Liebster-awarded (ellapeppa!)

Per dirla in stile “parla come mangi”, l’amica Martina, nota valchiria dedita al culto di Odino nel suo inedito avatar merliforme (e così, in barba agli ultranazionalisti scandinavi, ho unito miti norreni e teologie indù), titolare del blog Supposizioni & Supposte, mi ha insignito del premio Liebster. Grazie Martina!

Wow! Il premio Liebster! Ehm… ma cos’è il premio Liebster?  Lo spiega la stessa Martina: è un premio virtuale (ti pareva che vincevo qualcosa di tangibile?) assegnato da parte di chi lo ha già ricevuto (un premio ricorsivo, quindi) a blog con meno di duecento followers come riconoscimento della qualità del blog premiato e come incoraggiamento per l’autore.

In passato, questo blog, su altra piattaforma (la compianta Splinder), aveva parecchi lettori e commentatori. Detto per inciso, “lettori e commentatori”mi piace di più che “follower”, inutile anglicismo. La migrazione su WordPress ha ovviato alla chiusura di Splinder. Più difficile ovviare ad una crescente mancanza di voglia di scrivere nuovi articoli, cosa che ha portato all’attuale situazione per cui, per scrivere questo post, ho dovuto lottare contro le tenaci ragnatele che ostruivano l’accesso al blog. Ho rimosso solo le principali, quelle agli angoli del soffitto le ho lasciate (mi sarebbero mancate) e la polvere… oh, la polvere è rimasta dov’era, si sa mai che abbia bisogno di chiederle qualcosa, mettendo in pratica il vecchio suggerimento di John Fante.

Scusate la divagazione, torno all’ambìto premio. Il Liebster è un riconoscimento che comporta dei doveri (probabilmente anche il Nobel, nel caso vi saprò dire…). Il primo di questi è quello di pubblicare il logo del Liebster Award. Eccolo qui:

Liebster_Award

Il secondo dovere consiste nel ringraziare il blog che mi ha nominato e seguirlo. Ora, non so come si faccia a ringraziare un blog. Diciamo che lo farò nella persona di Martina, che quel blog redige e aggiorna. Lo seguirò certamente, lo faccio dal 2006. Su richiesta, seguirò pure Martina (magari non in bagno…).

Il terzo dovere è quello di rispondere a undici domande poste da chi mi ha nominato. E qui inizia la parte difficile. Vediamo:

  1. Qual’è il genere musicale che preferisci?
    Che accidente di domanda è? Il concetto di “genere” mi va un po’ stretto. La musica che preferisco è tendenzialmente suonata con strumenti acustici, voce compresa, con melodie costruite in base a rapporti gradevoli fra gli intervalli (lo so, è un concetto abbastanza astratto: diciamo che non mi piace troppo sentire un Do2 seguito da un Reb4); armonie altrettanto proporzionate, con qualche concessione alle dissonanze a mo’ di spezie; adeguato equilibrio fra il volume dei vari strumenti in modo che tutte le parti possano concorrere adeguatamente al risultato; voci utilizzate in modo abbastanza vicino alla loro espressione naturale, va bene il sostegno diaframmatico, ma vivo bene anche senza gli estremi di certo canto lirico (pure senza growl e distorsioni varie di certo rock), le armonie vocali sono gradite; le melodie preferisco siano relativamente semplici, di ispirazione popolare, non eseguite per sottolineare virtuosismo vocale ma per evocare immagini, ricordi, sogni, sentimenti; a soddisfare l’intelletto ci può stare la finezza armonica, purché mantenga l’espressività emotiva del  brano… mmm… mi rendo conto che la faccenda si sta complicando e allungando. D’altra parte, non riuscirei a dare una risposta generica tipo “country”, “blues”, “classica”, “rock” ecc.: appena pubblicata la risposta, me ne pentirei, pensando che forse avrei fatto meglio a dire un’altra cosa. Le preferenze di genere le lascio a quelli che hanno l’animo dei fans, io mi sa che sotto questo aspetto non sono granché.
    Nella mia “definizione” credo che ci stiano dentro un po’ tutte le cose che amo ascoltare: la musica acustica basata sulla tradizione anglo-scoto-irlandese e americana, l’opera barocca, tante varianti del cosiddetto roots-rock, ma anche i cori bulgari, Arvo Paart, tante musiche tradizionali dal mondo, un certo modo di fare blues, un certo modo di fare jazz (in dosi omeopatiche, per favore!), musica corale (senza esagerare con i cori alpini, troppo alcolici!)… insomma, un gran pezzo di quella importante ragione per vivere che è la Musica!
    Farei prima a dire quello che non mi piace. Chissà, forse potrei infilarci qualche intero genere… ma preferisco lasciare aperto uno spiraglio.
  2. C’è una canzone che ti rappresenta in modo particolare?
    Questa è facile: ovviamente la canzone è “E’ meglio Mario“, vincitrice dello Zecchino d’oro 1996!
    In alternativa, “Lark in the Morning” di Kate McLeod, ballata contemporanea in cui, a mio parere,  la musica ed il testo ben si armonizzano fra loro ad evocare uno struggimento di fondo, smussato ed attutito dal tempo, mai del tutto sopito.
    E’ una canzone che ho ascoltato per la prima volta una ventina di anni fa nella versione di Mollie O’Brien. Inizialmente mi aveva colpito l’accompagnamento di chitarra acustica fatto da Scott Nygaard, un vero poeta dello strumento. Ben presto iniziai a prestare attenzione all’intensa voce di Mollie e alle parole. In quei giorni, mi sembravano davvero parlare di me. Molti anni dopo, la canzone continua a rappresentarmi, ancor meglio di allora.
  3. Il tuo scrittore preferito?
    Altra domanda di non facile risposta. Ho avuto periodi in cui mi interessavo particolarmente ad un particolare autore: Emilio Salgari da ragazzino, Isaac Asimov da adolescente, più tardi i sudamericani, Amado e Marquez, la prima Allende, e poi Pennac, gli inglesi, mia grande passione, come Lodge, Amis, Dickens, Byatt, McEwan… e ancora Carlo Sgorlon, Silone. La Blixen. “Il Maestro  e Margherita” di Bulgakov, uno dei miei romanzi preferiti di sempre. Mordechai Richler. James Salter, John Willliams, Kent Haruf. Abraham Yehoshua, Amos Oz, Eskol Nevo. I fratelli Singer. Philip Roth. Continuano a farmi ridere “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo” di J.K. Jerome.
    Con gli anni, ho iniziato a variare parecchio, spaziando fra generi e stili piuttosto dissimili: “L’idiota” e subito dopo un giallo di Loriano Macchiavelli, seguito da una delle fantastiche avventure di Tuesday Next di Jasper Fforde. Dopo, tanto per gradire, Henry James e Virginia Woolf. Una parentesi con Mario Pomilio, poi una piccola dose di James Joyce e successivamente, per recuperare, Andrea Vitali. Lorenzo Licalzi e Jonathan Franzen. Se entro in una libreria corro il rischio di imbattermi in un autore che mi interessa. E subito dopo, in un altro. Se mi va male, in un altro ancora… E’ dura, ragazzi! Ci sono nomi, entrati nella mia mente e nel mio cuore nel passato o da poco, che, al vederli su un nuovo libro, continuano a farmi battere il cuore (e cacciare il portafogli!), ma non potrei dire “sono i miei scrittori preferiti”: come per la musica, dopo aver pubblicato il post me ne verrebbe in mente un altro, sarei preso dal rimorso come se avessi rinnegato un amico.
  4. Preferisci leggere poesia, narrativa o saggistica?
    Dai nomi che ho fatto nella risposta precedente penso si possa agevolmente dedurre che preferisco leggere narrativa. Che poi, nei romanzi che leggo trovo spesso splendida poesia e originale saggistica. Freud ammirava molto l’opera (narrativa) di Schnitzler per la sua profondità di analisi psicologica, al punto da avere una sorta di timore reverenziale per lo scrittore suo conterraneo. Non disdegno, comunque, la poesia, il teatro e neppure la saggistica (ma a piccole dosi, di documentazione tecnica ne leggo fin troppa per lavoro!)
  5. Ti va di descriverti  con 5 aggettivi?
    Apprezzo molto la delicatezza di quel “ti va?”. Attribuirsi aggettivi è sempre pericoloso: potrei scegliere un approccio soggettivo e rischiare sonore smentite oppure uno il più oggettivo possibile, al limite dell’autodenigrazione. Una più o meno falsa modestia, abbinata al tentativo di essere oggettivo, mi farebbe mettere da parte considerazioni sulle mie qualità. Posso usare avverbi o locuzioni avverbiali? Nel qual caso, potrei dire di essere relativamente colto, mediamente intelligente, tendenzialmente buono, abbastanza musicale, occasionalmente irascibile. Che dite, ci siamo? Senza avverbi: impulsivo, appassionato, ingenuo, affettuoso, rude. Può andare?
  6. Sei innamorato?
    Sempre e comunque (soprattutto comunque)!
  7. Se potessi provare la macchina del tempo, in quale epoca vorresti essere catapultato?
    Ecco, dipende dalle possibilità di gestire un eventuale ritorno, in caso di necessità. La domanda dice “catapultato”: diciamo che non mi piacerebbe piombare per caso in mezzo ad una pestilenza del medioevo, durante una carestia o fra le fiamme di un borgo incendiato dai lanzichenecchi. Ma nemmeno dalle parti della ghigliottina a fine ‘700, si sa mai che io possa apparire come un nemico della Repubblica. O fra i soldati napoleonici in ritirata dalla Russia.
    Epoche culturalmente interessanti ce ne sono parecchie, ma viverci potrebbe essere rischioso. Chissà, forse mi basterebbe tornare indietro di venti-trent’anni, magari con l’aggiuntiva possibilità di ringiovanimento fisico (le esperienze me le vorrei tenere), e fare altre scelte…
  8. Se ti regalassero un viaggio per una destinazione a tua scelta, dove andresti?
    Di posti che mi piacerebbe vedere, vicini o lontani, ce ne sono molti. Ma… già che mi regalano un viaggio senza specificare limiti, potrei scegliere di arrivare in qualche località del New England, magari Boston, e da lì partire, con una bella station wagon (oppure un van) completamente spesata da chi mi regala il viaggio, per qualche mese di vagabondaggio per gli USA, alla ricerca di luoghi, persone, musica. Ovviamente, con un documento che legalizza il mio girovagare, non vorrei finire a Guantanamo!
  9. Le 5 cose che non possono mancare nella tua valigia?
    Ussignur! Quando sto via più di un giorno ho sempre difficoltà a tenere il bagaglio leggero. Spero che la domanda non include cose come calze e mutande!
    Al netto degli accessori per una sopravvivenza civile minima e di eventuali farmaci obbligati, direi che nel mio bagaglio ci deve comunque essere: un grosso libro (o, con la possibilità di ricaricarne la batteria, meglio un lettore ebook con qualche centinaio di titoli assortiti), una torcia elettrica con buona autonomia, un set di piccoli attrezzi (forbici, cacciaviti, pinze), Biochetasi (sic!), apparato per la riproduzione della musica (anche in questo caso, con parecchi brani a disposizione, va bene anche il telefono) con cuffie.
    Potrei sostituire gli attrezzi con un giubbotto impermeabile pieghevole (a.k.a. k-way) oppure con una riserva compatta di cibo (non si sa mai). Oppure, se non potessi usare il lettore ebook, con un altro libro. Se il bagaglio mi deve servire per un tempo piuttosto lungo, potrei sostituire anche il lettore di musica con un altro libro (qualche sacrificio bisogna pur farlo!). Oppure con carta & penna, finiti i libri potrei mettermi a scrivere io.
  10. Un sogno che ti impegnerai a realizzare nella tua vita?
    Mi sa che sono un po’ in ritardo per molte, troppe cose… Non so se conoscete la canzone “Poems, prayers and promises” di John Denver. A ventotto anni già faceva un bilancio di una vita già ricca e pensava a quello che avrebbe voluto ancora fare: crescere una famiglia, partire per un luogo remoto, danzare fra le montagne della luna. A vent’anni, erano anche i miei sogni, ormai sbiaditi.
    Rimane un grande sogno, che in parte ho realizzato: quello di fare musica, la mia musica, comunque si possa definire. Musica con i migliori strumenti possibili: una chitarra acustica il cui suono sia poesia, un mandolino ed un banjo dal timbro deciso e dolce allo stesso tempo, un dobro che suoni come un cannone, un octave mandolin, forse un Corrado Giacomel, per cambiare suono, strumenti che devo ancora imparare a suonare ma chissà… Musica suonata con musicisti a me affini, che cerchino il risultato d’insieme piuttosto che il virtuosismo solista, musicisti che io possa chiamare “amici” (e non nell’inflazionistico senso di Facebook). Musica, il mio ultimo sogno.
  11. Un personaggio (reale o di finzione, storico o contemporaneo) che ammiri?
    A questo punto, nessuno si aspetta che io spari subito un nome, secco. Persone che ammiro ce ne sono parecchie, ognuna a pieno titolo, molte di queste sconosciute ai più. Da ragazzino, nella seconda metà degli anni ’70, giocavo con un paio di amici a far le corse in bici. Uno di loro diceva di essere Gimondi. L’altro si autoproclamava Merckx. “E io chi sono?”, chiesi, totalmente digiuno di ciclismo sportivo. “Tu sei Carlo ‘d Pulòt”, rispose uno dei due malandrini. Così passammo il pomeriggio sfrecciando per la piazza del paese, sorpassandoci a vicenda, gridando “Arriva Gimondi!”, “Passa Merckx!”, “Largo a Carlo ‘d Pulòt!”.
    Qualche tempo dopo scoprii che Carlo ‘d Pulòt era un anziano compaesano, non un campione mondiale di ciclismo. Eroi sconosciuti. Ecco, forse è fra questi che si nascondono i personaggi che ammiro di più. Gli antichi erigevano altari al Dio Sconosciuto, preoccupandosi, fra la moltitudine di dei che ai tempi andava di moda, di averne dimenticato qualcuno  che, irascibile, potesse vendicarsi. E io ammiro l’eroe sconosciuto. Chiunque esso sia, fra le altre doti deve avere questa: l’umanità.

Bene, ho faticosamente risposto alle undici domande. Ora dovrei nominare undici blogger con meno di duecento lettori accreditati, informarli del premio e stilare una lista di undici domande a cui dovranno rispondere… non ce la posso fare! Facciamo così: ora pubblico questo post. Mi documento sui possibili blog da nominare e in un successivo post completo il mio dovere di premiato.

Nel frattempo, andrò a leggermi le risposte degli altri blogger nominati da Martina.

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Anna (una storia per Halloween)

Ma… avevo scritto questo racconto per Halloween, più per far piacere ad un’amica che per pubblicare un post. E a quanto pare non l’avevo pubblicato. Lo faccio ora. E’ una storia ideata e scritta di getto, probabilmente non l’avevo nemmeno riletta. L’ho fatto ora, al volo, e grossi errori non ne ho trovati.

 

“Dov’è”?

“Da questa parte, dottore. Il medico legale è già arrivato, forse lo conosce, è…”

“Gianluca Santi. Sì, lo conosco, abbiamo studiato insieme”

Stefano, salutati con un cenno gli agenti fuori dalla porta, entra nell’appartamento, si dirige verso la camera da letto che un poliziotto gli ha indicato.

Nella luce innaturalmente forte tutto ha confini netti, irreali. Vede libri per terra, le pagine sgualcite e bagnate dall’acqua fuoriuscita da un bicchiere che si è fracassato cadendo dal comodino. Sedie rovesciate, un cuscino dalla federa lacerata. Non è difficile ipotizzare una colluttazione. Più difficile capire chi è stato a…

Stefano sposta appena lo sguardo e lo vede, disteso per terra e coperto da un lenzuolo bianco. si avvicina.

Una voce lo fa sobbalzare.

“Ciao Stefano”

“Ah… ciao Gianluca. Grazie per avermi avvisato”

“Di nulla, sapevo che Carlo era tuo amico. Mi dispiace”

Al pensiero Stefano sorride, mesto. Amici. Sì, finché non hanno conosciuto Anna, quella sera di cinque
anni prima, in uno strano pub di stampo irlandese. Lei era sola ad un tavolo, con il viso
rigato di lacrime. L’uomo che aspettava le aveva dato buca per l’ennesima volta e i
due amici, colpiti sia dalle lacrime che dall’avvenenza della ragazza, si sedettero vicino
a lei, attratti da un’inspiegabile malìa. Anna ritrovò il sorriso, Carlo e Stefano
persero la loro amicizia, innamorandosi entrambi di quella giovane donna bella, dolce e
misteriosa. I due se la contesero per qualche mese e lei non seppe, o non volle, decidere.
Poi Anna sparì senza dire nulla a nessuno.

Ed ora Carlo è steso a terra, morto, celato alla vista del mondo da un pezzo di stoffa.

“Posso vederlo?” chiede Stefano.

“Se vuoi. Non è un bello spettacolo” risponde Gianluca

“Ferite profonde? Mutilazioni?”

“No, no, niente di tutto questo. E’ morto per arresto cardiaco. Ma ha un’espressione…”

Stefano solleva il lenzuolo e avverte un formicolio al cuoio capelluto.

“Accidenti!”

Carlo aveva gli occhi sbarrati (“Non sono riuscito a chiuderglieli”, mormora il medico
legale), i capelli dritti e incanutiti. Una maschera di puro terrore.

“Arresto cardiaco… sembra letteralmente morto di paura!”

“Già, ma a causa di cosa? e cosa è successo in questa stanza?” chiede Gianluca, più a se
stesso che a Stefano.

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E’ il tardo pomeriggio del 31 ottobre. Carlo cammina veloce, nella nebbia che da dopo il
tramonto ha invaso la cittadina. L’illuminazione pubblica crea macchie nebulose sospese
per aria. La luce delle vetrine dei pochi negozi ancora aperti si diffonde nella nebbia
come un vapore fluorescente. Da uno di questi negozi esce una figura contro cui Carlo
quasi va a sbattere.

“Mi scusi, mi scusi, sono sempre così distratto…”

“Di nulla, non si preoccupi… ma… Carlo!”

Carlo, che stava procedendo oltre, si ferma e si volta a guardare la donna che lo ha
chiamato per nome.

“Anna. Anna, sei proprio tu?”, mentre un sorriso incontrollabile gli si allarga sul volto.

“Sì! Carlo!”

Anna si precipita fra le braccia di lui, che la stringe affettuosamente. Poi si separano,
fanno entrambi un passo indietro e si guardano, tenendosi le mani e sorridendo.

“Anna… ”

Carlo vorrebbe farle mille domande, ma ne formula solo una:

“…che ne diresti di un caffè?”

“Certo, Carlo, con piacere. Purtroppo sono attesa ad una… una riunione, non posso far
tardi. Ma un caffè ci sta!”

Entrano in un bar poco lontano. Sono gli unici avventori, si avvicina l’orario di chiusura
ed il barista li guarda di traverso, borbottando qualcosa che sembra una bestemmia.
Si fanno portare i caffè ad un tavolino.

Per un po’ non dicono nulla, si guardano e continuano a sorridere. Carlo si perde negli
occhi luminosi di Anna, esattamente come cinque anni prima, e un mucchio di legittime
domande rimangono in sospeso.
Lei si comporta come se non fossero passati tutti quegli anni, come se semplicemente
avesse fatto un breve viaggio e fosse appena tornata, felice di incontrare un tenero
amico.
La conversazione ha un che di surreale. Parlano del tempo, di lavoro, di qualche
conoscenza in comune (ma non di Stefano, l’antico rivale).

Il barista fa cadere un bicchiere e sgrana un rosario di sacramenti. Carlo e Anna capiscono
che è ora di andarsene. Pagano ed escono. Fuori la nebbia si è infittita ma a Carlo
sembra che splenda il sole di maggio.

“Senti, accompagnami a casa, così facciamo ancora due chiacchiere. Ti va?”

“Sicuro, con piacere!”

A Carlo non pare vero. Ai tempi in cui si erano frequentati, lei non aveva mai detto dove
abitasse, né a lui né, se gli si doveva credere, a Stefano. “Chissà…”, pensa Carlo,
“Chissà…”

Camminano una decina di minuti, tenendosi per mano, fino ad un brutto condiminio.
Anna tira fuori le chiavi dalla borsetta, apre il portone, accede la luce dell’atrio e
inizia a salire una rampa di scale, seguita da Carlo. Al quinto piano si fermano davanti
ad una porta alquanto scalcinata. La ragazza apre, un po’ a fatica, entra e accende la
luce. E’ uno squallido bilocale: un atrio che dà su una minuscola cucina e su una
altrettanto minuscola camera da letto, verso cui Anna si dirige, tirandosi dietro Carlo.

“Ti faccio accomodare qui, la cucina è troppo in disordine!” gli dice allegramente.

Carlo si siede sul letto che, contro le sue aspettative, non cigola, mentre lei si toglie
il cappotto e, rimanendo in piedi, si volta verso di lui, sciogliendosi i capelli.

E’ davvero splendida, con la chioma sparsa sulle spalle, con qualche ciocca che ricade
disordinata sulla fronte, le guance graziosamente arrossate dal cambio di temperatura ed
un sorriso dolce che la rende radiosa.

“Anna, sei… sei un sogno!” le dice Carlo, meravigliandosi di aver trovato il coraggio
di parlarle così.

“Grazie”, risponde timidamente lei, e le sue gote paiono diventare ancora più rosse.

Lui fa per alzarsi, ma la ragazza lo trattiene e gli si siede accanto. Rimangono così per
un po’, fianco a fianco. Poi, lentamente, si voltano l’uno verso l’altra, a guardarsi.
Carlo non ricorda di essere mai stato tanto vicino ad Anna ed il cuore gli batte sempre
più forte. La distanza fra di loro si riduce inesorabilmente, come seguendo una legge di
natura.

“Carlo…”, mormora lei, appena prima di appoggiare le labbra a quelle di lui. O sono
le labbra di lui ad appoggiarsi a quelle di lei?

Il bacio è casto e brevissimo, i visi si discostano leggermente e i due tornano a
guardarsi, mentre si tengono per mano.

“Anna… sapessi quante volte ho sognato questo momento… e continua a sembrarmi un
sogno…”

Gli occhi di lei sembrano riflettere intere costellazioni, mentre gli risponde con tono
dolcissimo:

“Carlo… Carlo… no, non è…” e intanto lei gli si avvicina, socchiudendo le labbra.

“…un sogno”, ed il tono si fa più roco

“No, Carlo, non è un sogno”

Carlo si ritrae leggermente. La voce di Anna all’improvviso ha perso la dolcezza di prima
ed ora è più metallica.

“Non è un sogno”, ripete lei, con la voce di un automa da vecchio film di fanstascienza.

Carlo fa un passo indietro e sgrana gli occhi. Anna è lei e al contempo non è più lei.
Il viso è lo stesso, gli occhi sono gli stessi ma lo sguardo ha qualcosa di cattivo.

“Non è un sogno, no, proprio no”

La bocca si allarga in un ghigno che mette in mostra denti non umani.

“Ma che cazzo…” Carlo cerca di alzarsi, ma le mani di lei stringono forte le sue, forte
da far male.

Carlo grida. Le unghie di Anna gli si ficcano nella pelle, la bocca di lei aperta per
metà, con quei denti orrendi, si avvicina al volto di lui.

Con uno strattone disperato, Carlo riesce a liberarsi e si alza, urtando il comodino e
facendo cadere un bicchiere d’acqua mezzo pieno ed un paio di libri. Cerca di dirigersi
verso la porta ma Anna lo raggiunge e con un ceffone lo fa cadere a terra.

Gli si avventa addosso, in un’orrida parodia di amplesso, inchiodandolo al pavimento.

Carlo ha gli occhi sbarrati dal terrore mentre lei lo guarda con quel volto angelico e
gli parla con voce diabolica.

“Non è un sogno, Carlo, non è un sogno”

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Stefano, salutati Gianluca e gli agenti, esce dal minuscolo appartamento, poco più di un
bilocale, e si incammina verso la macchina. La nebbia è sempre fitta, ma lui quasi non
se ne accorge, ancora preso dal pensiero della strana morte di Carlo.

Poco prima di raggiungere l’auto, dalla nebbia emerge una figura. E’ una donna, si dirige
verso di lui.

“Stefano!”

E’ una voce famigliare, dolce e allegra.

“Non può essere!” pensa Stefano, ma poi risponde:

“Anna! Sei proprio tu?”

“Sì! Ciao, Stefano!”

“Anna… sembra un sogno!”

“Non è un sogno, Stefano, non è un sogno”

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Margherita fra le stelle

No, non avete sbagliato indirizzo, questo è il blog MinimAzione. O meglio, quello che ne rimane. Contro ogni apparenza, non ho intenzione di trasformalo in un sito dedicato alla commemorazione. La verità è che, ultimamente, solo eventi di un certo impatto emotivo (per me) mi spingono a scrivere post, eventi come la scomparsa di persone che in qualche modo mi hanno influenzato. In questo caso, Margherita Hack, morta qulche giorno fa, il 29 giugno.

Non sto a spiegare chi sia, Wikipedia la possono consultare tutti. Il suo nome mi è noto da quando facevo le medie e leggevo “Scienza e vita (nuova)”, rivista di divulgazione scientifica. Hack scriveva articoli e rispondeva a domande di astronomia e astrofisica (ovvero, faceva il suo mestiere). Più avanti, acquistai anche qualche numero di “L’astronomia”, altra rivista, diretta dalla nostra Margherita. ma poi decisi che il cielo mi bastava guardarlo in qualche notte limpida, il più lontano possibile dall’inquinamento luminoso.

Ecco, in realtà un progetto di post “non commemorativi” ce l’avevo: volevo pubblicare brani musicali con (ma non necessariamente) due parole di commento. Uno di quelli che avevo pensato di pubblicare, “The Unanswered Question“, breve composizione strumentale di Charles Ives, musicista americano vissuto fra fine ‘800 e metà ‘900), mi sembra l’accompagnamento adatto all’ultimo viaggio di Margherita Hack (lei direbbe che il viaggio si limita a quello fra il lugo della sua morte e quello della sua sepoltura o cremazione, ma chi lo sa?). Vi riporto un link ad una delle mie esecuzioni preferite di questo brano. Segue un commento, ispirato a documenti in rete su autore e musica, che avevo scritto per un amico.

The Unanswered Question

Ho scelto questa fra le tante versioni in rete per la sua esecuzione intensa e un po’ cruda (ce n’è una diretta da Bernstein, impeccabile ma un po’ “molle”). Nel video passano riprese della partitura e vengono evidenziate le parti più interessanti, in particolare l’ostinato di tromba.

Secondo me, già l’ascolto è sufficientemente suggestivo, ma ti racconto cosa succede nel brano, per come l’ho capito leggendo e rielaborando varie note in rete.

Inizia un rarefatto tappeto di archi, un largo eseguito pianissimo. Rappresenta il fluire della Storia, con i suoi tempi, che non sono i tempi umani, ed i suoi modi. Dal tappeto si staccano parti melodiche, lente e tonali (probabilmente eseguite da una viola). Un po’ come lo sviluppo dell’Universo, che nasce omogeneo dal Big Bang e poi si differenzia. Molto dopo la nascita dell’Universo, ecco l’uomo, che inizia a porsi domande sul significato di tutto quanto. La Domanda è affidata alla tromba, che suona cinque note atonali, dissonanti e apparentemente sfasate nel tempo: l’uomo non parla il linguaggio dell’Universo. La Risposta la danno i flauti, con una ancor più accentuata dissonanza melodica e ritmica, come se chi ha pensato a rispondere non avesse capito la domanda (alla fine del fraseggio si riconosce un pezzo della domanda espressa dalla tromba: una risposta parzialmente tautologica, ovvero quello che è stato fatto tante volte nella storia della filosofia).
Passa il tempo e le domande si presentano con maggiore frequenza, ma chiedono tutte la medesima cosa: la tromba suona sempre le stesse cinque note, i flauti rispondono sempre più dissonanti e sempre più forte. Come a dire che la conoscenza si evolve, sempre più risposte vengono proposte, ma nessuna corrisponde alla domanda, aumenta solo il rumore.
Verso la fine, addirittura, la risposta dei flauti contiene, stavolta distorta nella melodia e nel tempo, la domanda stessa, come a prendersi gioco di chi, ai giorni nostri, si chiede ancora il significato dell’esistere. Alle ultime cinque note di tromba, il ripetersi della domanda, risponde solo il silenzio, quello che Ives chiamò “il silenzio dei druidi”.

Che dire? A me questo brano fa venire la pelle d’oca.

A chi può interessare (ehilà, Katherine!), qui si può scaricare una partitura ridotta.

Non so se Margherita Hack conoscesse questa musica, ma suppongo che avrebbe apprezzato.

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Un angelo (anche) per chi non crede

…ma un angelo indisciplinato e con il sigaro fra i denti.

Questo pomeriggio è morto a ottantaquattro anni don Andrea Gallo, prete “angelicamente anarchico”. Non penso ci sia bisogno di indulgere in particolari biografici. E non è comunque mia intenzione raccontare di lui. Si diranno tante cose, in questi giorni, e ancor di più sono state dette in rete.

Sarà l’angelo di chi non crede più nella vita e se la gioca in mille pericolosi modi, sarà -mi piace pensare- un po’ anche l’angelo custode della Costituzione (ma quella nata dopo la Resistenza, non quella che vogliono ritagliare e sagomare a immagine e somiglianza dei padroni), che per lui ha il valore di una preghiera, come don Gallo stesso ha dichiarato in un suo libro (“Di sana e robusta Costituzione” – Aliberti Editore, 2011):

“Una volta il cardinale Tettamanzi mi chiese: «Gallo, tu preghi?»
«Quando voi superiori mi fate delle zuppe è chiaro che prego. Però eminenza, io ho una preghiera che per divulgarla serve il suo nulla osta…»
E lui, intrigante brianzòl: «E qual è questa preghiera?»
«I primi dodici articoli della Costituzione!»”

Voglio ricordarlo anche così:

E salutarlo con una canzone del “suo” Fabrizio De Andrè:

https://www.youtube.com/watch?v=4edJoHvDy2I

Addio, Gallo. Ora forse saprai tutto, forse il tuo Capo la pensa come te o forse no, ma in tal caso avrà un fiore pungente nel suo giardino a ricordargli una Chiesa “non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna, a fianco dei bisogni delle donne e degli uomini”

 

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Continuiamo a resistere!

Sì, sì, lo so che c’è la crisi, c’è la disoccupazione, c’è lo spread, c’è… c’è quello che i mandanti dei fascismi di tutto il mondo ha voluto che ci fosse. Ora i suddetti mandanti ci han mandato pure ‘sta cricca di burattini a riempire i banchi del Parlamento (ovvero, come sputare in faccia ai Padri Costituenti).

E noi resistiamo!

Anche con la musica. A mio padre, che resistette dal 1943 al 1945 e anche dopo, fino al termine dei suoi giorni, questa versione di “Bella ciao” forse non sarebbe piaciuta, ma si sarebbe commosso. Ed io con lui.

https://www.youtube.com/watch?v=55yCQOioTyY

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Teologia morale dell’esproprio proletario

Fa un po’ specie constatare (e non per la prima volta) che fra tanti caciaroni che si definiscono “di sinistra” o addirittura “comunisti”, fra quei figli di papà che giocano alla rivoluzione sfasciando vetrine (e prelevando cose di cui non hanno veramente bisogno) e quei desperados che giocano ai giochi di ruolo in Parlamento, sbattendosene dei milioni di persone che li hanno eletti, una parola comprensibile a tutti l’abbia pronunciata un prete. Si tratta del parroco di Dese, un paese vicino a Mestre, che ai suoi parrocchiani ha detto di essere disposto a “prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri” piuttosto che vederli suicidi, come sta capitando troppo spesso.
Don Enrico Torta ha detto anche molte cose, usando pure la parola “rivoluzione”. Ha puntualizzato l’immoralità di un mondo in cui, causa il liberismo sfrenato e inumano, le differenze fra chi ha e chi non ha si stanno accentuando sempre più. Ha sferzato chi accumula ricchezza disinteressandosi del prossimo peggio che Gesù nel tempio.
Ligio al suo cattolicesimo, ha pure trovato una giustificazione nell’ambito della teologia morale alla sua proposta di rubare ai ricchi nel principio di “compensazione occulta”, di cui parlava già Tommaso D’Aquino (si può leggere in questo articolo, a pagina 9).

Per saperne di più, leggete questo articolo e quest’altro. Se ai giorni nostri “essere di sinistra” non corrisponde, almeno nella prassi, a quanto don Enrico ha dichiarato pubblicamente, è davvero ora di cambiarla, questa sinistra.

Vengono in mente le parole di De Andrè nella canzone “Il testamento di Tito”:

“Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.”

 

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Fiori in miniera (grazie, Enzo)

Non sono e non sono mai stato un grande fan di Enzo Jannacci. Sono consapevole delle cose pregevoli che ha fatto, delle sue idee melodiche, dei suoi testi lucidamente allucinati. Però… boh? Forse non mi piace il suo modo di cantare, volutamente sgraziato, forse non amo l’eccesso, ingrediente base delle sue canzoni (d’altra parte, lui stesso ci avverte: “L’importante è esagerare”). Sarà che da bambino mi inquietava “Vengo anch’io, no, tu no”, che si ascoltava spesso alla radio (mia mamma la teneva sempre accesa) e “Messico e nuvole” mi agitava. Insomma, Jannacci non è mai stato un artista che mi faceva correre a comprare i suoi dischi.

Eppure, una delle canzoni italiane che preferisco l’ha scritta lui. Non è di quelle famose, io stesso l’ho sentita per la prima volta da De Gregori (cantautore più vicino alla mia sensibilità).

La canzone è “Sfiorisci bel fiore“, una melodia semplice, un testo che pare una favola triste. Jannacci ha dichiarato che quella canzone gli meritò uno dei complimenti più belli: gli dissero che quella era una canzone popolare. Potrebbe anche esserlo, parole e musica. Ma il testo contiene frasi che sono quasi un marchio di fabbrica, macchie di colore stonate con il resto. Ecco perché questa canzone mi piace particolarmente: per quella sua melodia dal sapore tradizionale e per quel testo struggente.

Basta con le parole, ascoltate! Ho scelto una vecchia versione, eseguita durante una non identificata trasmissione televisiva. Come non commuoversi al sentire la presentazione, all’ascoltarne l’interpretazione?
Enzo, non sono un tuo fan, ma grazie per avermi dato, averci dato, “Sfiorisci bel fiore”. Buon viaggio.

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