lost River Band. La musica che piaceva a me, con il mio sound preferito, consolidato dal passaggio ad amplificatori valvolari e… ad altre Telecaster, più pregiate della mia prima Standard: ne ebbi una del 1967, dal suono veramente vintage, le affiancai una Blade Telecaster, strumento di perfezione svizzera ma troppo freddo, per cui me ne liberai. Provai a tradire la Tele con una Gibson SG, in seguito all’infatuazione per il sound di Gary Louris dei Jayhawks, ma non era vero amore e cedetti la SG ad un amico. Cambiai la Tele del ’67 con una splendida Reissue ’52 butterscotch blonde, il cui suono abbinai a quello di un Vox AC15 (piccolo tradimento verso gli amplificatori Fender). Insomma, passavano gli anni, cambiavano gli amplificatori e pure le chitarre, ma si trattava sempre di Fender Telecaster, le mie chitarre elettriche preferite.

Dopo diversi cambi di formazione, alla fine degli anni ’90 il progetto Lost River Band, di cui ero rimasto l’ultimo superstite fra i membri originali (facendo sì che il Telecaster sound caratterizzasse le sonorità), arrivò al suo capolinea, con mio sommo dispiacere. Nei primi anni del ventunesimo secolo ebbi ancora occasione di usare la mia Tele con una band di country cantautorale, ma fu un’esperienza di breve durata. Nel frattempo, mi ritrovai a suonare sempre più spesso e in più occasioni la chitarra acustica, a cui affiancai altri strumenti, sempre acustici: il mandolino, il dobro, l’irish bouzouki. Ci fu un ultimo momento di gloria per la Tele ’52 Reissue, ormai tanto vissuta da sembrare originale degli anni ’50: la Night of the Guitars organizzata in un locale dell’Oltrepò pavese. Vennero selezionati chitarristi più o meno noti della zona e a ciascuno fu chiesto di “impersonare” uno dei propri idoli chitarristici, eseguendone un brano sul palco del locale. Una house band di ottimi musicisti accompagnava il “guitar hero” del momento. Stranamente (sono sempre stato un po’ ai margini della movida musicale di quegli anni) io fui uno dei chitarristi selezionati. C’era chi “faceva” Eric Clapton, chi Mark Knopfler, chi Tony Iommi, chi Jimi Hendrix, chi… Io mi offrii di impersonare nientemeno che… Chuck Prophet! Ecco. Un nome famoso no? Tanto che mi toccò spiegare chi fosse agli organizzatori. Per farla breve, è stato il chitarrista dei Green On Red, una band di “desert rock” nata in Arizona e attiva per tutti gli anni ’80 e inizio ’90. Chuck Prophet usava una Telecaster ed aveva quel suono che ho sempre cercato di riprodurre. Per Night of the Guitars scelsi la sua versione di “Abandoned love”, canzone di Bob Dylan. Si trattava di un duetto vocale, la cantai quindi insieme alla mia ragazza di allora, con interventi molto caratteristici della Telecaster. Insomma, per chi può e vuole vedere ed ascoltare un video, questa:

Oltre alla mia Tele, utilizzai un vecchio Fender Princeton Reverb, che mi pare usi anche Chuck Prophet, ottenendo il suono che desideravo. La band mi accompagnò magnificamente, la mia ragazza cantò divinamente, io sbagliai la parole di un paio di strofe, in stile molto dylaniano.

Pochi mesi dopo, senza più una band con cui usarla, frustrato dalla mancanza di occasioni, scambiai la Telecaster con un dobro e mi immersi in un mondo musicale totalmente acustico, mondo in cui ancora vivo felicemente, con buone soddisfazioni personali, se non con successo di critica e pubblico. Ma il mio love affair (in un post precedente in cui dovevo rispondere ad alcune domande, a quella che chiedeva “sei innamorato?” avevo replicato “sempre e comunque”) con la musica acustica è un’altra storia, che forse racconterò in altre occasioni.

Come ha potuto finire così, come una lampada che si spegne girando un interruttore, quell’infatuazione per la Fender Telecaster di cui ho raccontato?

Come accadde quando venne demolita la mia Renault  6 azzurra (con una portiera grigia), non ero a casa quando l’acquirente venne a prendersi la chitarra. Mi limitai a rientrare, quella sera, non trovandola più. Non ricordo di aver provato sentimenti particolari. Al suo posto c’era questo vecchio Dobro® del periodo OMI (anni ’70), che parlava un’altra lingua rispetto alla Telecaster, aveva un colore in cui il biondo della Tele sfumava nel nero e si faceva abbracciare in modo molto diverso (era -anzi, è- un dobro squareneck, che si tiene appoggiato alle ginocchia).

Eppure… In quegli anni (stiamo parlando degli ultimi 15) ascoltavo prevalentemente musica acustica tradizionale o d’autore, basata su sonorità nord-americane o anglo-scoto-irlandesi. Mi capitava però di mettere dischi di country-rock e di sorprendermi a pensare: “Ecco, questo fraseggio di Telecaster lo farei così…”, impiegando qualche minuto a realizzare che non avevo più lo strumento necessario per realizzare quella mia idea.
Quando me ne rendevo conto, cercavo di riprendermi da quello smarrimento dicendomi che, se fosse di nuovo capitata l’occasione di suonare una chitarra elettrica, avrei ricomprato una Telecaster.
Insomma, cercavo di rassicurarmi.

Passarono alcuni anni durante i quali ridussi quasi a zero l’ascolto di musica rock, dedicandomi a perfezionare il mio sound acustico, acquistando chitarre dalle timbriche seducenti, approfondendo la tecnica del mandolino, imparando a suonare il banjo clawhammer, dilettandomi con il dobro, trovando spazio per l’irish bouzouki. Un mondo musicale con meno decibel e più emozioni.

Qualche anno fa, un gruppo di amici mi invitò a suonare con la band che avevano formato, una singolare formazione di folk-rock con brani di loro composizione in dialetto varzese affiancati a classici del roots-rock. Gli amici si ricordavano dei tempi della Telecaster. Ma ora non avevo più una chitarra elettrica. O meglio, da qualche parte, in casa, c’era una Samick imitazione Gibson 335 lasciatami da un amico, uno strumento economico. Per provare con i varzesi usai quella con gli amplificatori che trovavo in sala prove. Non ottenevo esattamente il mio suono, ma per gli amici quello che facevo andava benissimo (non per nulla erano, appunto, amici!). Incoraggiato da loro, comprai un piccolo ampli Fender valvolare (sugli amplificatori non transigo: devono essere a valvole!). Dopo poche prove (e un sacco di pezzi in repertorio!), suonammo per le strade di Varzi. Confesso di essermi divertito. Durante una pausa, si avvicina una coppia di mezza età (oddio… ho scritto “mezza età”? Chissà, magari avevano un paio d’anni meno di me…), si congratula per il mio stile e mi chiede se posso suonare loro qualcosa di Jimi Hendrix. Da notare che fino a quel momento ho eseguito fraseggi country e moderatamente blues. Guardo la chitarra, guardo l’ampli, guardo i due, in sorridente attesa. Va be’… giro un paio di manopole sul piccolo Fender e introduco “Hey Joe”. Mi stupisco: il suono esce piuttosto convincente, benché gli strumenti non siano una Fender Stratocaster e un Marshall e, soprattutto, io non sia Jimi (non che abbia mai desiderato di esserlo…). Improvviso sul tema per un paio di minuti, a quanto pare soddisfacendo molto i miei ascoltatori. “Che abbia ancora qualcosa da dire con una chitarra elettrica?”, mi chiedo. “Chissà… ma voglio che sia con il mio suono!”, mi rispondo. Il giorno dopo chiedo all’amico liutaio, lo stesso che vent’anni prima mi aiutò ad avere la mia prima Tele, di rintracciarmi una Telecaster!

Preciso: non una qualunque, sicuramente non una standard contemporanea. Ne volevo una che avesse quel suono, il suono che mi aveva sedotto decenni prima.

Dopo qualche settimana, l’amico mi chiama per dirmi che ha trovato lo strumento che fa per me. E’ una Telecaster di dubbie origini, dall’aspetto piuttosto vissuto, di un colore che difficilmente avrei scelto (il cosiddetto “sonic blue”), simile a questo. La prendo in mano. E’ piuttosto pesante (io preferisco strumenti leggeri) ma il manico, di uno spessore che riempie bene la mia mano sinistra (contrariamente ai manici moderni, per me troppo sottili), mi invita a provare a suonarla. La collego al piccolo ampli valvolare presente nel laboratorio del mio amico. Il selettore dei pickup ha ben quattro combinazioni (una in più rispetto allo standard) ma ce n’è una sola che mi interessa: il pickup al ponte, fonte di quel suono così caratteristico della Telecaster, quello che gli americani chiamano “twang” (vocabolo onomatopeico). Bene, la logora Tele sonic blue ha un timbro vagamente nasale, molto vintage, ma se sollecitata a dovere tira fuori proprio quel twang!
Il prezzo è alla mia portata, non impiego molto a decidere che la ragazza viene a casa con me. La chitarra va d’accordo con il mio pacato piccolo Fender. Con un po’ di prove, ottengo un suono soddisfacente, personale. Forse non è ancora il suono che ho in mente da sempre, ma… forse è un’utopia, un asintoto a cui posso avvicinarmi all’infinito senza mai raggiungerlo. In ogni caso, la Telecaster è tornata! E’ quella che si vede a destra nella foto a inizio post.

I miei progetti musicali acustici vanno avanti, si differenziano, danno risultati che mi regalano momenti, se non di gloria, di gioia. Gli strumenti che con maggior piacere prendo in mano rispondono ai nomi di Santa Cruz, Bourgeois, Giacomel, Deering. Ma, tanto in segreto da non esserne neppure conscio, aspetto con impazienza il prossimo concerto con gli amici varzesi, occasione per presentare al mondo la mia nuova (vecchia) Telecaster.
Il giorno arriva. La band, come sempre, mi lascia molto spazio, spazio che riempio di note (e pause) con un piacere nuovo, ingenuo e appassionato, trasportato da quel timbro famigliare e rinnovato. Quella chitarra mi ispira un fraseggio che mantiene il sapore del country anche dove il brano non lo prevede. E’ il mio linguaggio, sono tornato a parlarlo con la pronuncia giusta.
Proprio appena dopo aver suonato un brano pieno di quei fraseggi, mi si avvicina un tipo che stava fra il pubblico. Mi fa i complimenti per lo stile e mi chiede il numero di telefono. Sta riorganizzando una band e ritiene che il mio suono sia quello che gli serve. “E’ una band di country?” chiedo speranzoso. “Più o meno”, mi risponde con un sorriso enigmatico. Sono così tornato a suonare in una rock band. Il repertorio è una riproposizione dei brani dei Creedence Clearwater Revival. Di country c’è molto poco ma i brani mi piacciono ed i musicisti… sono diventati amici! Certo, il suono della Telecaster ha poco in comune con quello dei CCR, a volte il risultato sonoro è talmente diverso da rendere perplessi gli amici musicisti. Ma a me piace l’idea di conferire un nuovo sound ad una musica immortale.
E poi, in questa band è entrata la compagna di oltre un decennio di avventure musicali acustiche: Martina! Chi è Martina? Lo dirò, lo dirò…

Riprendere a suonare in una band elettrica mi ha portato, come facevo un tempo, a frequentare i negozi di strumenti musicali alla ricerca di accessori per arricchire il mio suono. Eh, sì: nella musica acustica il suono lo fanno lo strumento e lo strumentista. Nel mondo elettrico, fra i due c’è una catena di componenti varie che possono influire anche notevolmente. In una di queste visite ho portato a casa una Telecaster alternativa: il modello ASAT della G&L, la fabbrica di chitarre che Leo Fender ha fondato con l’amico George Fullerton dopo aver ceduto il marchio Fender. Uno strumento dal suono potente e, tutto sommato, abbastanza vicino alla mia timbrica Telecaster ideale. Troppo moderno, però, sotto molti altri aspetti. In un caldo giorno dello scorso agosto, entro nello stesso negozio alla ricerca di un pedale overdrive che avesse particolari caratteristiche. Me ne propongono uno, fra l’altro abbastanza costoso. Chiedo di provarlo e mi mettono fra le mani una Fender Telecaster dal caratteristico colore “butterscotch blonde” (color biondo toffee? oppure, meglio, color toffee chiaro, che rende l’idea). Confesso di aver provato un brivido a prendere in mano quella chitarra, così simile alla Reissue ’52, quella che avevo… abbandonato quasi quindici anni prima. Il colore (ma non è solo quello,  non mi faccio incantare da una bionda qualsiasi!). Il manico così confortevole, diverso da quelli, anoressici, degli strumenti moderni, di un bell’acero leggermente fiammato. Il titolare del negozio me la collega ad un piccolo ampli Fender valvolare, un Blues Junior. Ne regolo i toni, il volume, e ascolto la voce della Tele bionda, usando il pickup al ponte, quello “twangy”. Il brivido di prima si ripete, si fa emozione. La bionda sconosciuta somiglia solo esteticamente alla Reissue ’52. Ha una voce tutta sua, al tempo stesso calda e brillante, corposa. Con lei e quell’ampli mi esce senza sforzo il suono che ho sempre cercato di ottenere. Mi lascio trasportare, eseguo fraseggi country, blues, accompagno qualche frase cantata. Ci risiamo, mi sono innamorato di una nuova Telecaster. Ma no, non devo, ce l’ho già, una Telecaster… e intanto continuo a suonare e fatasticare. Il tipo del negozio mi riporta alla realtà: “Ma… l’overdrive non lo vuoi provare?”, mi chiede. “Eh? Ah, sì, l’overdrive… sì, sì, giusto…”, rispondo, un po’ incerto. Lascio che il tipo colleghi il pedale e mi spieghi le funzionalità. Provo a suonare, regolando quell’aggeggio. In effetti, non è male. Soprattutto, non modifica in modo sostanziale il timbro, e in questo momento di infatuazione è ciò che conta: il “mio” suono non viene compromesso. Dopo poche note, mi rivolgo al venditore: “Bello. Ma non sarà perché sto usando questa chitarra? Magari con la mia è diverso…”. Voglio farmi convincere. Il marpione lo ha capito: “Chissà… ma per toglierti ogni dubbio, compra anche la chitarra!”. Ci sono dozzine di risposte sagge e ponderate che potrei dare, ma: “Mmm… ma sì, perché no? Mi riprendi la G&L?”. Certo che me la riprende, per un prezzo conveniente. A lui. Innamorarsi ti porta su una brutta china. Ed io intendo rotolare lungo quella china: “E… e se quel suono, oltre che dalla chitarra, dipendesse dall’amplificatore? Magari con il mio sarà diverso…”. Lampo diabolico negli occhi del tipo: “Ma no dai… però… se vuoi star sicuro, compra anche l’ampli!”. Il demone del buon senso mi strattona violentemente la maglia: “Ma forse no, hai ragione. In fondo è sempre un Fender valvolare… certo che…”. Un demone più potente parla con la voce del venditore: “Ma sì, sarà così… certo che ti ho sentito, poco fa! Con questi strumenti sei pronto per Nashville!”. Rapida scazzottata fra demoni: “Davvero? Guarda, lo confesso, è proprio il suono che vado cercando da un quarto di secolo! …posso darti dentro il mio Champ?”. Ovviamente sì, ovviamente al prezzo migliore. Per lui, s’intende. Nel giro di un paio d’ore, effettuati tutti gli scambi e, soprattutto, i conguagli necessari, a casa mia arrivano la Telecaster butterscotch blonde e il Fender Blues Junior III, oltre al pedale overdrive. Ho spianato soldi sufficienti per una discreta vacanza, ma pazienza, trascorrerò le ferie a casa con il mio nuovo amore. E’ la chitarra che si vede a sinistra, nella foto.

In qualche maniera, ho trovato modo di far coesistere le due chitarre. Due Telecaster particolari, due personalità ben distinte. Uno strumento pronto ad accorrere in mio aiuto nel caso l’altro abbia un problema (in genere, la rottura di una corda in momenti in cui non ho tempo per cambiarla).
Qualche tempo fa, una cara amica mi ha parlato del “poliamore”, ovvero della possibilità di costruire relazioni sentimentali (e fisiche) analoghe a quella di coppia fra più di due persone. La rottura di un tabu. Qualcosa di non facile da realizzare. In fondo, è quello che ho cercato di fare con le mie due Telecaster.
Devo confessare di avere una preferenza per l’ultima arrivata, la blonde, con cui riesco ad ottenere quel suono che ho tanto ricercato, ma non disdegno la sonic blue.

 

L’ultimo dono della vecchia Tele

La ragazza della foto è Martina. La chitarra, ovviamente, è la mia più recente Telecaster. E la foto si potrebbe intitolare “Blonde on blonde”, in omaggio a Martina, alla Tele e a Bob Dylan, che nel 1966 (incidentalmente, il mio anno di nascita) ha pubblicato uno storico doppio album con quel titolo.

Martina è una cantante (e che cantante!), chitarrista e, soprattutto, mia diletta amica. Abbiamo iniziato a far musica insieme quattordici anni fa (lei era giovanissima!), e continuiamo a farne tuttora. E’ con lei che da oltre un decennio porto avanti il progetto di musica acustica di cui ho parlato, un progetto a cui entrambi teniamo molto. In questo ultimo anno, sta anche cantando con la band elettrica che ripropone i Creedence Clearwater Revival. Martina è la musicista che vorrei accanto per tutti i progetti che mi verranno in mente. E’ l’amica che vorrei accanto tutti i giorni della mia vita.

Ecco, e Martina nella mia vita c’è entrata grazie… alla Telecaster che avevo nel 2003, la American Vintage Reissue del ’52. Nonostante l’ingratitudine che mi ha spinto a cambiarla con un dobro, quella chitarra mi ha fatto uno dei regali più preziosi che io abbia mai ricevuto.
Nel 2003 la Tele giaceva abbandonata in un angolo di casa mia nella sua custodia di tweed. Non la usavo più da almeno un anno, dalla conclusione degli ultimi, effimeri progetti di country rock con la dotata (e graziosa!) cantante con cui, ai tempi, avevo una storia. Con lei avevo avevo già messo in piedi due band acustiche: una old-time string band, che purtroppo si era sciolta, e una band di bluegrass, anche quella in situazione incerta.
Un giorno, sbirciando distrattamente gli annunci nella bacheca di un centro commerciale, ne vedo uno in cui si cerca un chitarrista per rock anni ’60. L’annuncio è firmato da tale Joe. Rock anni ’60, non esattamente la mia passione. Ma volevo togliere le ragnatele dalla Telecaster e chiamo Joe. Mi risponde una voce acuta. “Oddio, è un bambino!”, penso, prima che Joe si affretti a spiegarmi di essere una ragazza. Dopo “A boy named Sue”, “A girl named Joe”. Mmm… potrei scriverci una canzone…
Insomma, Joe mi spiega che sta mettendo insieme una band per un rock blues d’annata ispirato a Janis Joplin. Non è proprio il mio genere, ma voglio dare una chance alla Telecaster!
Decido di incontrare Joe ed i suoi musicisti. E’ un pomeriggio d’estate, con un po’ di traversie raggiungo il luogo dove la band prova, una cascina appena fuori Voghera. Mi trovo davanti una situazione davvero molto anni ’60: un tastierista con il look dello studentello acqua e sapone, un batterista dai capelli lunghi e ricci, un impianto voci Montarbo decisamente più vecchio dei musicisti. E lei, Joe: alta, bionda, sorridente, colorata. Un sole con dietro un arcobaleno senza pioggia (Newton mi perdoni!). Tre ragazzi giovanissimi, al massimo diciottenni. Se è Joe a fare la parte di Janis Joplin, sembra Janis in negativo. In realtà, i tre mi fanno pensare ai Doors, anche per il fatto che non c’è un bassista. Non c’è nemmeno il chitarrista, a dire il vero… ah, no, il chitarrista dovrei essere io, che ho poco in comune con Robbie Krieger. Joe è decisamente più simpatica di Jim Morrison. Sono simpatici tutti. Superato l’imbarazzo iniziale (ho quasi vent’anni più di loro!), mi parlano dei loro progetti, in un modo davvero sixtie. Finalmente suoniamo qualcosa. Non ricordo bene cosa, forse un blues. Joe, che quando parla ha un timbro pulito, brillante, leggermente nasale, mi stupisce per la voce che tira fuori. Non scherzava quando parlava di Janis Joplin come sua ispirazione! Sembra un’altra persona, una che ha un vulcano in eruzione nell’anima.
Graffiante da farmi provare mal di gola per empatia, blue notes spontanee, intensità travolgente, espressività da cantante blues consumata (dall’alcol e dalla vita…). Accidenti! Fino a quel momento, avevo suonato con cantanti molto più pacati ed il mio modo di accompagnarli, di sottolineare il loro canto con fraseggi, era adeguato a loro: misurato, quasi sottotono. Suonare per Joe mi porta a tirar fuori dalla Telecaster timbriche e note più energiche. La Tele sa essere altrettanto graffiante quanto la giovane cantante. Ok, non è il mio genere ma sento che con lei suonerei anche questo. Il resto della band mi ispira un po’ meno: il batterista suona con passione ma sembra non saper accompagnare in modo lineare i blues e i pezzi più roots, il tastierista ha un approccio più da musica italiana, gli manca il linguaggio musicale necessario per il genere che vorrebbe suonare. Mi manca l’appoggio del basso… che comunque dovrebbe venire suonato da qualcuno che ha le idee chiare! Non mi pongo il problema della tecnica in sé, mi importa poco. Ma per suonare un dato genere, devi avere bene in mente il modo per creare le giuste sonorità, i giusti fraseggi, le giuste ritmiche.
Joe mi ha colpito a sufficienza da convincermi a provare di nuovo con loro. Altro pomeriggio, stesso luogo, stessi sofferti brani rock blues. Durante una pausa, Joe prende una chitarra acustica e si siede in un angolo. La maggiore, re maggiore, la maggiore, mi maggiore… “Sometimes when I feel as big as the land…”.
La ascolto incantato. L’impressione che mi aveva fatto la Joe-Janis svanisce al cospetto di questa Joe che canta con voce pulita ma con la stessa intensità ed espressività di quando faceva quel blues elettrico e selvaggio. Un’intensità quieta, certo. Un’espressività contenuta. Non me ne rendo ancora conto, ma questa  Joe si è scavata una nicchia nel mio cuore di musicista acustico. Nel mio cuore, tout-court.
“Eh, Martina è veramente brava quando canta così, glielo dico anch’io di farlo più spesso!”. Eh? Chi? Martina?
E’ il suo ragazzo, presente alle prove, che mi parla. Deve essersi accorto che sto ascoltando Joe con aria rapita. Non me lo dice esplicitamente, ma intuisco che Martina è il vero nome di Joe.
Mi trovo ancora qualche volta con la band, che mi sembra però attraversare un momento di impasse. O forse sono io che interpreto così gli scarsi risultati. Penso che potrebbe essere colpa mia, non sono abbastanza “rock anni ’60” per loro. Non ricordo bene con quale dinamica ma smetto di suonare con loro. Con Joe-Martina, però, mantengo i contatti. Tanto che, qualche mese dopo esserci conosciuti, ci troviamo a suonare ad una festa di paese: abbiamo messo insieme in poco tempo un repertorio acustico con un po’ di rock, un po’ di folk, un po’ di country. Incredibile quanto feeling ci sia fra due persone che si conoscono da così poco tempo! Partecipiamo anche ad un concerto in memoria dell’11 settembre 2001. Anche in questo caso ci presentiamo chitarra e voce, in una serata in cui i partecipanti erano tutte band. Non ci facciamo intimidire: fra l’altro, eseguiamo alcuni brani di Janis Joplin che Martina (ormai la chiamo così) interpreta in maniera memorabile.

Poi… poi ci perdiamo di vista. Una serie di eventi personali, aspetti della mia vita sentimentale, mi portano a ridurre i contatti con Martina. Ci rivediamo solo in rare occasioni, come per esempio un concerto di quella band in formazione che, con l’aggiunta di un bassista, ha iniziato la sua attività. Lei è sempre calorosa con me, a me fa piacere rivederla. Apprezzo sempre la sua esuberante vocalità, la sua energia sul palco. Ma ripenso con un po’ di nostalgia a quel magico momento: “There’s a chance peace will come in your life, please buy one!”. Sono giorni in cui vorrei davvero che un po’ di pace entrasse nella mia vita.
Il tempo passa, tante cose cambiano. Mi trovo senza band con cui suonare. Mi trovo senza tante cose. Oh, non il lavoro: di quello ne ho in abbondanza! Nel 2006 due dei  miei vecchi compari di musica mi propongono di mettere insieme una nuova band di bluegrass. “Va bene, e chi sarà il cantante solista?”, chiedo, prudente. “Non ti preoccupare, conosco io una cantante eccezionale!”, risponde il mandolinista. E’ uno che le spara grosse, lo conosco bene, e chissà chi mi proporrà. La figlia stonata? Un corista da oratorio? Comunque, accetto la proposta. Stabiliamo un giorno, un’ora e un luogo in cui trovarci. Raggiungo gli altri. Dalla macchina del mandolinista scende una ragazza alta e bionda. Martina! Ci guardiamo. “Vi conoscete già?”, commenta il compare con grande spirito d’osservazione.
Era destino che lei ed io facessimo musica insieme. Nasce la band di bluegrass, che si evolve e un po’ alla volta si spegne. Nel frattempo, Martina ed io scopriamo di amare il repertorio americano tradizionale più antico, quello del mondo della cosiddetta “old-time music” e iniziamo a suonare quelle cose, nel nostro modo assolutamente personale. Nasce il nostro progetto più caro, Old Time Soul. Una storia lunga dieci anni che sta continuando tuttora (e che spero continui finché morte non ci separi!). Una storia che mi rende felice.

Martina ed io ci siamo conosciuti perché nel 2003 avevo una Telecaster (e la voglia di suonarla!) ma, a parte quelle poche prove con la sua band, in seguito abbiamo fatto solo musica acustica.
Lei, grazie alle sue grandi doti musicali, ha avuto modo di suonare con diverse formazioni elettriche (oltre che con artisti internazionali come Country Joe McDonald…) di ottimi musicisti.
Da quando ho ripreso in mano una chitarra elettrica, ho pensato più volte che mi sarebbe piaciuto suonare roots-rock, country, blues o quel che capita con Martina, diventata la mia prediletta compagna di musica. Non ho mai, però, avuto a disposizione i musicisti adatti. Quando i “ragazzi” della band ispirata ai Creedence mi hanno chiamato, sapendo della passione di Martina per quello storico gruppo, le ho proposto di collaborare. Lei ha accettato, portando un enorme contributo di musica ed energia al gruppo (e aggiungendo qualcosa in più alla mia felicità di suonare con lei).

Ed ora? Ho finito di sognare chitarre elettriche?
(mmm… qualcuno si ricorda di un famoso romanzo di Philip K. Dick?)
Certo che no! Eccone uno, di questi sogni: una band di roots-country-blues-quelcheviene con una sezione ritmica consapevole e in grado di concedere grande libertà di espressione, la mia Telecaster butterscotch  blonde, il mio Blues Junior. E Martina, naturalmente!

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Silvia

“Ciao, io sono Silvia, ben arrivato!”

Sono passati quasi quattordici anni ma ricordo ancora bene la prima persona che ho incontrato il giorno in cui ho iniziato a lavorare per l’azienda che ancora mi tiene in ostaggio. Era lunedì primo dicembre del 2003. Pioveva. Ad accogliermi, una giovane donna bionda dall’aria cordiale, le movenze un po’ campagnole, la voce schietta, un sorriso contenuto ma sincero.

Silvia allora lavorava nel reparto di contabilità, all’interno della palazzina in cui c’era l’ufficio di quello che veniva indicato come “responsabile EDP”, ovvero… io. Da quel giorno, sono passati quasi quattordici anni. La sede del mio ufficio è cambiata parecchie volte, spesso in peggio. I miei incarichi si sono complicati, ho avuto modo di conoscere e apprezzare quasi tutti i miei colleghi di allora e quelli che si sono avvicendati negli anni. Ho stretto amicizie vere, che durano ancora oggi. Anche con Silvia ho fatto amicizia, sono andato al di là del semplice rapporto fra persone che sono costrette a condividere per otto ore (minimo) spazi molto vicini. Non avevamo molte cose in comune, ma c’era una reciproca simpatia. Lei, non così propensa a fare amicizia con tutti, aveva sempre qualche attenzione particolare per me, una parola buona da spendere in mio favore. Io cercavo, nel mio modo relativamente equanime, di ricambiare, di farle capire che comprendevo il suo affetto. In tutti questi anni abbiamo sviluppato qualche progetto insieme, abbiano conversato di argomenti seri e meno seri, abbiamo partecipato a riunioni, pranzi, cene. Abbiamo riso, attività non particolarmente apprezzata in azienda. Mi piaceva la sua risata roca e spontanea, per niente controllata.

Un paio di anni fa, dopo qualche mese di sintomi incerti, la terribile diagnosi: Silvia aveva un cancro, e non di quelli meno aggressivi.
Dimostrando una forza d’animo che pochi le avrebbero attribuito in precedenza, iniziò a combattere la malattia, sottoponendosi alle terapie più invasive: radio, chemio, intervento chirurgico devastante, altre chemio… Appena ritrovava forze sufficienti, dopo un ciclo di micidiali farmaci, tornava al lavoro, dai suoi colleghi. Cercava di riprendersi quella normalità che la malattia le strappava di dosso come fa un predatore con la carne della sua vittima. E temporaneamente ci riusciva! Tornavamo a lavorare, conversare, ridere insieme.

Negli ultimi mesi, il cancro ha preso il sopravvento. Le terapie a disposizioni sono finite, i miracoli non sono arrivati. Le aspettative di Silvia sono andate sfumando: dalla speranza di una guarigione a quella di vivere ancora qualche anno per poter vedere i suoi figli diventare giovani adulti, indipendenti, infine a quella almeno di consentire loro vacanze tranquille (sì, a questo arriva il cuore di una mamma, anche quando ha il destino segnato), per finire col dissolversi del tutto.

Il 12 luglio scorso ci siamo scambiati alcuni messaggi tramite Whatsapp. Non ci vedevamo da oltre un mese, era a casa particolarmente prostrata dopo un ciclo di chemioterapia. Ecco lo scambio di messaggi (con tentativo di ricostruire le emoji usate)

Mario: Ciao Silvia! Te la senti di parlare al telefono? Niente di particolare, volevo solo salutarti 🙂

Silvia: Ciao Mario, scusa ma non sto per niente bene. Ti chiamo io, scusa ancora ❤

Mario: Mi dispiace moltissimo che stai male. Non ti preoccupare, quando te la sentirai ci chiamiamo.
Era per dirti che anche se non mi senti ti penso. Questa notte ho sognato che arrivando al lavoro ti trovavo in ufficio. Dicevi che, anche se non stavi benissimo, eri riuscita ad arrivare ed io ero contento per questo. Al risveglio ho capito che era solo un sogno, certo, ma quando sono arrivato in ufficio e non c’eri mi è venuto da piangere 😦

Silvia: No dai non dirmi così, fai piangere anche a me. Ti voglio bene!!! ❤

Mario: Scusa! Volevo raccontartelo. Ti voglio bene anch’io! 🙂  ❤

Silvia: ❤ ❤ ❤

 

Non siamo più riusciti a sentirci né a scriverci.

Giovedì 21 settembre Silvia ci ha lasciati per sempre.

Ci mancherai. Davvero.

 

Will You Miss Me When I’m Gone
(A.P. Carter)

When death shall close these eye lids
And this heart shall cease to beat
And they lay me down to rest
In some flowery bound retreat
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me when I’m gone?

Perhaps you’ll plant a flower
On my poor unworthy grave
Come and sit along beside me
When the roses nod and wave
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me when I’m gone?

One sweet thought my soul shall cherish
When this fleeting life has flown
This sweet thought will cheer when dying
Will you miss me when I’m gone?
When these lips shall never more
Press a kiss upon thy brow
But lie cold and still in death
Will you love me then as now?
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me?
(Miss me when I’m gone)
Will you miss me when I’m gone?

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Prospettive

Mio padre ha fatto la Resistenza. L’8 settembre 1943 stava svolgendo il servizio militare nel cuneese. Dopo l’annuncio dell’armistizio, come molti altri, disertò e si unì ad una delle nascenti formazioni partigiane in quella zona (mi pare nella Val Varaita). Successivamente, fece avventurosamente ritorno nel suo Oltrepò, dove svolse la sua attività antifascista fino al termine della guerra. Il babbo non raccontava molto di quegli anni, o forse non l’ho mai interrogato nel modo giusto. Ora è troppo tardi. Da un episodio che ascoltai da lui oltre vent’anni fa ho ricavato questo racconto.

 

– Lo faccio solo per quella santa donna di tua sorella!

– Ma vedi, Gus…

– Non dire altro! Da un padre come te non poteva che uscire un poco di buono!

– Gèpe non è un…

– Non dire altro, ti ho detto! Potrei cambiare idea, sai? E allora…

– …

– Bravo, vedo che hai capito! E ringrazia, sto mettendo a repentaglio la mia carriera, rischio pure la mia libertà!

– Grazie Gusto.

– Sei un debole. Peggio, sei un socialista… Per la fortuna di questo Paese, della Patria, ci siamo noi. C’è Lui. Duce a noi! A NOI!

Gusto scatta sull’attenti, il braccio levato nel saluto di rito.

Giuanìn abbassa la testa e si allontana. Prende la bicicletta e se ne va verso l’argine di Po. Fa qualche deviazione, si ferma, torna indietro. Il tempo è nuvoloso, potrebbe piovere da un momento all’altro. D’altronde, sono i primi di marzo, marzo pazzerello. Prende la strada per il paese vicino e si ferma presso un rudere, i resti di un antico mulino, circondati da arbusti ed erbacce che un inverno non particolarmente rigido non è riuscito ad annientare.

Gèpe lo ha visto arrivare da lontano. La sua vista di ventunenne è acuta, i sensi, dopo gli ultimi mesi di costante vigilanza, sempre all’erta. Nessun altro in vista oltre all’uomo che sta lentamente pedalando verso il suo nascondiglio. Pensa che potrebbe fargli prendere uno spavento, afferrandogli di sorpresa la bicicletta. Ma Gèpe non è mai stato un burlone e qualche mese sui monti di Cuneo a sfuggire ai fascisti gli hanno fatto passare la voglia di scherzare.

Giuanìn pensa che vorrebbe abbracciare suo figlio. Un pensiero inedito, quasi fastidioso. Non sono gente che esprime facilmente affetto, e di sicuro non con i gesti. Ma mesi di incertezza e di paura del peggio lo hanno segnato. E poi, in tutti quei romanzi che ha letto e continua a leggere, genitori e figli si abbracciano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Si limitano a guardarsi, sguardi schietti e diretti che dicono tutto. Il giovane è consapevole dei rischi che sta correndo, è però determinato continuare quello che ha cominciato. Il più anziano ha una paura maledetta, paura per il suo Gèpe, così simile e così diverso da lui. Teme per la sua vita ma lo capisce e lo ammira.

– Allora, ho parlato con lo zio Gusto, ha detto che è d’accordo.

– Dobbiamo fidarci di un fascista? Ti ricordi quella volta, quando avevo quattordici anni?

Giuanìn ride, di quella sua risata composta.

– Sì, era sabato e ti ha chiesto perché non eri al raduno dei balilla! E tu gli hai risposto…

– …che quelle stupidate lì non mi interessavano!  E’ diventato paonazzo, mi ha gridato, bava alla bocca, che mi avrebbe fatto mandare al confino!

Padre e figlio ora ridono insieme, un raro e prezioso momento di quasi-spensieratezza. Uniti dall’umorismo.

– Dobbiamo fidarci, Gèpe. Qui è troppo pericoloso. Per ora non ti stanno cercando, ma un rastrellamento può sempre capitare.

– Va bene, pa’. Faremo così.

– E stai tranquillo! Lo zio è uno sbruffone ma non è cattivo. In fondo, vuole bene a tua zia, quell’anima pia che lo sopporta.

Giuanìn non resiste e, nel salutare il figlio, gli mette una mano su un braccio. Un ultimo sguardo.

– Allora, siamo d’accordo

dice Gèpe, per stemperare l’imbarazzo.

Il nuovo rifugio è decisamente più comodo. E caldo. Un ripostiglio non troppo angusto ricavato nel sottotetto della vecchia casa colonica in cui stanno gli zii. Difficilmente visibile e accessibile sia dalla casa che da fuori, ha un passaggio che dà su una cascina ingombra di fieno, sacchi di mais, sacchi di fagioli, seminascosti per evitare requisizioni, cataste di legna, rottami vari.
La zia Carolina gli fa avere qualcosa da mangiare, gli ha portato pure un libro, “Anna Karenina”, che Gèpe ha letto velocemente in quelle lunghe ore di ozio forzato.

Con lo zio ha parlato solo la notte in cui è arrivato. Gusto era alticcio, come spesso gli accadeva dopo una certa ora, e gli parlava standogli troppo vicino, fra spruzzi di saliva e zaffate di vino.

– Sei la vergogna della famiglia. Un vigliacco, un disertore! D’altronde, sei come tuo padre. Uno che, invece di andare in trincea per la Patria…

Si interrompe per fare un mal riuscito saluto romano.

– …si è nascosto nella pampa argentina, mentre gli altri davano la vita per il sacro…

– Zio, papà voleva tornare ma il console italiano gli ha suggerito di non farlo. E tu, a quanto mi risulta, non sei andato in trincea.

– Zitto, vigliacco disfattista!

Gèpe è un ragazzo assennato, per nulla portato all’ostentazione. Ma su certe questioni, tende a perdere la pazienza.

– Zio, basta così!

E gli mostra, aprendosi la giacca, lo Sten, il piccolo mitra di fabbricazione inglese in dotazione alla banda partigiana a cui aveva aderito dopo l’8 settembre. Una banda che non c’è più, sterminata in gran parte da un’imboscata fascista.

A Gusto la ciucca passa di colpo guardando alternativamente il volto acceso del nipote e la canna del mitra. Non dice una parola e se ne va.

Gèpe teme che lo zio voglia vendicarsi e si maledice per la propria irruenza. Quante volte si era lasciato trasportare dalla passione, trovandosi poi a chiedere scusa per essersi lasciato andare. Ripensa a quella ragazza che gli piaceva così tanto, un paio di anni prima. Il suo unico difetto era l’essere figlia di un gerarca e, durante una discussione, Gèpe, che, al solito, si era scaldato parecchio, aveva esagerato con gli improperi indirizzati al padre di lei. Da quel giorno, si salutavano a malapena.

E’ tarda mattinata, fuori c’è il sole. Sta rileggendo “Anna Karenina”. Come sa raccontare bene questo Tolstoj!
Sente delle voci, c’è gente ai piedi del fienile. Chiude il libro e lo ripone. Per lui un libro è cosa preziosa, da proteggere. Afferra lo Sten, sblocca l’otturatore e si avvicina al varco che separa lo sgabuzzino in cui si nasconde dalla cascina. Si mette in ascolto. Probabilmente sono in due, parlano a voce alta e concitata. Uno è lo zio Gusto. Anche l’altra voce gli suona famigliare. Approfittando del chiasso provocato dal battibecco, striscia fuori dallo sgabuzzino, cercando di rimanere nascosto fra fieno, legna e sacchi. Con cautela raggiunge un punto da cui guardare senza essere visto. Come aveva immaginato dal timbro della voce, l’interlocutore dello zio è Sergione, il gerarca più giovane e più esaltato del paese. Alto, robusto, spalle larghe, sovrasta lo zio di tutta la testa. Di indole violenta, non è mai stato un tipo di molte parole. Ha sempre preferito chiudere le discussioni a cazzotti o a sprangate. Qualche volta a fucilate.
Ora sta apostrofando lo zio con tono arrogante e strafottente.

– Allora ti sei tenuto nascosti i salami, eh? Vecchio ubriacone! Queste cosa non si fanno ai camerati. No, no, proprio no!

E molla uno schiaffo a Gusto, che piagnucola:

– Non è così, non è così… lo sai che i salami nuovi sono pronti per San Giuseppe. Che è dopodomani, volevo farvi una sorpre…

Altro schiaffo, più forte. Lo zio vacilla, non cade perché si appoggia al muro.

Gèpe stringe il mitra. A quella distanza, il fascistone non avrebbe scampo.

– A noi non la si fa. Cacasotto!

Gli tira uno sganassone fortissimo, Gusto finisce per terra, a faccia in giù. Non si muove, respira affannosamente.

Gèpe è pronto a fare fuoco, se l’energumeno si avvicinerà ancora  allo zio.

Sergione raccoglie una sporta, probabilmente i famosi salami, e se ne va.
L’affanno nel respirare si scioglie in singhiozzi. Zio Gusto, umiliato, percosso, piange.

Gèpe abbassa l’arma. La tentazione di usarla per fare giustizia è stata forte, ma non ha ceduto. Sui monti gli è capitato qualche volta di dover sparare ai repubblichini, ma non ha mai colpito nessuno e questo pensiero gli è di conforto.

Un paio d’anni dopo è tutto finito. L’Italia è stata liberata dai nazi-fascisti, o almeno così dicono. I partigiani sono invitati a consegnare le armi agli Alleati e a smobilitarsi. Non tutti ci stanno, c’è ancora chi spera nella Rivoluzione. Ma Gèpe ne ha abbastanza. Ha fatto il suo dovere fino all’ultimo giorno, ringrazia il cielo di non aver dovuto uccidere nessuno, anche se gli sono capitate diverse situazioni in cui sarebbe stato prudente farlo.

Sono i giorni successivi alla Liberazione, giorni concitati. Una mattina il suo comandante lo chiama.

– So che vorresti tornartene ai tuoi campi, ma ho ancora una missione da affidarti.

– Spero che non ci sia da sparare!

– In teoria no… Ti spiego. Abbiamo arrestato Sergione, complice di molti pestaggi e, forse, di un omicidio. Tu e Carlo dovrete portarlo alla casa circondariale dove verrà internato in attesa del processo. Vi toccherà andarci a piedi, non ho mezzi disponibili. Sono meno di dieci chilometri, ce la potete fare!

– Guarda, quello del carceriere è un lavoro che proprio non mi piace… comunque, se c’è da farlo, lo faremo.

Gèpe e Carlo, un uomo sulla cinquantina, taciturno, prendono in consegna Sergione, ammanettato, e lo invitano senza tanti complimenti a mettersi in marcia. Taglieranno per i campi, lungo sentieri di campagna, per risparmiare un paio di chilometri.
Sergione fa lo spavaldo, si lamenta delle manette.

– Su, toglietemele. Non scappo mica. Siete in due, armati. Avete paura di me?

– Non dire tante stupidate e cammina, che è meglio.

– Obbedisco! Questa volta avete vinto voi. Ma la prossima…

– Ha vinto il popolo italiano. E non ci sarà una prossima volta!

– Torneremo, non preoccuparti. E allora, la vedremo, vigliacchi disfattisti!

Carlo, che non ha ancora aperto bocca, ignora Sergione e si rivolge a Gèpe:

– Ne ho abbastanza di sentirlo. Non si vede nessuno in giro… e se raccontassimo che ha tentato la fuga e lo facessimo fuori? Non lo rimpiangerà nessuno, nemmeno i suoi parenti…

Sergione sbianca. Gèpe risponde:

– No, Carlo, non pensarlo nemmeno! So cosa ha passato tuo figlio a causa sua, ma noi non siamo come loro!

Poi si avvicina al prigioniero, la mano appoggiata sul mitra.

– Ti ho visto quel giorno di due anni fa quando hai picchiato mio zio Gusto…

Sergione, che si era appena ripreso, sbianca di nuovo, guardando la canna dello Sten rivolta verso di lui.

– L’hai picchiato e buttato a terra perché potevi farlo, perché sei più alto e più grosso di lui…

Il colorito di Sergione vira dal bianco al verde muffa.

– …ma se io allora ti avessi sparato, saresti diventato tu il più piccolo dei due.

Sergione fa per dire qualcosa, non ci riesce, annaspa.

Gèpe si allontana senza aggiungere altro. Continua a camminare, un occhio alla strada, l’altro al prigioniero.

Rimangono in silenzio per una buona mezz’ora. Sono quasi arrivati in città, dove consegnaranno il fascista alle autorità competenti.
Sergione sembra aver recuperato la sua baldanza:

– E allora perché non mi hai sparato, quel giorno? Eh? Perché sei un codardo, ecco quello che sei!

“Noi non siamo come loro”.

I due partigiani lasciano il prigioniero alla casa circondariale e tornano verso casa, facendo tappa in un’osteria dove si concedono pane, salame e vino.

E’ una notte d’estate, Gèpe se ne sta in riva al Po. In questa stagione non è particolarmente alto, ma di acqua ce n’è a sufficienza.
In cielo, una luna a tre quarti, rossa e grandissima. Gèpe la guarda per un po’, affascinato. Poi apre il sacco che ha portato con sé e ne estrae una pistola Beretta M34, retaggio dei giorni di guerra. La guarda per un attimo, senza provare alcuna emozione, e poi la scaglia verso il centro del fiume. Un tonfo, l’arma sparisce. Per sempre, spera lui.
Dal sacco estrae anche il mitra Sten. Sarà più difficile lanciarlo lontano, è meno compatto di una pistola. Ma si è allenato a tirare ciottoli piatti nell’acqua, sa quello che deve fare. Un movimento rapido del braccio e del polso, il mitra raggiunge il punto più distante possibile del corso d’acqua e si inabissa.

Gèpe si sente più leggero. Rientra in paese fischiettando Amapola, voltandosi ogni tanto a gettare uno sguardo a quella luna così grande, così rossa.

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