Prospettive

Mio padre ha fatto la Resistenza. L’8 settembre 1943 stava svolgendo il servizio militare nel cuneese. Dopo l’annuncio dell’armistizio, come molti altri, disertò e si unì ad una delle nascenti formazioni partigiane in quella zona (mi pare nella Val Varaita). Successivamente, fece avventurosamente ritorno nel suo Oltrepò, dove svolse la sua attività antifascista fino al termine della guerra. Il babbo non raccontava molto di quegli anni, o forse non l’ho mai interrogato nel modo giusto. Ora è troppo tardi. Da un episodio che ascoltai da lui oltre vent’anni fa ho ricavato questo racconto.

 

– Lo faccio solo per quella santa donna di tua sorella!

– Ma vedi, Gus…

– Non dire altro! Da un padre come te non poteva che uscire un poco di buono!

– Gèpe non è un…

– Non dire altro, ti ho detto! Potrei cambiare idea, sai? E allora…

– …

– Bravo, vedo che hai capito! E ringrazia, sto mettendo a repentaglio la mia carriera, rischio pure la mia libertà!

– Grazie Gusto.

– Sei un debole. Peggio, sei un socialista… Per la fortuna di questo Paese, della Patria, ci siamo noi. C’è Lui. Duce a noi! A NOI!

Gusto scatta sull’attenti, il braccio levato nel saluto di rito.

Giuanìn abbassa la testa e si allontana. Prende la bicicletta e se ne va verso l’argine di Po. Fa qualche deviazione, si ferma, torna indietro. Il tempo è nuvoloso, potrebbe piovere da un momento all’altro. D’altronde, sono i primi di marzo, marzo pazzerello. Prende la strada per il paese vicino e si ferma presso un rudere, i resti di un antico mulino, circondati da arbusti ed erbacce che un inverno non particolarmente rigido non è riuscito ad annientare.

Gèpe lo ha visto arrivare da lontano. La sua vista di ventunenne è acuta, i sensi, dopo gli ultimi mesi di costante vigilanza, sempre all’erta. Nessun altro in vista oltre all’uomo che sta lentamente pedalando verso il suo nascondiglio. Pensa che potrebbe fargli prendere uno spavento, afferrandogli di sorpresa la bicicletta. Ma Gèpe non è mai stato un burlone e qualche mese sui monti di Cuneo a sfuggire ai fascisti gli hanno fatto passare la voglia di scherzare.

Giuanìn pensa che vorrebbe abbracciare suo figlio. Un pensiero inedito, quasi fastidioso. Non sono gente che esprime facilmente affetto, e di sicuro non con i gesti. Ma mesi di incertezza e di paura del peggio lo hanno segnato. E poi, in tutti quei romanzi che ha letto e continua a leggere, genitori e figli si abbracciano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Si limitano a guardarsi, sguardi schietti e diretti che dicono tutto. Il giovane è consapevole dei rischi che sta correndo, è però determinato continuare quello che ha cominciato. Il più anziano ha una paura maledetta, paura per il suo Gèpe, così simile e così diverso da lui. Teme per la sua vita ma lo capisce e lo ammira.

– Allora, ho parlato con lo zio Gusto, ha detto che è d’accordo.

– Dobbiamo fidarci di un fascista? Ti ricordi quella volta, quando avevo quattordici anni?

Giuanìn ride, di quella sua risata composta.

– Sì, era sabato e ti ha chiesto perché non eri al raduno dei balilla! E tu gli hai risposto…

– …che quelle stupidate lì non mi interessavano!  E’ diventato paonazzo, mi ha gridato, bava alla bocca, che mi avrebbe fatto mandare al confino!

Padre e figlio ora ridono insieme, un raro e prezioso momento di quasi-spensieratezza. Uniti dall’umorismo.

– Dobbiamo fidarci, Gèpe. Qui è troppo pericoloso. Per ora non ti stanno cercando, ma un rastrellamento può sempre capitare.

– Va bene, pa’. Faremo così.

– E stai tranquillo! Lo zio è uno sbruffone ma non è cattivo. In fondo, vuole bene a tua zia, quell’anima pia che lo sopporta.

Giuanìn non resiste e, nel salutare il figlio, gli mette una mano su un braccio. Un ultimo sguardo.

– Allora, siamo d’accordo

dice Gèpe, per stemperare l’imbarazzo.

Il nuovo rifugio è decisamente più comodo. E caldo. Un ripostiglio non troppo angusto ricavato nel sottotetto della vecchia casa colonica in cui stanno gli zii. Difficilmente visibile e accessibile sia dalla casa che da fuori, ha un passaggio che dà su una cascina ingombra di fieno, sacchi di mais, sacchi di fagioli, seminascosti per evitare requisizioni, cataste di legna, rottami vari.
La zia Carolina gli fa avere qualcosa da mangiare, gli ha portato pure un libro, “Anna Karenina”, che Gèpe ha letto velocemente in quelle lunghe ore di ozio forzato.

Con lo zio ha parlato solo la notte in cui è arrivato. Gusto era alticcio, come spesso gli accadeva dopo una certa ora, e gli parlava standogli troppo vicino, fra spruzzi di saliva e zaffate di vino.

– Sei la vergogna della famiglia. Un vigliacco, un disertore! D’altronde, sei come tuo padre. Uno che, invece di andare in trincea per la Patria…

Si interrompe per fare un mal riuscito saluto romano.

– …si è nascosto nella pampa argentina, mentre gli altri davano la vita per il sacro…

– Zio, papà voleva tornare ma il console italiano gli ha suggerito di non farlo. E tu, a quanto mi risulta, non sei andato in trincea.

– Zitto, vigliacco disfattista!

Gèpe è un ragazzo assennato, per nulla portato all’ostentazione. Ma su certe questioni, tende a perdere la pazienza.

– Zio, basta così!

E gli mostra, aprendosi la giacca, lo Sten, il piccolo mitra di fabbricazione inglese in dotazione alla banda partigiana a cui aveva aderito dopo l’8 settembre. Una banda che non c’è più, sterminata in gran parte da un’imboscata fascista.

A Gusto la ciucca passa di colpo guardando alternativamente il volto acceso del nipote e la canna del mitra. Non dice una parola e se ne va.

Gèpe teme che lo zio voglia vendicarsi e si maledice per la propria irruenza. Quante volte si era lasciato trasportare dalla passione, trovandosi poi a chiedere scusa per essersi lasciato andare. Ripensa a quella ragazza che gli piaceva così tanto, un paio di anni prima. Il suo unico difetto era l’essere figlia di un gerarca e, durante una discussione, Gèpe, che, al solito, si era scaldato parecchio, aveva esagerato con gli improperi indirizzati al padre di lei. Da quel giorno, si salutavano a malapena.

E’ tarda mattinata, fuori c’è il sole. Sta rileggendo “Anna Karenina”. Come sa raccontare bene questo Tolstoj!
Sente delle voci, c’è gente ai piedi del fienile. Chiude il libro e lo ripone. Per lui un libro è cosa preziosa, da proteggere. Afferra lo Sten, sblocca l’otturatore e si avvicina al varco che separa lo sgabuzzino in cui si nasconde dalla cascina. Si mette in ascolto. Probabilmente sono in due, parlano a voce alta e concitata. Uno è lo zio Gusto. Anche l’altra voce gli suona famigliare. Approfittando del chiasso provocato dal battibecco, striscia fuori dallo sgabuzzino, cercando di rimanere nascosto fra fieno, legna e sacchi. Con cautela raggiunge un punto da cui guardare senza essere visto. Come aveva immaginato dal timbro della voce, l’interlocutore dello zio è Sergione, il gerarca più giovane e più esaltato del paese. Alto, robusto, spalle larghe, sovrasta lo zio di tutta la testa. Di indole violenta, non è mai stato un tipo di molte parole. Ha sempre preferito chiudere le discussioni a cazzotti o a sprangate. Qualche volta a fucilate.
Ora sta apostrofando lo zio con tono arrogante e strafottente.

– Allora ti sei tenuto nascosti i salami, eh? Vecchio ubriacone! Queste cosa non si fanno ai camerati. No, no, proprio no!

E molla uno schiaffo a Gusto, che piagnucola:

– Non è così, non è così… lo sai che i salami nuovi sono pronti per San Giuseppe. Che è dopodomani, volevo farvi una sorpre…

Altro schiaffo, più forte. Lo zio vacilla, non cade perché si appoggia al muro.

Gèpe stringe il mitra. A quella distanza, il fascistone non avrebbe scampo.

– A noi non la si fa. Cacasotto!

Gli tira uno sganassone fortissimo, Gusto finisce per terra, a faccia in giù. Non si muove, respira affannosamente.

Gèpe è pronto a fare fuoco, se l’energumeno si avvicinerà ancora  allo zio.

Sergione raccoglie una sporta, probabilmente i famosi salami, e se ne va.
L’affanno nel respirare si scioglie in singhiozzi. Zio Gusto, umiliato, percosso, piange.

Gèpe abbassa l’arma. La tentazione di usarla per fare giustizia è stata forte, ma non ha ceduto. Sui monti gli è capitato qualche volta di dover sparare ai repubblichini, ma non ha mai colpito nessuno e questo pensiero gli è di conforto.

Un paio d’anni dopo è tutto finito. L’Italia è stata liberata dai nazi-fascisti, o almeno così dicono. I partigiani sono invitati a consegnare le armi agli Alleati e a smobilitarsi. Non tutti ci stanno, c’è ancora chi spera nella Rivoluzione. Ma Gèpe ne ha abbastanza. Ha fatto il suo dovere fino all’ultimo giorno, ringrazia il cielo di non aver dovuto uccidere nessuno, anche se gli sono capitate diverse situazioni in cui sarebbe stato prudente farlo.

Sono i giorni successivi alla Liberazione, giorni concitati. Una mattina il suo comandante lo chiama.

– So che vorresti tornartene ai tuoi campi, ma ho ancora una missione da affidarti.

– Spero che non ci sia da sparare!

– In teoria no… Ti spiego. Abbiamo arrestato Sergione, complice di molti pestaggi e, forse, di un omicidio. Tu e Carlo dovrete portarlo alla casa circondariale dove verrà internato in attesa del processo. Vi toccherà andarci a piedi, non ho mezzi disponibili. Sono meno di dieci chilometri, ce la potete fare!

– Guarda, quello del carceriere è un lavoro che proprio non mi piace… comunque, se c’è da farlo, lo faremo.

Gèpe e Carlo, un uomo sulla cinquantina, taciturno, prendono in consegna Sergione, ammanettato, e lo invitano senza tanti complimenti a mettersi in marcia. Taglieranno per i campi, lungo sentieri di campagna, per risparmiare un paio di chilometri.
Sergione fa lo spavaldo, si lamenta delle manette.

– Su, toglietemele. Non scappo mica. Siete in due, armati. Avete paura di me?

– Non dire tante stupidate e cammina, che è meglio.

– Obbedisco! Questa volta avete vinto voi. Ma la prossima…

– Ha vinto il popolo italiano. E non ci sarà una prossima volta!

– Torneremo, non preoccuparti. E allora, la vedremo, vigliacchi disfattisti!

Carlo, che non ha ancora aperto bocca, ignora Sergione e si rivolge a Gèpe:

– Ne ho abbastanza di sentirlo. Non si vede nessuno in giro… e se raccontassimo che ha tentato la fuga e lo facessimo fuori? Non lo rimpiangerà nessuno, nemmeno i suoi parenti…

Sergione sbianca. Gèpe risponde:

– No, Carlo, non pensarlo nemmeno! So cosa ha passato tuo figlio a causa sua, ma noi non siamo come loro!

Poi si avvicina al prigioniero, la mano appoggiata sul mitra.

– Ti ho visto quel giorno di due anni fa quando hai picchiato mio zio Gusto…

Sergione, che si era appena ripreso, sbianca di nuovo, guardando la canna dello Sten rivolta verso di lui.

– L’hai picchiato e buttato a terra perché potevi farlo, perché sei più alto e più grosso di lui…

Il colorito di Sergione vira dal bianco al verde muffa.

– …ma se io allora ti avessi sparato, saresti diventato tu il più piccolo dei due.

Sergione fa per dire qualcosa, non ci riesce, annaspa.

Gèpe si allontana senza aggiungere altro. Continua a camminare, un occhio alla strada, l’altro al prigioniero.

Rimangono in silenzio per una buona mezz’ora. Sono quasi arrivati in città, dove consegnaranno il fascista alle autorità competenti.
Sergione sembra aver recuperato la sua baldanza:

– E allora perché non mi hai sparato, quel giorno? Eh? Perché sei un codardo, ecco quello che sei!

“Noi non siamo come loro”.

I due partigiani lasciano il prigioniero alla casa circondariale e tornano verso casa, facendo tappa in un’osteria dove si concedono pane, salame e vino.

E’ una notte d’estate, Gèpe se ne sta in riva al Po. In questa stagione non è particolarmente alto, ma di acqua ce n’è a sufficienza.
In cielo, una luna a tre quarti, rossa e grandissima. Gèpe la guarda per un po’, affascinato. Poi apre il sacco che ha portato con sé e ne estrae una pistola Beretta M34, retaggio dei giorni di guerra. La guarda per un attimo, senza provare alcuna emozione, e poi la scaglia verso il centro del fiume. Un tonfo, l’arma sparisce. Per sempre, spera lui.
Dal sacco estrae anche il mitra Sten. Sarà più difficile lanciarlo lontano, è meno compatto di una pistola. Ma si è allenato a tirare ciottoli piatti nell’acqua, sa quello che deve fare. Un movimento rapido del braccio e del polso, il mitra raggiunge il punto più distante possibile del corso d’acqua e si inabissa.

Gèpe si sente più leggero. Rientra in paese fischiettando Amapola, voltandosi ogni tanto a gettare uno sguardo a quella luna così grande, così rossa.

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