Paura

 

1.

C’è buio da ore. Piove e fa freddo, fuori e dentro casa. Cioè, in casa non piove ma, con l’umidità che c’è fa, più freddo che fuori.

Guardo dalla finestra striata di gocce. In giro non c’è nessuno. Anni fa, con qualunque clima, c’erano in giro ragazzini mascherati da  spettri a scimmiottare i loro coetanei americani: “Dolcetto o scherzetto”. E’ capitato, in momenti in cui ero di indole più giocosa, che fossi io a fare scherzi a loro, come quella volta in cui annaffiai i malcapitati con un secchio d’acqua gelida. Oppure quando scagliai verso i mocciosi un gatto nero. Vivo, s’intende. O almeno, era vivo quando lo lanciai.
Probabilmente, ai giorni nostri, i pargoli, truccati da qualche make-up artist, verrebbero accompagnati in SUV dalla mamma. E guai a non dare loro il dolcetto, naturalmente sotto forma di mancia in euro, o, peggio ancora, a rispondere con un inatteso scherzetto. Ci si potrebbe beccare una denuncia per molestie a minore. L’eventuale lancio del gatto verrebbe certamente deplorato dalle associazioni animaliste.

Il freddo umido si insinua sotto la mia pelle, fino alle mie ossa, con la complicità di uno stato d’animo decisamente tetro che si arrende ad un clima ancor più tetro.

Basta, mi infilo sotto le coperte, non mi importa che siano solo le dieci. Non ho voglia neppure di leggere. E’ una di quelle sere in cui penso che non sarebbe poi quel grosso fastidio addormentarsi e non risvegliarsi più. Almeno, così mi dico, spegnendo la luce.
2.

Ecco, lo sapevo. Sono andato a dormire troppo presto e mi sono svegliato in piena notte. Guardo la sveglia, sono le 2,47, un’ora pessima per destarsi di notte, un’ora di quelle che, se non hai la fortuna di riaddormentarti subito, ti innescheranno un turbine di pensieri, uno più negativo dell’altro, che ti terranno sveglio fino al mattino. Mi giro sul fianco destro, cercando di assopirmi, al caldo, sotto le coperte. Al caldo? Ora sento freddo. Che mi stia venendo la febbre? Mentre mi rigiro apro gli occhi e vedo… il buio.
Sì, certo, lo so che è notte, c’è nuvolo e le luci di casa sono spente. Ma il buio consueto non è poi così tanto buio: dai vetri che sormontano le porte d’ingresso filtra sempre qualche barlume dell’illuminazione stradale. I led di televisore, computer, lettore dvd, negligentemente lasciati in stand-by, di solito colorano l’oscurità di verde, bianco e rosso, un’evanescente e spettrale Italia digitale. E la sveglia… dove sono i led rossi che tanto mi hanno infastidito poco fa? Che ci sia un black-out? Allungo la mano verso l’interruttore, la luce si accende. Anche la sveglia, ora, è al suo posto, ad informarmi che sono le 2,55. Spengo la luce, tengo gli occhi aperti. Dopo qualche secondo il buio mi pare che si sia trasformato, da nero che era, in una tonalità particolarmente scura di grigio. Un grigio che mi sembra diventare un liquido lattiginoso in cui io e tutto ciò che mi circonda siamo immersi. Una sensazione sgradevolissima. Accidenti! Ridatemi la solita, vecchia, insonnia! Questa sensazione di annegamento nel grigio mi fa sentire a disagio, mi inquieta. E continuo a non vedere tracce di luce. Niente lampioni lungo le strade, niente led colorati di apparecchi elettronici, niente numeri rossi della sveglia. Solo questo strano buio grigio, color gatto certosino.

Faccio per accendere di nuovo la luce quando sento una voce pronunciare una parola. Quasi mi si ferma il cuore. Dico “quasi” perché suppongo che altrimenti non sarei qui a fare queste considerazioni, il braccio teso verso l’interruttore che però non mi decido a premere. All’udire quell’unica, breve parola, mi sento rizzare i capelli, che da poco ho fatto tagliare molto corti. Sento tutti i peli del mio corpo tirare per allontanarsi dalla pelle, come volessero fuggire e ripararsi da qualche altra parte, purché sia lontana da me. Ecco quello che si dice avere la pelle d’oca. Tutto a causa di quella voce. Di quella parola.
3.

La voce, nel pronunciare quell’unica parola, ha il timbro più anonimo che si possa immaginare. Nel senso che non solo non saprei attribuirlo a nessuno che conosco: non saprei attribuirlo a nessun essere umano. Eppure non ha niente di artificiale, non è come una di quelle voci sintetizzate con cui i navigatori satellitari, con suprema indifferenza, ti suggeriscono come perderti nel traffico di una grande città. Ha  qualcosa di alieno, ma non riesco a capire cosa. Non so come spiegarlo meglio: quella voce ha un riverbero cortissimo, diverso da quello che avrebbe qualunque altra voce risuonasse in questa stanza. Sono un musicista, a queste cose faccio caso istintivamente e conosco l’acustica di casa mia.

La parola pronunciata da quella voce è una delle parole più comuni. Ma in questo momento, per me, è la parola più spaventosa che ci possa essere. Ora che cos’è la paura. Qui, sotto le mie coperte, nel mio letto, nella mia stanza, dentro casa mia, incapace di muovermi, di gridare. Di scappare. Sì, ora ho capito che cosa sia il vero terrore. Me lo ha insegnato quella parola, pronunciata da quella voce. Due note da un ottavo, due note uguali (e forse è questa la cosa che mi raggela di più), che mi scovano e mi raggiungono in questo buio grigio e lattiginoso: “ciao”.

 

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3 risposte a Paura

  1. katherine ha detto:

    Ti racconterò un fatto, accadutomi veramente.
    Ero una ragazzina di circa quindici o sedici anni e, una notte, fui svegliata da un furioso temporale. All’apparire del lampo, vidi una figura bianca ai piedi del mio letto, magra, con le corna in testa. Sparito il lampo, la figura non si vedeva più, ma riappariva ad ogni lampo successivo. Mi venne un colpo al cuore. Io non credevo nei fantasmi, ma quello era proprio lì, davanti a me, immobile e silenzioso. Poi il mio cervello si mise in moto e realizzai che mio padre, in canottiera e mutande, con i capelli ritti in testa, poteva benissimo assomigliare a quella strana figura. Azzardai un timido: “Papà, sei tu?”
    “Sì, sono io, sono venuto a vedere se il temporale ti abbia spaventata!”
    “Mannaggia a te, non è il temporale, sei tu che mi hai quasi fatto venire un colpo!”
    Quella figura me la vedo davanti ancora adesso…e darei qualsiasi cosa perchè potesse ancora venire ai piedi del mio letto a spaventarmi.
    Buona festa di Ognissanti!

  2. wilcoyote ha detto:

    Ahahah! Grazie, Kat. E’ proprio questo lo spirito di Halloween che ho cercato di rievocare con il mio racconto: il trovarsi intorno ad un “fuoco virtuale”, narrandosi a vicenda storie di paura.
    Anche a me sono capitate cose alle quali tuttora fatico a trovare la spiegazione.
    L’immagine di tuo padre mi fa ricordare il mio, che avrebbe potuto benissimo fare le stesse cose che mi hai raccontato, nella stessa “tenuta”. E sì, anch’io vorrei tanto rivedere la stessa… eleganza.

    Un abbraccio.

  3. katherine ha detto:

    Abbraccio ricambiato! Mio padre mi manca molto, e immagino anche a te il tuo. Queste giornate poi, con le visite ai cimiteri, contribuiscono ad acuire la nostalgia. Vederli là, con la foto che ci sorride dalla lapide, fa uno strano effetto.
    Ma quella figura bianca, magra, con le corna in testa, ce l’ho ancora davanti come fosse ieri! 😀

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