I Joyriders alla Locanda del Grue

giovedì, 9 novembre 2006

Joyriders
Con oltre una settimana di ritardo, dopo giorni dedicati a lavori impegnativi sulla rete aziendale, ecco la mia cronaca della serata di giovedì 9. Probabilmente non interessa più a nessuno, scriverò ugualmente il post per i… posteri!

Carico sulla macchina strumenti ed accessori vari e verso le 18,30 arrivo da Martina. Presumo in ritardo sull’orario stabilito, perché è già in cortile ad aspettarmi.
E’ da un po’ che lamenta problemi alla gola, che le causano cali di voce sulle note basse. Secondo me non ha nulla di particolare, solo un affaticamento abbinato alle instabili condizioni climatiche. La nostra amica è un tantino ipcondriaca, ed ha iniziato una rigorosa terapia a base di latte & miele, sviluppando una sorta di tossicodipendenza dal dolce fluido.

Saliamo in macchina, diretti verso Tortona. Martina inizia (o meglio, continua) a provare alcuni pezzi-chiave in varie tonalità e… tira fuori un tubetto gigante di miele! Sarà un po’ una costante della serata.
Dopo qualche momento di smarrimento, convinti di aver sbagliato strada o di non aver visto il locale, arriviamo alla Locanda del Grue. Sono le 19.

La Locanda è un posto accogliente, caldo. Di una semplicità studiata, un’eleganza non pretenziosa. Un luogo confortevole dove cenare, bere una birra o degustare i vini di ottima qualità proposti. Oh, non mi hanno pagato per la pubblicità, neh?
Fabrizio, fratello della proprietaria e musicista, sta allestendo il palco, neanche troppo piccolo rispetto alle dimensioni del locale.
Dopo una rapida ispezione già riscontro una fonte di problemi: l’impianto di amplificazione è collegato ad un mixer con quattro canali utilizzabili. Dobbiamo amplificare cinque strumenti e quattro voci!
Un tempo in queste circostanze perdevo le staffe, iniziando a smoccolare come un carrettiere. Questa volta l’ho presa con filosofia.
D’accordo con Martina, si è deciso per un approccio very olt-timey: un microfono solo a riprendere tutti gli strumenti acustici, con la coreografia di avvicinamenti ed allontanamenti per i soli, e gli altri tre ingressi del mixer dedicati a tre microfoni per voci e violino. Un po’ le condizioni dei nostri antenati musicali.

A questo punto ci sarebbe da effettuare il sound check. Peccato che il resto della band stia tardando.
Telefono ad Arturo. Alle 19,30 sono ancora a Milano, sotto casa di Andrea, che non è ancora tornato dal lavoro. A questo punto capisco che non arriveranno prima delle 21.
Il sound check lo facciamo, limitatamente ai nostri strumenti, Martina ed io. Sembra comunque funzionare tutto, unica cosa, non sarà possibile tenere volumi molto alti.
Be’, non è che ci tenga molto, suono musica acustica, non punk.

Quella sera era il compleanno di Marco, il bassista. Gli abbiamo sistemato regalo e biglietto al posto che occuperà a tavola per la cena. Se mai arriverà in tempo…
Inganniamo l’attesa suonando vecchie canzoni della Carter Family, cose che non faremo con la band.
Martina continua a drogarsi con il miele. Speriamo bene!
Pietro, il gestore del locale assieme alla moglie Maria, si sta un po’ agitando per il ritardo dei musicisti.
Nel frattempo arrivano Franco e Luigi, due vecchi amici, ad "incoraggiare" la dolce e dolcificata cantante dicendole che potrebbe avere polipi alle corde vocali.
…un momento di panico, più o meno dissimulato!
Sono le 21, finalmente arriva il resto della band. Inizia il trambusto dello scarico e posizionamento degli strumenti sul palco.
In media ne suoniamo due a testa, io la chitarra ed il dobro, Arturo si alternerà a banjo, chitarra e armonica. Insomma, un’ammucchiata di legno e ferro si sta delineando sul palco.
Mentre arriva a scaglioni la tribù di Martina (moroso, genitori,nonni, amici di famiglia, colleghi di lavoro, un blogger) ci viene servita la cena.
Per la cronaca, antipasto di salame (ottimo), foglie di salvia e altre verdure in pastella; maccheroni con pomodoro fresco e scamorza (sublime), polenta e cinghiale (senz’altro non un menu da vegetariani!). Il tutto accompagnato da Cortese e Barbera della zona.
Il locale nel frattempo si sta riempendo, contemporaneamente alle pance dei musicisti.
Solo Martina ha qualche problema: di solito è una buona forchetta, ma questa volta le dosi massicce di miele l’hanno stroncata!
Fra gli altri, arriva un altro vecchio amico, Ale, con la compagna Barbara. Ale è un ottimo musicista, ha condiviso alcune mie avventure nel mondo del folk, e avrà un ruolo importante, anche se ignoto ai più, per il buon esito del concerto.

La cena volge al termine, si avvicinano le 22, Pietro il locandiere scalpita. Ci invita a prendere posto sul palco e ad iniziare.
Ci muoviamo. Do qualche rapida istruzione ai ragazzi su come usare i pochi microfoni disponibili e si parte.

Iniziamo energici, con un brano veloce ma non troppo, retto dalla grinta di Martina e dal backup compatto degl strumenti.
Peccato che fuori si senta ben poco, come lamenta buona parte del pubblico.
Scendo velocemente dal palco e regolo, più o meno a caso, il mixer, che è stato, per somma scomodità, infilato sotto il banco bar del locale. Una gran confusione di gente che mi dice che non si sente questo, non si sente quello… Pietro sacramenta fra i denti (ed io mentalmente!).
Partiamo con il brano successivo, un classico honky-tonk ("It wasn’t God who made honky tonk angels", un brano del 1952 reso famoso da Kitty Wells), in cui mi "lancio" a suonare il dobro.
Purtroppo pare che questa volta sia la voce a non essere soddisfacente.
Altra corsa a smanettare su quell’aborto di mixer, Pietro sbotta: "Cazzo, adesso suonate, pero!". Evito di dirgli cosa penso dell’impianto del locale.
L’amico Ale mi raggiunge e si offre di regolare i suoni. Ha esperienza e orecchio, accetto con piacere e sollievo!
Il concerto riprende con un altro brano "up-tempo". Pare che questa volta la situazione migliori.
Un pezzo dopo l’altro l’atmosfera si scalda, sul palco c’è coesione ed intesa.
Martina è veramente trascinante, basta guardarla per acquistare entusiasmo! Nonostante i fastidi alla gola che non l’hanno
abbandonata, dà tutto e anche di più. Sempre con il sorriso, sempre irradiando gioia, in qualche modo recepita dal pubblico.
Un po’ di inevitabile casino ogni tanto, nel cambio dei vari strumenti, origina un po’ di spontaneo cabaret.
Soprattutto nell’accordatura del banjo che, come già detto in un post precedente, è una mera illusione.
A proposito… sapete che differenza passa fra una cipolla ed un banjo?
La gente piange quando affetta le cipolle…

Arturo, che si alterna a vari strumenti, canta da solista alcuni brani, una spruzzata di rock’n’roll. Anche lui, come Martina, grintoso e spiritoso.
Ad un certo punto in scaletta c’è "Dirty old town", un vecchio brano di stampo irlandese, rifatto anche dai Pogues. Il nostro arrangiamento prevede l’uso del tin whislte, il flautino irish suonato magistralmente da Andrea. Peccato che avrei dovuto portarlo io, e me ne sono dimenticato.
"Qualcuno ha per caso in tasca un tin whistle?", borbotto al microfono. Fortunatamente la battuta non si è sentita…
Annuncio che il pezzo verrà introdotto, invece che dal flauto irlandese, dall’armonica. "Abruzzese", specifica quello spiritosone di Arturo.
L’antica ballata "Banks of the Ohio" cantata a quattro voci mi emoziona sempre, è uno dei momenti musicalmente più appaganti per me.
A metà serata scendono tutti dal palco, tranne Martina ed il sottoscritto. Mentre i valorosi strumentisti fanno una pausa, noi eseguiamo alcuni brani molto vecchi, Carter Family (i nostri cavalli di battaglia) e il suggestivo tradizionale "Fair and tender ladies", cantato da brivido. Poi, tutti sul palco fino al termine del concerto.

Il repertorio è vario, si va dai classici strumentali bluegrass, come "Foggy mountain breakdown", dove gli strumentisti fanno faville, e "Blackberry blossom", a brani country, passando per nostri arrangiamenti di canzoni provenienti da tutt’altro genere, come una fulminante versione di "Mercedes Benz" di Janis Joplin o riproposizioni in chiave bluegrass di pezzi dei Creedence, come "Lodi" e "Hello Marylou" (sì, lo so che è di Gene Pitney…), passando per "I feel like I’m fixin’ to die rag", di Country Joe McDonald, una incisiva satira contro la guerra del Vietnam che ha ancora valore ai giorni nostri.
Noto che il pubblico apprezza molto questa varietà, nonostante i limiti acustici dell’impianto.
Dopo una partenza problematica sembra che non ci vogliano far scendere dal palco. Il concerto termina con il classico gospel "Will the circle be unbroken?" e ci fermiamo per un ulteriore bis.
Suonare veramente acustici, senza pickup, solo con i microfoni, è faticoso, siamo sudati e stanchi, Martina ha dato fondo alle sue riserve vocali.
"Grazie a tutti", e finiamo.
Scendiamo a prenderci lodi e qualche critica dal pubblico, che ci ha ascoltati con attenzione e partecipazione.

Mentre smontiamo gli accessori e girano fette di torta in onore di Marco che compie gli anni, ci becchiamo una chicca inedita: Angelo, il mandolinista, si esibisce cantando "Knockin’ on Heaven’s door" (lui non canta MAI!). Prendo la chitarra e mi unisco a lui, così come Andrea, con un banjo, e Arturo con l’armonica. Anche Martina canta una strofa.E’ molto bello questo siparietto improvvisato, tutti attorno ai suonatori, senza l’intermediazione dei microfoni. Dovrebbero essere così tutti i concerti acustici: raccolti, intimi, senza palchi a separare chi suona da chi ascolta.

Un po’ alla volta se ne vanno tutti, spettatori e musicisti.
Rimango io, che mi cucco la documentazione SIAE da compilare, e Martina, che generosamente mi ha aspettato, ad aiutarmi.I primi ad arrivare, gli ultimi ad andarsene.
E’ stato bello anche questo.

Mercoledì prossimo, al Black Hill Saloon di Alzano Scrivia (AL) si replica!

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9 risposte a I Joyriders alla Locanda del Grue

  1. riuriuchiu ha detto:

    divertente!
    L’accenno al ritardo dei musicisti mi ricorda un concerto del mio passato canoro. Le prove per l’acustica e per scaldare la voce erano fissate per le 19,30, concerto ore 21.
    Alle 20,10 ancora nessun segno di vita del percussionista e del suo amico alle tastiere…
    Colei che aveva organizzato tutto era furibonda e girava su è giù per la stanza dove avevamo già indossato gli abiti di scena, gridando “non lo pago, stavolta giuro che non lo pago, la sua parte ce la dividiamo noi!”.
    Alle 20,20 esce a fare quattro passi e li trova nel bar accanto alla chiesa (era un concerto gospel in una chiesa) a scolarsi una bella bottiglia di bonarda…
    Li porta in chiesa prendendoli per le orecchie e minacciando (in maniera devo dire non molto consona allo spirito gospel).
    Non hanno mai suonato così bene a un nostro concerto…
    Alla fine nessuno ha avuto il coraggio di negare loro la loro parte!

  2. OldTimeSoul ha detto:

    Ciao Mario!!!!!
    finalmente leggo il tuo post sul concerto!!! il mio arriverà mai?!? bah!
    beh, direi che sei stato precisissimo, hai detto tutto, non ho molto da aggiungere se non che mi stai facendo passare per una tossica! …magari la sono sul serio, ma sto tentando di farla finita con quella roba..a lungo andare potrebbe trasformarmi in un ape e, nonostante la stima nei confronti di queste bestiole che si fanno il mazzo tutta la vita e alle quali noi rubiamo tutto, devo anche ricordare che una di loro ha fatto l’eroina da morta… e io mi sono beccata un pungiglione nel piede!!! non voglio trasformarmi in ape… non ancora!!!! =)
    api a parte, posso solo dire che la serata mi è piaciuta parevvhio, mi sono sentita coinvolta con te e tutto il gruppo, abbiamo un bel sound e sicuramente al Black Hill sarà ancora meglio e cercherò di essere più in forma vocalmente…abbasso il miele, via col bicarbonato!!!!
    su di voi non ho dubbi, siete tutti dei professionisti e nonostante qualche piccola pecca, magari causata dall’amplificazione che era quello che era e non tutti riuscivano a sentire gli altri, siete stati grandi! spero che le date aumentino e che nel prossimo anno potremo finalmente suonare un pò in giro!

    grazie per avermi emozionato ancora!

    un abbraccio forte!
    a stasera!

    L’ape Martina 😉

  3. wilcoyote ha detto:

    @Riu: LOL! mi hai fatto ribaltare dal ridere. Conosco la situazione e mi immagino benissimo le scene.
    Questi mercenari, uguali nei secoli, nelle locande a sperperare la paga in libagioni!
    …mi immagino quanto erano arzilli, dopo la bonarda! ;D

    @Martina: sei un’ape tutta miele, non pungi (quasi) mai! 😀
    I suonatori sono in gamba, ma come stile direi che non sono molto diversi da quelli descritti da Riu! Ogni tanto c’è da tirarli per le orecchie e da fare loro il paiolo!
    Vediamo cosa combineranno mercoledì!

    Per chi non lo sa ancora, stasera a Rivanazzano (PV), presso la Biblioteca Civica P. Migliora, ore 21, ci sarà uno spettacolo di teatro dialettale con il duo Le Cicale ed un intermezzo di canzoni popolari dell’area padana (niente a che vedere con Bossi, neh?) cantate e suonate da me e Michele Bassanese (chitarra, mandolino, autoharp).

    Ciao!

    Mario

  4. zanocom ha detto:

    Bella recensione dall’interno.
    Complimenti per il concerto, dalla foto si capisce che vi state divertendo.

  5. anarcadia ha detto:

    Sigh, ho visto il tuo nuovo post solo ora: devo rimandarlo a lunedì, perdonami! E buon fine settimana! 🙂

  6. wilcoyote ha detto:

    @zano: proprio così! Se le persone del pubblico si sono divertite un quarto di quello che è stato per noi sono andati a casa contenti!
    Gli “intenditori” hanno detto che il suono era molto “rustico”, senz’altro non incisivo come quello ottenuto amplificando gli strumenti con i pickups, però veramente acustico! E’ una parte del divertimento. Se hai una chitarra da tremila euro e suona come una Cort da trecento non è il massimo…

    @anaracadia: buon fine settimana anche a te! Non ho scritto nulla che vada letto assolutamente subito, quindi nessun problema!

    Ciao!

    Mario

  7. albatros900 ha detto:

    carissimo, come al solito il tuo racconto proietta il lettore all’interno di quello che racconti…e come sempre sembra davvero di esserci in quella serata…
    rispetto al racconto di joplin in tre parti, c’e’ forse meno ironia e comicita’, ma bene cosi’ perche la varieta’ di rappresentazione e’ una virtu narrativa. ribadisco che spero quanto prima di poter vivere una di queste vostre serate “live” e non solo tramite le tue pur efficacissime e piacevolissime parole. ho visto che martina in un commento promette un vostro “tour” e quale luogo migliore della citta’ eterna????
    un abbraccio!

  8. wilcoyote ha detto:

    E’ vero, Albatros. L’ho scritto in più riprese (ultimamente proprio non riesco a trovare il modo di mettermi tranquillo a scrivere) ed è più cronaca che narrazione “partecipata”. E sì che ci sarebbero stati parecchi spunti comici. Avrei dovuto concedermi di dilatare il racconto, delineando meglio i personaggi… potrebbe essere un’idea per il futuro!
    Chissà, con Martina potremmo organizzare un “vagabond tour” per le città accoglienti (cioè quelle in cui chi suona per strada non viene molestato dalle forze dell’ordine, come a Milano).
    E passare per Roma, dove troveremo un ottimo amico a guidarci per i meandri della Città Eterna (vero? ^__^). Meno male che è eterna, finora non sono mai riuscito a vederla (sì, sì, me ne vergogno!).

    Ciao!

    Mario

  9. ominotosto ha detto:

    Ooooh….
    Lo aspettavo da un bel po’….
    Ho messo le mani su di un Pc solo adesso, mi sa che me lo godo con calma.
    A molto presto.
    OT

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