Goodbye Janis – part two

Ci siamo. Ecco l’ultima parte del racconto della serata. Il recital vero e proprio è durato poco più di un’ora, il resoconto forse di più. Misteri dello spazio-tempo!
Quest’ultimo capitolo è piuttosto lungo, ma non ho trovato modo di sezionarlo ulteriormente, né di ridurlo (cosa che non avevo comunque intenzione di fare, volevo un resoconto minuzioso!).

Siamo nascosti in uno sgabuzzino con accesso diretto al palco. Laura Fedele, Brunella, il suo ragazzo Claudio, che fa da coordinatore, Martina ed io. E’ caldo e buio, una candela illumina debolmente il copione su cui sono segnati gli interventi musicali, il resto dell’ambiente è immerso nell’ombra. Sedie, sgabelli, oggetti indefiniti sono distribuiti lungo le pareti. Su un tavolino alcune bottiglie d’acqua, su un altro il mio dobro, che attende di salire con me sul palco. Devo stare attento a non perdere i picks (sorta di “unghie” di metallo che uso per pizzicare le corde), appoggiati vicino allo strumento, ma invisibili a causa dell’oscurità. Laura vuota il suo bicchiere alcolico, passeggia su e giù per lo sgabuzzino. Martina mi dice ancora qualcosa sulla sistemazione dei testi sul leggio, è piuttosto silenziosa e concentrata. Ho fiducia in lei, sono tranquillo. Spero solo di non combinare pasticci, in un contesto che sembra badare così tanto alla perfezione formale. Brunella smoccola ancora qualche imprecazione, che non distinguo. Poco prima di uscire dal camerino le ero passato accanto e lei mi aveva detto: “Merda!”. Eh? Rimasi un attimo allibito, poi compresi che si trattava di un augurio da artisti (di un mondo a cui non appartengo, per me fare musica è un dono a me stesso e a chi vuole ascoltare, non questione di successo o applausi). Incerto, avevo replicato: “Altrettanto”, con il dubbio di avere sbagliato risposta.

Senza soluzione di continuità con il brusio di sottofondo partono, dall’impianto di diffusione del locale, le note di Little Girl Blue, una ballatona melodica scelta come “sigla” iniziale.
Posso quasi avvertire le pulsazioni accelerate dei rifugiati nello sgabuzzino. O forse sono le mie.

Dopo circa un minuto la canzone viene sfumata ed una voce inizia a leggere, racconta del ritrovamento del corpo senza vita di Janis, in una stanza d’albergo il 4 ottobre 1970.
Altre due voci ricostruiscono il dialogo fra la cantante ed il chitarrista della sua band, le ultime parole. Parole energiche e disperate, una sintesi della sua vita di rock-star, sospesa fra immensi successi, della cui portata lei era ben consapevole, e l’insicurezza, la paura dell’abbandono, per cui gli unici rimedi efficaci le parvero essere l’alcol e l’eroina.
Il testo poi procede per flashbacks, narrando la vicenda di Janis dagli esordi per chiudersi di nuovo con la morte.

Claudio fa bene la sua parte, introducendo al momento giusto Laura Fedele, un po’ la star della serata, che esegue una bella versione a cavallo fra il jazz ed il blues di quella che è una ninnananna cantata dal personaggio di un’opera, Porgy and Bess, di Gershwin: Summertime.
Mi ha sempre lasciato perplesso il fatto che molte interpretazioni di questo brano fuori dal contesto del melodramma abbiano sonorità ben lontane dalla ninnananna!
Laura torna nello sgabuzzino fra gli applausi, forse un po’ di maniera, il pubblico è ancora freddo.
So che poi toccherà a noi, mi consulto con Claudio su quando entrare. Mi chiede quanti secondi impiegherò a posizionarmi. Secondi? Eh, sì, il copione prevede che l’accompagnatore sia al suo posto in modo che quattro secondi dopo il termine della parte narrata inizi l’introduzione del brano. La Janis, come viene definita la vocalist di turno, entrerà in scena appena dopo, iniziando a cantare.
Dopo aver represso una salva di imprecazioni contro questa idiozia, sparo un numero a caso, poi, senza aspettare l’ok, salgo sul palco.

Mi arrampico sullo sgabello, appoggio il dobro sulle ginocchia, posiziono il microfono.
Infilo i picks sul pollice, indice e medio della mano destra ed impugno il bar (una barretta di acciaio di forma arrotondata, con cui si ottengono le note dalle corde e l’effetto “slide” facendola, appunto, scivolare). Il tutto con una manciata, non so quanti e non me ne frega nulla, di secondi di anticipo.
Il lettore, Ezio, termina la sua parte e mi guarda. Non ho bisogno del cronometro per capire quando è ora di iniziare, è una sorta di comunicazione senza parole fra me e il pubblico.
Ok, vado! Un risonante fraseggio sulla corda di re, senza tempo, eccheggia blues, country e gospel.
Forse più country, d’altra parte l’introduzione al brano è mia.
Martina mi affianca, rimane in piedi davanti al microfono, che toglie dal supporto. E’ alta e slanciata, vestita in modo sobriamente hippy, il trucco leggero. Sicuramente l’impatto visivo è significativo. Quasi quanto quello vocale.
Mi guarda un attimo, poi guarda il pubblico, o forse non guarda più nulla. Al termine dell’introduzione inizia a cantare Turtle Blues.
La versione originale, eseguita da una band, accompagnata dal piano, qui viene resa molto “delta”, fraseggi e accordi dal tipico timbro dato dal risonatore metallico del dobro e dall’uso del bar fatto scivolare sulle corde, supporto ritmico, il piede battuto sulle assi del palco dalla cantante. Note leggere, accordi sferzati con rabbia a seguire il canto doloroso e duro, in cui questa donna spiega che non renderà certo la vita del suo uomo un letto di rose.
Martina sa come comunicare questo dolore e questa durezza, non bastano le note delle corde vocali, è qualcosa che sale dalle viscere. Lei conosce la strada per far uscire tutto questo, ed il pubblico lo sente.
Ci intendiamo, lei ed io, sappiamo quando e come esprimere i sentimenti contenuti nella canzone, non ci servono partiture o direttori d’orchestra.
Dopo l’ultimo passaggio cromatico, a raggiungere l’accordo di re finale, anche noi fra gli applausi, raggiungiamo i compagni di rifugio.

Riprende la lettura dei testi, scorrono le diapositive sullo schermo. In un angolo del lato opposto a dove ci troviamo noi, discretamente illuminato, Carlo, il pittore, lavora con tela e colori.
Sta dipingendo un ritratto di Janis Joplin, influenzato dalle parole e dalla musica. Sarà interessante vedere cosa uscirà da questa combinazione di ingredienti.

La prossima ad uscire sarà Brunella, che manifesta a suo modo segni di agitazione. Incoraggiata da Claudio, questa volta con la tempistica canonica, sale sul palco.
Ad accompagnarla durante la serata sarà l’organizzatore-presentatore-lettore-trapanante Ezio.
Il brano è il grande successo Piece of my Heart, in un arrangiamento acustico molto elegante.
Brunella ha una bella voce, naturalmente roca. La usa in modo molto “pop”, moderna e pulita.
Forse un po’ asettica, ma nonostante tutto mi pare che quando canta: “Take another little piece of my heart, baby” si avverta la sensualità di questa frase, anche se il tutto mi pare molto contenuto, lontano dalla spontaneità espressiva, anche fisica, di Martina. Ma forse sono di parte
Insomma, bella performance, applausi calorosi per Brunella.

Ancora un altro “little piece” della vita di Janis. Incidentalmente osservo che viene trascurata la parte in cui lei cantava folk e country, oltre al blues, insieme al chitarrista Jorma Kaukonen.
Sembra che si voglia mettere l’accento sul lato “sesso, droga e rock’n’roll” dell’artista, lasciando fuori la genuina passione per la musica delle radici.
Tocca ancora a noi. E’ la volta di Kozmic Blues, tratto da un disco che è appena stato definito dal lettore “minore”. Ci penserà Martina a far cambiare idea a tutti!

Stavolta suono la chitarra, è già pronta sul palco. La sistemazione sullo sgabello è più veloce, inizia l’arpeggio introduttivo (ispirato alla parte di piano che nell’originale accompagna la canzone).
Il brano inizia soffuso, la voce crea un’intimità con gli ascoltatori, come se chiedesse loro di avvicinarsi, ad ascoltare una confessione. E’ il testamento spirituale di Janis. Poi, come uno scoppio improvvisa, note dure, secche. Di nuovo la quiete, di nuovo la confidenza, che sfocia questa volta nell’esplosione del ritornello. Ancora frasi sussurrate, poi la disperazione, il blues cosmico, prende il sopravvento, la melodia prende imprevedibili, multiformi prospettive, adesso è l’anima di Martina, che incarna lo spirito di Janis, senza perdere la sua individualità, che guida la canzone.
Io posso solo seguirla, intuire le direzioni che prenderà la dinamica e adattare il modo di suonare.
So che lei non vede più nulla di questo mondo, è persa in un altro universo, il canto è grida, lamento e sussurro, è tecnica e sentimento. Il pubblico se ne accorge, applaude a metà canzone.
Anch’io, che pure ho già suonato con Martina questo pezzo, capisco e provo la stessa commozione.
L’applauso finale non ha nulla di manierato, questa esecuzione di Kozmic Blues ha toccato tutti o quasi nel profondo. Credo che per molti ascoltatori questo sarà il ricordo più forte della serata.
Rientriamo nel nostro stambugio, accaldati. Martina vuota una bottiglietta d’acqua e si siede. Non dice quasi nulla. La guardo, e nel buio i suoi occhi risplendono ancora della luce di stelle non contenute in questo universo, è ancora persa nel suo blues cosmico.

Entra in scena Brunella per Me and Bobby McGee, anche questa volta interpretata con eleganza.
Forse troppo poco country, come avrebbe dovuto invece essere. Ma è una questione di gusti, ovviamente.

Il recital ha superato la metà della sua durata, il ritratto prende forma nell’angolo del pittore, il racconto continua mentre le immagini si susseguono sullo schermo.

Saliamo di nuovo sul palco noi, la canzone scelta è quasi un saluto: Bye Bye Baby. Mi sono divertito a trascrivere questo mix di blues e di folk rock in versione fingerpicking, uno stile che, sebbene conosca nei principi, non è proprio il mio. Ma mi pareva l’unico modo per far rendere la canzone. Martina ha tirato fuori le sue doti di interprete “tranquilla”, un’altra cosa che ammiro in lei: non cerca il virtuosismo per forza, prevaricando il significato della musica. Canta rilassata, anche dall’effetto catartico del brano precedente.

Un altro breve intervento di Brunella, che esegue Mercedes Benz, per sola voce, con un sapiente coinvolgimento del pubblico.

Laura Fedele propone un suo arrangiamento di uno standard blues, One Good Man. E’ sicuramente la cantante con più tecnica e “mestiere”, e traspare dalle sue esecuzioni pianoforte e voce.

Il recital termina, Janis muore di nuovo nelle parole dei narratori. Ezio annuncia che le tre cantanti eseguiranno ciascuna un bis, a discrezione, non legato al repertorio di Janis.

Brunella ed Ezio fanno Just like a Woman, di Bob Dylan, un gioiello interpretato con autoharp e voce (l’autoharp è una piccola arpa con bottoni per formare gli accordi, ha un suono delicato e brillante, molto suggestivo).

Noi abbiamo scelto, dal “nostro” repertorio old-time il gospel Angel Band. Un brano struggente, se cantato per qualcuno che ci ha lasciati. Una melodia semplice, come le parole. Il ritornello cantato a due voci, nello stile dei montanari appalachiani.
E poi, diciamolo, uno stile che è più vicino alla mia sensibilità di chitarrista: un’introduzione in crosspicking, accompagnamento con bassi alternati, molto arioso, un solo melodico.
Un po’ di involontario cabaret: avevo chiesto che mi preparassero un microfono. C’era ma a quanto pare spento, per cui, come cinquant’anni fa, abbiamo cantato i ritornelli con il solo microfono di Martina. Qualche spiritoso ha commentato che probabilmente avrò dovuto alzarmi in punta di piedi… non è vero, maligni!
Il nostro personale saluto a Janis Joplin, che sicuramente in vita conosceva questa vecchia canzone.
Per noi che l’abbiamo eseguita un momento di privata emozione, che però ha raggiunto anche le persone più sensibili fra il pubblico.

Chiude la serata Laura Fedele, che ha dovuto “replicare”, suo malgrado, Summertime, la cui registrazione per la trasmissione radiofonica era saltata, ed una sua versione, tradotta in italiano, di un brano di Tom Waits.
Un altro piccolo, divertente episodio: dopo Summertime Laura si affaccia sul nostro bugigattolo chiedendo "la sua bottiglietta d’acqua". Non la vediamo, sul tavolo ce ne sono due vuote. Le rispondo in questo modo, ma lei insiste, aveva appoggiato le sue bottiglie su un tavolino… ops, saranno quelle che Martina si è scolata dopo le performances? Sicuramente sì. Intanto Laura sembra sempre più seccata, continua ad apostrofarci, fino a quando un ragazzo dell’organizzazione le porta una bottiglia nuova.

Nel frattempo Carlo ha terminato la tela, una Janis Joplin che pare avere il sorriso enigmatico della Gioconda. Mi appare più serena che nelle foto, forse è una Janis che ha superato le sue paure guardando la passione e l’ammirazione di chi ha interpretato ed ascoltato le sue canzoni.

Un ultimo saluto al pubblico. Ora è veramente finita.

Scendiamo ad incontrare amici, parenti e persone che hanno qualcosa da dirci. Soprattutto a Martina, direi. Un ragazzo le chiede un autografo, un altro le mostra un ritratto schizzato durante l’esibizione. La “mia” Janis è subissata di complimenti, baci ed abbracci. Sono felice per lei, che merita tutto questo. Mi fermo qualche minuto a parlare con amici, colleghi di lavoro, che sono venuti ad ascoltarci.
E’ tempo di smontare, di riporre gli strumenti. Di salutare i compagni di questa avventura, senza più le tensioni e i fastidi di qualche ora prima. Ora non c’è più la maniacalità puntigliosa dei tempi e dei movimenti sulla scena, ora le promesse lasciate intendere nelle prove del suono si sono concretizzate, tutti sanno chi sa fare cosa, e come.

Usciamo dal locale surriscaldato, apprezzando l’aria fresca (nonostante sia quella di Milano).
Martina, il suo ragazzo Denis ed io saliamo sulla mia auto e ci dirigiamo verso l’autostrada, verso l’oltrepo, da cui siamo venuti.

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9 risposte a Goodbye Janis – part two

  1. OldTimeSoul ha detto:

    *________________*
    che bello!!!!!
    complimenti Mario!!!!!
    direi che l’idea l’hai resa benissimo!!!
    sì….è vero,..sei di parte, e allora?!??! =D io non mi lamento mica!!!!
    o forse no…forse tutti erano di parte…beh dai, ammettiamolo, modestia a parte, li abbiamo fatti emozionare davvero!!! ^__^
    ero davvero così silenziosa dietro le quinte?!?!? wow… è strano: di solito parlo talmente tanto da far venire la nausea! forse èp bene se ogni tanto qualcosa dentro il mio cervellino dice “cacchio Martina, stai zitta un attimo… pensa a qualcosa!!!”
    Ti auguro buon pomeriggio, il mio hai contribuito a migliorarlo molto! ^__^
    un abbraccio forte!

    Martina

  2. zanocom ha detto:

    Bel racconto resoconto.
    Non sapevo che Janis Joplin avesse suonato con il mitico Jorma Kaukonen.

    Mi sorge spontanea una domanda: mi sbaglio o Laura non tromba da troppo tempo?

    Ciao

  3. wilcoyote ha detto:

    @Martina: e infatti, stavi pensando, ed io cercavo di capire a cosa, forse erano le stesse cose che venivano in mente a me, forse davvero a un altro mondo. Sì, credo che di emozioni genuine ne abbiamo distribuite. Forse perché siamo i primi a provarle mentre suoniamo.

    @zano: prima delle avventure con le sue formazioni rock (Big Brother & The Holding Company, Kozmic Blues Band, Full Tilt Boogie) Janis suonava folk e blues tradizionale, e in questo contesto aveva incontrato Jorma, anche lui chitarrista blues e folk, prima di fare danni con i Jefferson Airplane. Uno degli ultimi dischi di Kaukonen, Blue Country Heart, testimonia delle sue passioni giovanili.
    Mah, non conosco di persona Laura Fedele, può darsi che sia come dici.
    Questo spiegherebbe certi approcci rustici? ;D

    Ciao!

    Mario

  4. albatros900 ha detto:

    il degno finale di una splendida “novella” in piu capitoli. definirla cronaca sarebbe riduttivo. confermo quanto gia detto: leggendoti, si e’ effettivamente in quel locale, in quella sera…ci si sarebbe voluti essere!
    se mi avvertite con un certo anticipo non escludo di essere dei vostri la prossima volta! comunichi esattamente le emozioni che hai vissuto, proiettandoci dentro il lettore, con pathos, con trasporto, con passione…cavolo! fantastico!
    albatros.
    ps il disco di gaber si chiama “pressione bassa”, e se un po ho iniziato a conoscerti, credo ti piacerebbe da morire(che faccio, lo mando insieme a mahler!?)

  5. wilcoyote ha detto:

    @albatros: grazie, mi fai arrossire 😉
    Mi fa piacere di essere riuscito nel mio intento di comunicare emozioni narrando i fatti.
    Ho sempre la speranza di suonare un po’ in giro con Martina, soli o con la band, chissà che non ci si sposti più verso il centro Italia, rendendoti più facile la partecipazione ad un concerto. Così aggiungeresti un po’ di country e di blues alle tue conoscenze musicali!

    Pressione bassa? Interessante. Dai, prepara un pacco! 😉

    Ciao!

    Mario

  6. OldTimeSoul ha detto:

    certo!!! perchè no! potremmo prendere un bel treno, fare un lungo viaggio con i nostri strumenti (più che altro i tuoi! io porterò la mia MaryLou più che altro per farla respirare un pò d’ aria buona!)
    e poi è un’ottima occasione per vedere qualche bel posto, un pò diverso dalla solita… bigia… nebbiosa pianura padana! ^__^
    ci organizzeremo!!!
    un abbraccio forte!

    Martina

  7. QueenIshtar ha detto:

    Bella questa cronaca-resoconto… dettagliata ed interessante… divertente per questo modo disivolto di dispiegarsi, e poi la musica…ahhh la musica….prende!!
    wow…che bella full immersion!

  8. wilcoyote ha detto:

    QueenIshtar, hai avuto pure la pazienza di leggerti i tre “capitoli” di questa vicenda!
    Per la musica, ringraziamo la grande Martina, anima e voce.

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