Lascia ch’io pianga

La sofferenza sembra essere parte integrante dell’essere vivi (almeno, parlando per il genere umano). Sofferenza del corpo, sofferenza della psiche, due forme dello star male di cui è difficile stabilire quale sia la potenzialmente peggiore. La sofferenza è associata al nostro esistere nel momento della nascita, in quello della morte (la nostra o quella degli altri), in una miriade di altre occasioni intermedie. Ci sono sofferenze inevitabili, accidentali, provocate solo dall’estrema variabilità degli eventi di questo universo: la malattia, gli incidenti, la tristezza per eventi ineluttabili. Ce ne sono altre provocate da più o meno deliberate scelte di altri esseri umani. A volte per immediata e urgente necessità, altre volte per egoistico calcolo. E’ la seconda categoria che ha apportato dolore ad un enorme numero di persone, nella storia (suppongo che l’ordine di grandezza sia quello del miliardo), e la molla che ha spinto pochi a far del male a molti è, con poche variazioni sul tema, sempre la stessa: il desiderio di possedere di più a scapito degli altri. Poi possiamo discutere delle modalità in cui si presenta tale desiderio, ma, al di là di un ipocrita “velo di Maya”, la spinta è sempre questa.

Pensiamo, per esempio, alla sofferenza inflitta a centinaia di persone (le vittime e le persone legate loro da vincoli affettivi) in occasione della strage della stazione di Bologna, avvenuta nel 1980 e di cui oggi si ricorda l’anniversario: si suggeriscono motivazioni politiche, mai ben chiarite, peraltro, ma dietro a tutto questo c’è qualcuno che da tutto questo ne ha tratto (o ha cercato di trarne) un beneficio che si può ridurre in termini di denaro. Forse una manciata di imbecilli, manovalanza, s’intende, ha materialmente perpetrato quella strage per una “ideologia”, per dei “principi”, ma la ragione ultima di tutto è il beneficio di una sparuta minoranza.

Una strage, però, non è il modo peggiore di infliggere sofferenza: è di certo spettacolare e rapido, ma lo sfruttamento economico di grandi comunità (di intere nazioni, di parti di continente) può far di peggio, meno fragorosamente ma efficacemente. E anche in questo caso, è il desiderio di ricchezza di pochi uomini a muovere il tutto.

A tutti coloro che hanno sofferto, soffrono e soffriranno a causa della volontà altrui dedico la più potente forma di consolazione che conosca: un brano musicale.  Ho scelto una delle arie d’opera che preferisco, forse, per me, la più bella mai composta, quella che non manca mai di commuovermi: “Lascia ch’io pianga“, dal “Rinaldo” di Haendel. Paradossalmente, la storia è ambientata ai tempi della Prima Crociata, con Goffredo di Buglione sullo sfondo, un evento che, in nome di Cristo, ha portato parecchia sofferenza (anche in quelle remote vicende c’è stato chi ci ha guadagnato). L’aria è cantata da Almirena, figlia di Goffredo di Buglione (figlia “letteraria”, presumo), prigioniera della maga Armida, innamorata del re infedele Argante. Argante sembra preferire la giovane Almirena alla meger… alla maga, e, approfittando della prigionia della fanciulla, le si propone. Almirena, per niente d’accordo, canta con queste accorate parole:

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte,
e che sospiri la libertà.
Il duolo infranga queste ritorte
de’ miei martiri sol per pietà.

E la musica su cui le canta è veramente struggente e sublime, la musica di uno spirito nato libero e costretto in catene. L’interpretazione più bella che io abbia sentito è questa:

eseguita da un piccolo ensemble, con una strumentazione vicina a quella che aveva pensato Haendel, da una soprano ben conscia sia dell’intenzione del compositore che dello stile di canto barocco.
Soprano più blasonate di Roberta Invernizzi si sono cimentate con questa aria, ma mi pare che abbiano pensato più a sfoggiare il loro virtuosismo (al limite dell’insofferenza, devo dire) che a trasmettere l’emozione che Haendel aveva riversato nella sua partitura.
Vale la pena di ascoltare anche la versione di “Lascia ch’io pianga” eseguita nel film “Farinelli – Voce regina“, sulla vita del mitizzato sopranista (ahimè castrato) Carlo Broschi, detto “Farinelli”. Nel film, Farinelli esegue l’aria di Haendel mentre alla memoria gli si presentano gli eventi drammatici che hanno segnato, nel bene e nel male, la sua vita: quelli legati alla sua castrazione, voluta dal fratello maggiore, compositore. E’ un’opera di fantasia, ma di certo commuove vedere queste immagini associate all’immortale aria:

La dedica è a coloro che soffrono, l’ascolto lo propongo a tutte le persone dotate di sensibilità.

 

 

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4 risposte a Lascia ch’io pianga

  1. Sempre un piacere leggerti, Wil: post mai banali e che danno sempre qualche spunto di riflessione.
    E rifletto… rifletto che vorrei fare un piccolo appunto alla tua argomentazione, che per il resto condivido in pieno: secondo me non è tanto il “desiderio di possesso” la molla che spinge alla sopraffazione, quanto il “desiderio di potere”; in altre parole la ricchezza non è quasi mai un fine bensì un mezzo.
    Mi viene in mente il verghiano Mazzarò, il protagonista della novella “La roba”, che rifiuta le banconote perché “il denaro non è roba”; è nella roba che si esplicita il suo desiderio di possesso, come fosse un simbolo di potere, per l’appunto; Mazzarò prova godimento a ridurre sul lastrico il potente barone suo vicino di proprietà, costringendolo a cedergli tutti i suoi appezzamenti e addirittura il castello… E motivazioni analoghe – se pur aggiornate ai tempi – mi sembra di ritrovarle in tutti i “ricconi” odierni…
    Su Haendel non commento: è un autore che apprezzo moltissimo, ma per la lirica, come sai, non ci ho proprio il santo…
    Un salutone, tuo
    Cosimo

    • wilcoyote ha detto:

      Accidenti! La mia intenzione prima era quella di far ascoltare questa bellissima aria. Cosimo, vinci la tua ritrosia nei confronti della lirica e ascolta con quella sensibilità musicale che non ti manca! Ne varrà la pena.
      Sul discorso possesso/potere continuo ad anteporre il possesso come motore primo della sopraffazione: non credo che Mazzarò avrebbe goduto della rovina del barone se questi avesse dovuto cedere i suoi averi a qualcun altro. Forse la ricerca del potere è un retaggio della primitiva umanità ai fini della preservazione della specie, ma la versione \”civilizzata\” della spinta evolutiva sembra essere proprio il possedere.
      …ma ascolta Roberta Invernizzi e l\’ensemble di musica barocca del Ghisleri di Pavia!

      🙂

  2. bianconerogrigio ha detto:

    Non entro nello specifico possesso/potere (che poi riporta al celebre essere/avere), volevo solo dirti che la preghiera che la sacerdotessa Norma eleva alla luna (Spargi in terra quella pace / Che regnar tu fai nel ciel) non manca mai nelle mie playlist. Non so, ma quel senso di malinconia e di pace insieme mi danno tranquillità. Un saluto.

  3. katherine ha detto:

    Purtroppo la vita dell’uomo è segnata più dalla sofferenza che dai momenti sereni, ma c’è un lato positivo anche in essa. Quando finisce la sofferenza ( e non parliamo ovviamente di quella provocata dalle stragi o dai delitti, perchè alla morte non c’è rimedio) si apprezza molto di più la felicità. Se non conoscessimo il dolore credo che non daremmo il giusto peso alla felicità.

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