Il cielo sopra…

Eccolo che arriva! Ne ero certo, la giornata è bella, fa caldo, nonostante siamo alla fine di ottobre.
Sarà una delle ultime, per un po’ resisterà al freddo e, se non pioverà, verrà ugualmente. Poi, salvo occasioni tanto eccezionali quanto imprevedibili, non si vedrà qui fino a primavera.

Il suo nome è Paolo Sarti, qualcuno negli anni ha provato a chiamarlo Paolino, ma il soprannome non ha attecchito, una delle tante cose che negli anni sono scivolate su di lui senza fermarsi.
Paolo è uno dei miei preferiti, fra tutti i frequentatori fissi od occasionali di questo parco.
Da quando è andato in pensione, un paio di anni fa, nella bella stagione viene quasi tutti i giorni, fa una passeggiata intorno al laghetto, si ferma a guardare le anatre che scivolano sull’acqua, ficcano il becco sotto la superficie, con un scatto, ogni tanto si sollevano in volo lasciando una rugiada di spruzzi. Poi raggiunge una panchina libera e ombreggiata, si siede ed estrae da un sacchetto di plastica, che riporta di volta in volta nomi di svariati supermercati e discount, un paio di quotidiani ed un libro. I giornali sono, invariabilmente, Il Corriere della Sera e Il Manifesto. Il libro ovviamente cambia, in genere qualche ponderoso classico. Per qualche tempo si era portato un’edizione della Commedia di Dante, ma, arrivato a circa metà del tomo, l’aveva sostituita la volta dopo con Delitto e Castigo.
Con calma sfoglia i quotidiani, inizia dal Corriere, saltando dalla prima alle pagine interne, seguendo un suo tragitto. Poi, borbottando, passa al Manifesto, con la stessa tecnica. Lo depone, con gesti a volte stizziti, si stiracchia e passa al libro di turno, alla cui lettura, inframmezzata da pause in cui guarda per aria o replica a chi gli rivolge la parola (è un tipo riservato, ma risponde cortesemente a tutti, noti o sconosciuti), dedica due o tre ore.
In questo momento Paolo ha terminato la ricognizione del laghetto, si è seduto ed è già immerso nel Corriere.

Un’anziana coppia arranca verso una panchina poco distante. Stanno discutendo, il battibecco prosegue dopo che si sono faticosamente seduti. Parlano a voce alta, probabilmente non per rabbia, ma per la sordità di uno dei due o di entrambi. Anche questi li ho già visti altre volte, nei giorni di mercato, che ha luogo nella piazza sotto la collinetta del parco. Appoggiano per terra o sulla panchina le sporte con la spesa e di solito bisticciano di argomenti domestici. Questa volta il pomo della discordia è una fetta di gorgonzola che pare sparita dal frigorifero e non vuol saperne di saltar fuori. Probabilmente lo farà da sola, fra qualche giorno.
La moglie accusa il marito di diventare sempre più smemorato, lui ricostruisce fedelmente, per dimostrare il contrario, i movimenti esatti fatti durante il pranzo del giorno prima, tracciando il destino di tutte le suppellettili e gli alimenti. Tranne quello della fetta di gorgonzola, che la sera già era irreperibile.

Una babele di voci annuncia l’arrivo di un gruppo di ragazzi, giovanissimi. Zainetti colorati e scarabocchiati, uno skateboard, inutilizzabile sul prato. Si siedono sull’erba, qualcuno accende una sigaretta, con aria circospetta. Una voce di ragazza si leva a lamentarsi di quanto è stronza la Maci.
Un altro le risponde, non è d’accordo, interviene un terzo: “Però èffiga la Maci, eh? Eh? Sì, sì, è proprioffiga!”. E, insomma, una gaia confusione di voci, qualche spintone, che cela goffi approcci.
Suonerie di cellulari costellano le frammentarie discussioni, frasi smozzicate viaggiano per l’etere, criptici messaggi appaiono sui displays.

Badou, l’ambulante senegalese, si avvicina a Paolo, che depone il libro per salutarlo e scambiare due parole. Si conoscono, l’africano tralascia il solito sketch mirato alla vendita. E’ un uomo dignitoso, sopravvive propinando la sua mercanzia ai passanti, ma l’amicizia è un’altra cosa. E Paolo è quello che più si avvicina all’idea di amico. Badou a Dakar si è laureto in fisica. E’ stato un grande sacrificio per la sua famiglia, e per mantenere quella che si è formato lui è stato costretto all’emigrazione. In Italia il suo titolo non vale niente, inizia il calvario di lavoro in nero, coabitazione in tuguri, problemi di salute risolti sommariamente. Ma è di indole indomitamente allegra, dal suo lavoro, oltre a qualche soldo, ricava la gioia del contatto con gli altri, quando non riceve insulti ed inviti ad allontanarsi.

Più in là, sotto l’ombra di un platano, un ragazzo ed una ragazza hanno steso un plaid, sul quale hanno appoggiato i loro zaini ed una chitarra. Si sono seduti senza fretta ed hanno iniziato a suonare e cantare vecchie canzoni country. La musica si fonde con il fruscio che fanno le foglie cadute spostate da una leggera brezza. Melodie suggestive e commoventi, cantate dalla voce cristallina della ragazza, armonie semplici fondono le loro voci in una sola. Fra loro e la musica, sguardi sorridenti. Guardandoli è difficile dire da dove vengano, in quale tempo vivano. Il loro modo di vestire è così diverso da quello dei ragazzi di prima, che ora si alzano e se ne vanno, passandosi una bottiglia di birra, non sembra rifarsi ad alcuna moda riconoscibile.
I due non si accorgono di Paolo, che li ascolta solo distrattamente, è tornato ad immergersi nei dilemmi di cosicenza di Raskol’nikov.
Badou si avvicina ai musicisti, rivolge loro il suo sorriso sdentato, inizia la recita. Anche i ragazzi gli sorridono, sanno già come andrà a finire, ma lo ascoltano, un piccolo scambio di gioia. Piccoli oggetti passano dalla mano nera a quella bianca di lei, in cambio di pochi soldi. L’ambulante se ne va, è sincero il suo augurio.

Poco lontano, seduti per terra, un uomo e un bambino. Anche loro fuori dagli schemi. Lui, in t-shirt e sandali, i capelli arruffati, la barba. Il bimbo ogni tanto si alza e fa una corsa, poi torna a sedersi accanto a quello che potrebbe essere il padre, si somigliano molto. Parlottano a voce bassa, sembra che giochino a ad un gioco esclusivo, reale solo per loro. L’uomo si rolla una canna e la fuma, con un gesto naturale, diverso da quelli furtivi di tanti adolescenti che si appartano ogni tanto nel parco, anche solo per una sigaretta. I due sembrano ascoltare con piacere la musica dei ragazzi sul plaid, forse la trovano in sintonia con gli effetti dell’erba.
L’uomo e il bambino vengono spesso qui, a volte incuranti del maltempo. Sembrano sereni, felici di avere poco. Felici e basta.

Appoggiato al parapetto che circonda il piccolo lago artificiale c’è, fermo da almeno mezz’ora, un giovane biondo, ha una camicia bianca sotto un gilet, appoggiata al braccio una giacchetta, sulle spalle uno zainetto nero. Gli occhi azzurri fissano senza vederle realmente un’anatra che sfila impettita seguita dagli anatroccoli. E’ triste, dentro di lui dolorosi pensieri si agitano. Preoccupazioni superiori alle sue forze. Vorrei fare qualcosa per lui, mi chiedo come. Ma se ne sta andando, si è staccato dal parapetto, rivolge un debole sorriso ai due musicisti, come se gli sembrassero incomprensibilmente famigliari, si allontana dal parco.

Paolo ha chiuso il libro. Si frega gli occhi, ha letto molto. I libri sono l’ultima ragione di vita che sente essergli rimasta. Ha passato una vita a fare un lavoro che non gli è mai piaciuto, il contabile in una piccola azienda. La famiglia lo aveva voluto ragioniere, lui, già appassionato lettore, sognava altro, ma ha obbedito ai genitori. Dopo il diploma, l’anno trascorso a Economia e Commercio lo ha allontanato dal mondo universitario, disgustato da docenti e spocchiosi compagni di corso. Poi, subito il lavoro, subito la contabilità. Ha cercato di recuperare leggendo e informandosi su tutto, incompreso nell’ambiente della produzione e del commercio. Ben presto ha iniziato ad isolarsi sempre di più dagli altri, di cui condivideva ben poco. Gli anni si sono susseguiti monotoni e veloci, si è ritrovato in pensione, senza amici veri, senza essersi sposato. La sua missione, ora, è quella di far terminare ogni giorno, ed iniziarne uno nuovo. Fidi compagni, i suoi libri. Campo di battaglia, questo parco, il bar sotto casa d’inverno, il suo tinello.

Si sta facendo tardi, presto inizierà a fare scuro. L’aria rinfresca. Da tempo l’anziana coppia, sempre dibattendo sul gorgonzola, se ne è andata, verso la fermata degli autobus. Anche il ragazzo e la ragazza hanno raccolto le loro cose e si sono allontanati, un ultimo sorriso a padre e figlio, sempre intenti nei loro esclusivi giochi.
Altra gente è passata per i sentieri del parco, si è fermata a guardare le anatre, ha passato un po’ di tempo sulle panchine. Tutti con i loro pensieri, le loro debolezze, le loro passioni.

Paolo si è alzato, ha infilato libro e giornali nel sacchetto di plastica, si allontana dalla panchina, ancora un’occhiata al laghetto e poi esce dal parco.
Per lui faccio un’eccezione, lo seguo per un po’. So già che si fermerà al bar di Nando, per il terzo caffé della giornata, e ci sarà la solita scaramuccia verbale con il vecchio Balilla, un nostalgico del ventennio che, vedendo Paolo, lo apostrofa parlando male della sinistra. La discussione in genere è breve ed accalorata, ma non lascia mai strascichi di astio. Sono due brave persone, a loro modo sanno dare il giusto peso alle cose.
Uscito dal bar Paolo si dirigerà verso il condominio, verso il suo piccolo appartamento in cui, con quotidiani e misurati gesti, concluderà anche questa giornata, sforzandosi di non pensare che ce ne sarà un’altra uguale, e che così sarà finché dureranno i suoi giorni. In questo posso aiutarlo, e lo faccio. I due ragazzi con la chitarra hanno cantato una vecchia ninnananna, John of Dreams. In un certo senso John of Dreams sono io. Che non mi chiamo John, né sono un sogno.

Ormai è buio, nel parco è rimasta una giovane coppia, sono due ore che si stanno baciando sulla panchina più vicina al lago. Distanti dai lampioni che si sono accesi, tipi loschi contrattano merce di cui non voglio sapere.
Dalla strada che porta alla stazione arriva una figura velata, come le donne musulmane. Chiede ai passanti del bar di Ahmed, in francese, ma molti la ignorano, qualcuno cambia strada per non incrociarla. Sembra spaventata. Lo sarebbe ancora di più se le avessero risposto che quel bar non c’è più da quasi un anno. Mi avvicino, le sorrido e la saluto, parlando in francese anch’io.
Non mi è concesso di aiutare tutti, ma questa donna sì, voglio e posso aiutarla.
Per lei questa sera il bar di Ahmed sarà aperto.

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23 risposte a Il cielo sopra…

  1. Claudialodo ha detto:

    E’ molto bella questa descrizione della vita nel parco. Anche io vivo vicino ad un parco, e mi capita di vedere sempre le stesse faccie. Ma non ho mai osservato tanto attentamente. Lo farò.

  2. wilcoyote ha detto:

    Le “stesse facce”, come quelle nuove, del resto, nascondono storie.
    Spesso consuete, comuni a tutti, anche a noi, forse, salvo per il fatto che sono le loro, e questo fa differenza.
    A volte invece singolari, sorprendenti, tristi, raccapriccianti, divertenti, a volte tutto insieme, come le verze con il pollo ed il peperoncino.

    Altri potrebbero dire di queste facce “vite comuni, banali, perché perdere tempo a conoscerle?”. Per costoro la domanda contiene la risposta.

    A noi è dato di osservare, alla nostra fantasia di immaginare.
    Agli angeli (qualunque cosa siano) di aiutare (angelo può essere il tossico che ti fa cambiare idea se pensi di buttarti giù da un ponte, per esempio).

    Ciao!

    Mario

  3. anarcadia ha detto:

    E’ piaciuto molto anche a me, questo post: tu ami l’umanità, eh? 🙂

  4. Claudialodo ha detto:

    Oh mamma, splinder mi ha cancellato un commento lunghissimo che avevo scritto qua. Comunque, in breve: io al parco quando facevo il part-time ci andavo con un libro, ma non lo leggevo, presa com’ero dall’osservare i vecchi, i bimbi, i tossici e i senzatetto. Ognuno aveva la sua posizione. I bimbi coi genitori dove sono i giochi, i senzatetto nelle panche vicino alla cineteca, gli anziani nelle panche del vialetto e i tossici nel prato. Io nel muretto che accosta l’ex manifattura tabacchi. E guardavo, pensavo a cosa avrebbero fatto una volta uscita dal parco. Certo, non ho mai osservato tanto bene come avrei voluto, ma mi perdevo nei mille argomenti che c’erano. Ai senzatetto portavo qualcosa da mangiare ogni tanto, e loro avevano un’unico amico: il tavernello. Di fatti quando entri al parco l’odore dominante è il vino. Il parco, che bello il parco 11 settembre, si insomma, con tutti i difetti che ci sono, ma il parco è il parco, è come un libro per me.

  5. albatros900 ha detto:

    vediamo se alla terza riesco a lasciare un commento! il post e’ splendido. un ritratto di vita reale, che attraverso i tuoi occhi sento vicino al mio modo di sentire e di “vedere” la realta’ circostante. soprattutto quella ai margini, che piu mi attrae. ti muovi con poesia e talento sia nell’ironico che nel piu riflessivo e “serenamente malinconico” (le due cose possono anche unirsi). hai del talento narrativo, e quel che piu conta, hai una grande umanità e sensibilità. quanto all’omaggio che sappiamo (il gilet..), non ho parole. non servono, tra noi.

  6. wilcoyote ha detto:

    Ragazzi, oggi Splinder fa disperare.
    Come sistemista solidarizzo con i colleghi… però, che seccatura!

    @Claudia: in qualche modo hai vissuto la parte di angelo. Il vino che rallegra le mense di chi sta bene diventa infido consolatore di chi invece sta malissimo. Un amico, come dici, traditore, letale, a volte, ma l’unico di cui si fidano.
    Bella l’immagine del parco, come un libro 🙂

    @albatros: vita grama anche per te, con Splinder fuori fase! Come sempre, le tue lodi lasciano me senza parole… Ecco, l’umanità è una dote che vorrei avere, più dell’abilità con le parole.

    Ciao!

    Mario

  7. OldTimeSoul ha detto:

    Rieccomi qui!
    beh mio caro Mario, con questo racconto hai confermato ciò che molti già pensano ma di cui tu non sei ancora convinto:sai scrivere, sai emozionare con le tue parole e regalare sensazioni particolari.
    Forse per me, che mi sono trovata davvero immersa nella storia, il tutto ha un valore più profondo, rivedere le immagini e rivivere le situazioni, con qualche bell’accorgimento, qualche personaggio che per te ha sicuramente un valore che va ben oltre alla storia. E’ un vero piacere leggerti ogni giorno di più!
    anche io mi ritrovo spesso a pensare a ciò che vedo attorno a me, alle persone che mi passano a fianco quando mi incammino per una via a chi vedo in lontananza con un’espressione cupa in volto o a chi sembra aver iniziato a vivere oggi e lo puoi leggere nei proprio nei suoi occhi! chissà cos’avrà in testa il mendicante che rinuncia alla sua vita “normale” per scelta e con il fedele amico a quattro zampe e un plaid neanche troppo caldo ogni giorno si porta sotto il portico e aspetta uno spiccio…o forse un saluto! poi c’è chi invece lo fa per necessità e allora, come diceva Claudia nel suo commento, si fa accompagnare da un altro amico che non è quello a quattro zampe ma quello nel tetrapack!
    …e allora mi perdo a pensare a quello che potrebbero pensare loro ora, a provare a immergermi nella quotidianità di qualcun’altro pur essendo molto discreta!
    …Gli angeli…dolce pensare alla loro presenza accanto e al loro volere nel bene che si scontra con il libero arbitrio…
    non ho mai creduto nel destino…ma forse…a volte….

    Intanto, questa sera, intoneremo “John of dreams”….pensando a chi sogna, a chi spera e a questi angeli e chissà che anche John non si emozioni un pò!

    Un abbraccio forte!

    Martina

  8. utente anonimo ha detto:

    Ciao Mario, ti conosco tramite un’amica comune, una dolce poetessa del west…
    Volevo semplicemente dirti che scrivi magnificamente; come un pittore che ad ogni pennellata da corpo al proprio disegno, tu, frase dopo frase, riesci a creare l’immagine, l’ambiente, i colori e i profumi.
    Le mie origini sono contadine e mi sono famigliari l’odore delle verze messe a cuocere sul fuoco, la peperonata riscaldata e l’orticello dietro casa………….
    Dolce, semplice vita contadina, soffocata, purtroppo, da un’idiota frenesia di cui siamo vittime (involontarie!!!!!!!!), lasciamola vivere almeno nei nostri cuori e nella nostra mente!!!
    Un caro saluto.

    MarisaCountry

  9. wilcoyote ha detto:

    Marisa, naturalmente l’amica mi ha parlato di te. Grazie per aver letto le mie cose. Ho sempre provato meraviglia nel vedere cosa si può fare con le parole, come con dei segni o dei suoni si possono stimolare tutti i sensi, oltre all’anima del lettore.
    Così cerco di farlo anch’io, fin dai tempi delle elementari. Finora ho quasi sempre parlato di situazioni reali, cose che mi sono capitate, oppure di cui ho saputo. Ho commentato la realtà. Ultimamente, stimolato da molti amici, sto provando a fondere il reale con la fantasia, una cosa nuova e per me non facile.
    Anche le mie origini sono contadine, mantenute in vita da mio padre e dal piccolo (anche troppo) mondo del paesino in cui vivo, di cui ti avrà parlato Martina.
    Grazie ancora, buona giornata!

    Mario

  10. albatros900 ha detto:

    e quando questa sera intonerete john of dreams, mario, pensate anche a me, il ragazzo del gilet!

  11. wilcoyote ha detto:

    Sarà inevitabile! 🙂
    Ma… permettimi una curiosità: tu ce l’hai un gilet? 😀

    Ciao

    Mario

  12. albatros900 ha detto:

    be, diciamo che un gilet in senso tradizionale ce l’ho ma non lo metto mai; pero’ ho uno di quei piumini-gilet (in realta’ e’ un accessorio di una giacca di velluto che pero’ uso anche senza la giacca, che non metto quasi mai), e quello lo metto spessissimo (soprattutto con l’attuale tempo di roma, media di 25 gradi!). forse mi hai visto con quello!!! 🙂

  13. wilcoyote ha detto:

    Incredibile, pensavo proprio ad uno di quei piumini senza maniche… poi l’ho trasformato in gilet, ma l’immagine era quella!
    …ogni tanto dovrei essere meno scettico e credere nella lettura del pensiero!
    Avrei già qualche precedente… ;D

    Ciao

    Mario

  14. wilcoyote ha detto:

    Martina, alla fine, tornato accessibile il post, non ho fatto in tempo a risponderti come si deve.
    …ma avrò il privilegio di parlartene di persona! 🙂

    Un bacione!

    Mario

  15. riuriuchiu ha detto:

    piacevolissima galleria di personaggi, bravo Mario!

  16. wilcoyote ha detto:

    Grazie, Riu! 🙂
    Inevitabilmente escono le influenze di ciò che si è letto. Ho l’impressione che l’inconscio abbia spinto fuori il Claudio Magris di Microcosmi…

    Ciao!

    Mario

  17. albatros900 ha detto:

    rileggevo questa pagina del tuo spazio di pensiero e condivisione. mi ha emozionato come la prima volta che l’ho letta. cavolo, ma non c’e’ modo di pubblicarle ‘ste cose? si pubblicano delle tali idiozie, che sarebbe ora di lasciare spazio a pagine veramente degne, di cui questa e’ un ottimo esempio. dovro’ aprire una casa editrice?!
    🙂

  18. lilith979 ha detto:

    Il commento di Albatros mi ha permesso di scoprire questo vecchio post che, non so come, mi era sfuggito.Come avrai capito se leggi ciò che scrivo e commento, non sono molto cerimoniosa, anzi a tratti sono (non è che sembro, sono proprio) un pò dura.
    Ma devo dire che leggere pagine come questa mi fa sciogliere e pensare che gli uomini e le donne e i bambini che mi circondano, anche se non li conosco e non ho contatti con loro, sono comeme.
    Tutto ciò per dirti che il tuo post è veramente splendido.

  19. wilcoyote ha detto:

    @Lilith: grazie. Proprio perché ho capito come sei le tue parole hanno molto significato. Ti dirò che apprezzo molto il tuo modo di esprimere punti di vista. Come dici, a volte duro. Ma mai spietato, sempre diretto, senza tante cerimonie.
    Sotto certi aspetti sono così anch’io: probabilmente più “tenero”, ma tendenzialmente schietto e restio a sbrodolare convenevoli.
    Questo post voleva essere un racconto, ispirato ad un viaggio a Bologna e al messaggio di “Il cielo sopra Berlino”, nonché al suo “celeste” protagonista.

    @Albatros: non posso fare a meno di emozionarmi io, sapendo di aver comunicato queste sensazioni ad un’anima sensibile come la tua (e quella di Lilith!). Non so se questi scritti possano avere un valore assoluto, disgiunto dalla dimensione del blog, dalla forma mentis di chi lo frequenta. Proverò a sottoporli a qualcuno di estraneo a questo ambiente.

    Ciao, amici. Ancora grazie!

    Mario

  20. lilith979 ha detto:

    Sono dura con gli altri perchè lo sono con me stessa…sai come dico sempre io? quando fai qualcosa, pensa bene a quali sono le reali motivazioni che ti spingono a farla ed alle conseguenze che il tuo gesto potrebbero avere; dopodichè puoi dirti responsabile delle tue azioni e guardare in faccia te stesso e gli altri.
    Ma pare che certi principi, tanto apprezzati normalmente, diventino molto scomodi in certi momenti. E così la sottoscritta.

  21. Caracolita ha detto:

    Tutto ciò mi ricorda un ‘gioco’ che amo fare quando sono sola tra me e i miei pensieri. Mi piace guardare le persone sconosciute intorno a me e provare a entrare nella loro mente, immaginare i loro pensieri, la loro vita, le loro emozioni del momento…e mi concentro come volessi diventare loro! E’ una cosa che faccio da quando ero bambina, e a volte lo faccio anche con le persone che conosco mentre mi parlano, cerco di entrare nella loro persona attraverso il loro sguardo, provando a immedesimarmi in quello che provano.
    Non so perchè, ma questo è quello a cui ho pensato leggendo questa bellissima pagina!

  22. QueenIshtar ha detto:

    Su consiglio di Albatros… mi soffermo maggiormente su alcuni post specifici.
    Ti ho letto al volo… ma ora mi ci sono soffermata maggiormente.
    Che bell’equilibrio narrativo che vedo. Hai il dono della naturalezza. Tutto scorre fluido, nelle tue parole. Bellissima questa pagina di vita quotidiana. Normalità che assume eccezionalità se la si guarda con occhi attenti, se si sa vedere oltre.
    Complimenti davvero!! ^__^

  23. wilcoyote ha detto:

    Grazie, QueenIshtar, sei troppo gentile.
    Sono un assoluto principiante nella difficile arte del racconto.
    Amo leggere quelli che ritraggono momenti della vita quotidiana di persone comuni. Che non sono mai banali.

    Qui ho introdotto un “personaggio” non comune, che riesce a guardare con amore tutta l’umanità che passa per quel piccolo parco. Avevo in mente gli angeli di Wim Wenders…

    Ciao!

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