Teologia morale dell’esproprio proletario

Fa un po’ specie constatare (e non per la prima volta) che fra tanti caciaroni che si definiscono “di sinistra” o addirittura “comunisti”, fra quei figli di papà che giocano alla rivoluzione sfasciando vetrine (e prelevando cose di cui non hanno veramente bisogno) e quei desperados che giocano ai giochi di ruolo in Parlamento, sbattendosene dei milioni di persone che li hanno eletti, una parola comprensibile a tutti l’abbia pronunciata un prete. Si tratta del parroco di Dese, un paese vicino a Mestre, che ai suoi parrocchiani ha detto di essere disposto a “prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri” piuttosto che vederli suicidi, come sta capitando troppo spesso.
Don Enrico Torta ha detto anche molte cose, usando pure la parola “rivoluzione”. Ha puntualizzato l’immoralità di un mondo in cui, causa il liberismo sfrenato e inumano, le differenze fra chi ha e chi non ha si stanno accentuando sempre più. Ha sferzato chi accumula ricchezza disinteressandosi del prossimo peggio che Gesù nel tempio.
Ligio al suo cattolicesimo, ha pure trovato una giustificazione nell’ambito della teologia morale alla sua proposta di rubare ai ricchi nel principio di “compensazione occulta”, di cui parlava già Tommaso D’Aquino (si può leggere in questo articolo, a pagina 9).

Per saperne di più, leggete questo articolo e quest’altro. Se ai giorni nostri “essere di sinistra” non corrisponde, almeno nella prassi, a quanto don Enrico ha dichiarato pubblicamente, è davvero ora di cambiarla, questa sinistra.

Vengono in mente le parole di De Andrè nella canzone “Il testamento di Tito”:

“Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.”

 

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