Giulia 1750

Una storia per San Valentino

Entro nell’officina dalla piccola porta ricavata nell’ampio portone scorrevole. All’interno, la solita penombra che tante volte ho visto illuminata da lampi violetti di saldatura, il silenzio spezzato da rumori di incerta origine. Oggi, però, non ci sono luci né suoni, a parte un modesto martellare proveniente da un banco di lavoro all’estremità opposta rispetto all’entrata. Mi dirigo da quella parte, ho riconosciuto la sagoma di Carlo, il meccanico titolare dell’officina. Carlo lo conosco da sempre, fin da quando avevo iniziato ad accompagnare mio padre che portava a riparare la sua Fiat 500 oppure il trattore. Da allora ad oggi l’officina ha cambiato indirizzo, si è ampliata, ha sicuramente aggiornato le attrezzature, ma l’ambiente è rimasto quello, un misto di ordine e caos, pulizia e untume, con quell’odore di olio, carburanti e faville di metallo arroventato che nessun deodorante d’ambiente potrebbe sperare di coprire, con i soliti sfaccendati, pensionati o giovincelli, che curiosano e fanno sempre le stesse domande, le stesse osservazioni.

– Ciao, Carlo

– Oh, ciao Mario. Qualche problema?

Da quando guido, e quindi sono suo cliente “attivo”, ogni volta che mi vede entrare mi accoglie con queste parole.

– No, no, sono qui per pagare il conto

– Ah, va be’, c’era tempo, nessuna fretta

ma intanto si dirige verso il gabbiotto che gli serve da ufficio. Lo seguo guardandomi intorno: poche automobili, trattori in varie condizioni di assemblaggio, pezzi non meglio identificati. E una vecchia Alfa Romeo bianca, in buone condizioni, nonostante la targa mi faccia presumere che l’auto abbia una quarantina d’anni. Da ragazzino ammiravo le vetture di quella marca, probabilmente perché lo zio Luigi, lo spericolato di famiglia, ne aveva una, una Giulia, con cui aveva percorso l’Italia da un capo all’altro. La macchina nell’officina è una Giulia 1750, un modello che avevo visto poche volte. Mi propongo di chiedere informazioni al meccanico, lo raggiungo nel gabbiotto-ufficio.

– Ehi, Carlo, che mi dici di quella Giulia lì fuori?

– E’ un Alfa 1750, per la precisione, del 1970

– Ah, ecco. E di chi è? Qualche tuo cliente collezionista?

– No, è la mia

– L’hai tenuta bene, sembra in ottime condizioni

– Sì, ho avuto una cura particolare, per questo gioiello. Qualche anno fa un tizio, un milanese, mi ha offerto più di diecimila euro per avere questa macchina

– Accidenti, ha raggiunto un bel valore! Ma tu non l’hai venduta. La tieni sperando che aumenti ancora di prezzo?

– No. L’ho tenuta -e la terrò- per motivi affettivi. Sai, c’è dietro tutta una storia…

– Che storia? Dai, racconta!

Amo le storie, mi piace ascoltarle, leggerle. E raccontarle.

– Racconta…

Era il 1973… o il 1974? Mi capitò di dover raggiungere un amico in Germania. Ero giovane, da poco diventato papà, appassionato di motori e di guida, non mi feci problemi a partire da solo e fare tutta una tirata fino a destinazione, al volante dell’Alfa che c’è qui fuori. Durante il viaggio di ritorno mi fermai in un paese di cui non ricordo il nome, presso una locanda in cui trascorrere la notte. Nello spiazzo adibito a parcheggio notai un’altra Alfa Romeo, un modello di maggiore cilindrata, più o meno coetanea della mia. La cosa mi incuriosì. Chissà di chi era quell’italianissima automobile in questo angolo di Germania. La mattina, uscendo dalla locanda per ripartire, mi imbattei nel proprietario dell’Alfa. Era un emigrato italiano e scambiai con piacere quattro chiacchiere con lui. Mi raccontò che aveva voluto a tutti i costi avere quella macchina, un modo per mantenere il contatto con il suo Paese d’origine. Anzi, era intenzionato a tenerla il più a lungo possibile, per far conoscere ai suoi figli le meraviglie della meccanica italiana. Gli sarebbe piaciuto che sua figlia usasse quell’auto, il giorno del suo matrimonio. “Che idea bislacca”, pensai. Ci salutammo ed io ripartii per l’Italia. Durante il lungo viaggio, mi tornarono in mente le parole di quel tipo, iniziai a fantasticare, immaginando di conservare la mia Alfa 1750 per il matrimonio di mia figlia, che ai tempi aveva tre anni. Tornato in patria, avevo preso la decisione: sì, mia figlia si sarebbe sposata con quella macchina. Passarono gli anni, acquistai altre auto, tenendomi sempre, però, la vecchia Alfa. Non nascondo che la cosa iniziò a diventare un peso, con l’obbligo di pagare il bollo anche se l’auto non veniva usata per circolare. Quando venni a sapere che era uscita una norma che evitava questo balzello alle auto con più di vent’anni, tirai un sospiro di sollievo. Anche perché mia figlia era ben lontana dal maritarsi, le cose andavano per le lunghe. Cominciai quasi a disperare, il tempo passava per me e per la macchina. Finalmente trovò l’uomo giusto e finalmente decise di sposarsi. Bene. Io ero pronto, l’Alfa 1750 anche.

– E’ una bella storia, Carlo. E così tua figlia, il giorno del suo matrimonio, è salita sulla Giulia 1750 che avevi conservato per lei durante tutti quegli anni. Davvero romantico!

– Non proprio. Si è sposata nella chiesa di S. G., a poche decine di metri dal castello nel cui parco ha fatto le foto e nel cui annesso ristorante si è tenuto il banchetto. E’ andata a piedi

– No!

– Sì. Sono novantasette euro e cinquanta centesimi. Facciamo novantacinque.

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9 risposte a Giulia 1750

  1. Sogliolìn ha detto:

    S’è sprecato… con lo sconto! 😀

    🙂

    La vita è così Coyotìn. Ma se non si sognasse… eh? 🙂

    Buon S. Valentino! :*

  2. damadelsole ha detto:

    Ah Coyote! Sono una privilegiata, questo racconto loa vevo già sentito dalle tue parole! :pp
    Bellissimo che lo abbia messo per iscritto e condiviso con tutti noi! 🙂
    Un abbraccio fortissimo!

    Roby

  3. monicamarghetti ha detto:

    mi sono emozionata bellissima storia con o senza sconto!!
    un bacio
    moni

  4. katherine ha detto:

    I figli non fanno mai, o quasi, quel che vorremmo. Hanno la loro i vita, i loro desideri e, difficilmente, sogni simili ai nostri.Fare progetti su di loro, soprattutto a lungo termine, porta inevitabilmente a delusioni. In ogni caso, l’emozione di accompagnare la propria figlia all’altare penso abbia compensato quel padre per quel sogno svanito.

  5. Sogliolìn ha detto:

    Come sta la tua macchina?

    Non sento aggiornamenti… è un cattivo segno? 😀

    😉

  6. monicamarghetti ha detto:

    e anche qui sempre con gioia:)
    buongiorno e bacio
    moni

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