Fiori in miniera (grazie, Enzo)

Non sono e non sono mai stato un grande fan di Enzo Jannacci. Sono consapevole delle cose pregevoli che ha fatto, delle sue idee melodiche, dei suoi testi lucidamente allucinati. Però… boh? Forse non mi piace il suo modo di cantare, volutamente sgraziato, forse non amo l’eccesso, ingrediente base delle sue canzoni (d’altra parte, lui stesso ci avverte: “L’importante è esagerare”). Sarà che da bambino mi inquietava “Vengo anch’io, no, tu no”, che si ascoltava spesso alla radio (mia mamma la teneva sempre accesa) e “Messico e nuvole” mi agitava. Insomma, Jannacci non è mai stato un artista che mi faceva correre a comprare i suoi dischi.

Eppure, una delle canzoni italiane che preferisco l’ha scritta lui. Non è di quelle famose, io stesso l’ho sentita per la prima volta da De Gregori (cantautore più vicino alla mia sensibilità).

La canzone è “Sfiorisci bel fiore“, una melodia semplice, un testo che pare una favola triste. Jannacci ha dichiarato che quella canzone gli meritò uno dei complimenti più belli: gli dissero che quella era una canzone popolare. Potrebbe anche esserlo, parole e musica. Ma il testo contiene frasi che sono quasi un marchio di fabbrica, macchie di colore stonate con il resto. Ecco perché questa canzone mi piace particolarmente: per quella sua melodia dal sapore tradizionale e per quel testo struggente.

Basta con le parole, ascoltate! Ho scelto una vecchia versione, eseguita durante una non identificata trasmissione televisiva. Come non commuoversi al sentire la presentazione, all’ascoltarne l’interpretazione?
Enzo, non sono un tuo fan, ma grazie per avermi dato, averci dato, “Sfiorisci bel fiore”. Buon viaggio.

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Primo gennaio 2013

Accidenti! Ho atteso ancora qualche giorno ma no, la fine del mondo non è arrivata. I Maya (o chi per essi) ci hanno tirato il pacco. Peccato, sarebbe stato un evento che mi faceva comodo, oltre che interessarmi… culturalmente, diciamo.

Mi avrebbe quanto meno risparmiato lo stress del capodanno. Intendiamoci, non che mi sbatta un granché per celebrare la transizione fra un anno civile e l’altro (e, incidentalmente, celebrare l’inizio di un nuovo anno della mia esistenza terrena). E’ quell’accozzaglia di pensieri e sentimenti moltesti che, nonostante tutta la razionalità con cui cerco di difendermi, mi si presenta davanti (e dentro) a stressarmi, a conferirmi un’inutilie agitazione.

Quest’anno non sono stato invitato a suonare da nessuna parte (suonare è uno dei pochi argomenti validi per convincermi a uscire di casa la sera del 31 dicembre, oltre all’invito di una bella ragazza o al sapiente uso di un’arma da fuoco). Declinati un paio di inviti, avevo pensato di nascondermi prudenzialmente sotto il letto fin dopo la mezzanotte e poi trasferirmi sopra il medesimo letto per dormire del sonno più profondo possibile.

Alla fine sono venuto a più miti consigli: dopo una frugale cena e un po’ di cazzeggio al computer, mi sono impigiamato e infilato sotto le coperte, armato di netbook e cuffie, a vedere “La gente mormora” (“People Will Talk”), un film del 1951 con Cary Grant. E’ una commedia sentimentale (vale a dire, una sorta di colpo di grazia autoinflitto) che vidi ben oltre un quarto di secolo fa (facevo ancora il ilceo, direi) e di cui mi rimase impressa una scena in particolare, che dice qualcosa di me. Vi riporto il frammento di film che contiene quella scena (in particolare, da 0:25 a 5:00)

https://www.youtube.com/watch?v=-dGM5mXgoyM

Bene, è tutto… o no?

Ah, sì, per quanto possa valere questa frase, auguro a tutti un buon 2013

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Natale

L’attesa è finita. Il Natale (per i cristiani) è arrivato. Altre cose… boh? Qualche riflesso di gioia l’ho visto (come per gli astri poco luminosi, bisogna saperli vedere, questi riflessi, altrimenti si rischia di convincersi che il cielo sia sostanzialmente buio, ponendo un limite alle dimensioni dell’universo). Ma sto ancora aspettando.

Gli ultimi dieci giorni sono stati molto movimentati, fra lavoro e attività musicali. La preparazione dei canti liturgici e del concertino natalizio mi ha impegnato parecchio, fra studio e prove.  Alla fine sono stato ricompensato da un’esecuzione partecipata, entusiasta e musicalmente soddisfacente (eseguire brani polifonici a quattro voci con otto elementi, quasi tutte ragazze, è roba da madrigalisti!).

Ecco, forse quello del concertino del coro è stato il momento dove attesa e realizzazione si sono fuse in uno di quei riflessi di gioia di cui parlavo. Dopo questo magico istante, la tensione dell’Avvento (e degli avventi) si è stemperata.

Nel 1916 Giuseppe Ungaretti ha espresso perfettamente, cinquant’anni prima che io nascessi, il mio stato d’animo natalizio. Ve la riporto:

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Napoli, il 26 dicembre 1916

Ecco, così.

Vi lascio anche un po’ di musica (per me un continuo avvento di speranza). Stavolta niente di ricercato: è un’esecuzione per coro e orchestra d’archi di Stille Nacht, una melodia composta a inizio ‘800 da un curato di un paesino austriaco che si è ritrovato l’organo guasto poco prima di Natale ed ha pensato di comporre un canto così semplice da poter essere accompagnata con la chitarra.

 

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Avvento (ancora una volta)

Ehi, rieccoci. E’ dicembre e l’obiettivo a cui tante persone del mondo occidentale (almeno, quelle che possono ancora permettersi di mangiare tre volte al giorno) tendono, più o meno dichiaratamente, è arrivare a Natale. Probabilmente esiste una miriade di motivazioni differenti, ma di certo questa “tensione” al Natale c’è, e raramente si tratta di una tensione spirituale.

In quanto appartenente al mondo occidentale e, per il momento, in grado di mangiare tre volte al giorno (facciamo anche quattro o cinque, va!), anche per me questa “tensione” esiste (e non è del tutto spirituale). Il mio particolare modo di vivere questo periodo si può sintetizzare in una parola: l’attesa. Non è il Natale (con tutti gli annessi e connessi) che desidero raggiungere. Ciò che mi fa percepire come “speciale” questo periodo è proprio il senso di attesa che parte dalla suggestione cattolica (l’Avvento) in cui sono cresciuto per poi trascenderla e diventare qualcosa di più intimo, di estremamente personale (anche se condiviso con quelle migliaia di altre persone che provano le mie stesse sensazioni -non pretendo certo di provarle solo io!).

L’Avvento cristiano ricorda il ben più lungo periodo trascorso dalla biblica promessa di un Messia alla sua manifestazione. Un periodo di attesa, dunque.
Un attesa colma di speranza.

Avvento, attesa, speranza. Ecco, la speranza è quella cosa che aggiunge valore a quella indeterminata successione di giorni che costituisce la vita che sta davanti a me. Ogni giorno spero che il sorgere del sole mi trovi a contemplarlo (anche quando c’è nuvolo) in buona salute, spero che la stessa cosa valga per le persone cui voglio bene (e sono tante), spero che il lavoro ci sia (e non mi uccida per eccesso!)… insomma, spero. Spero soprattutto che qualcosa accada. Cosa? Non lo so, non è facile descrivere questo mutevole e multiforme “qualcosa”. Però lo attendo. E questo sì che dà significato ai miei giorni. Una speranza, un’attesa. Un avvento.

Torniamo allora all’Avvento, quello dei cristiani. Come per tutti i periodi dell’anno liturgico, anche per l’Avvento è stata composta musica sacra. Vi voglio far ascoltare uno degli inni più belli: “Veni, veni Emmanuel”. E’ un inno di origine incerta, ma di sicuro molto antica (si parla del XV secolo, ma forse le sue radici sono ben più anteriori). Nel pragmatico (e fin troppo materialista) Avvento cattolico questo canto sembra caduto in disuso. E’ più diffuso nel mondo protestante e le versioni in inglese sono fra le più belle. Vi propongo una di queste, “O come, o come Emmanuel”.

Ho scelto un arrangiamento vicino alle mie passioni musicali, un esecuzione acustica a base di voce, chitarra, contrabbasso, violino e dobro, che mescola tradizione celtica e new acoustic music. Un po’ troppo veloce per chi è abituato alle versioni corali, ma estremamente suggestiva, anche nelle immagini, nell’emozione che unisce i musicisti, nella passione che esprimono con voci e strumenti.

Io attendo, attendo…

 

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Paura

 

1.

C’è buio da ore. Piove e fa freddo, fuori e dentro casa. Cioè, in casa non piove ma, con l’umidità che c’è fa, più freddo che fuori.

Guardo dalla finestra striata di gocce. In giro non c’è nessuno. Anni fa, con qualunque clima, c’erano in giro ragazzini mascherati da  spettri a scimmiottare i loro coetanei americani: “Dolcetto o scherzetto”. E’ capitato, in momenti in cui ero di indole più giocosa, che fossi io a fare scherzi a loro, come quella volta in cui annaffiai i malcapitati con un secchio d’acqua gelida. Oppure quando scagliai verso i mocciosi un gatto nero. Vivo, s’intende. O almeno, era vivo quando lo lanciai.
Probabilmente, ai giorni nostri, i pargoli, truccati da qualche make-up artist, verrebbero accompagnati in SUV dalla mamma. E guai a non dare loro il dolcetto, naturalmente sotto forma di mancia in euro, o, peggio ancora, a rispondere con un inatteso scherzetto. Ci si potrebbe beccare una denuncia per molestie a minore. L’eventuale lancio del gatto verrebbe certamente deplorato dalle associazioni animaliste.

Il freddo umido si insinua sotto la mia pelle, fino alle mie ossa, con la complicità di uno stato d’animo decisamente tetro che si arrende ad un clima ancor più tetro.

Basta, mi infilo sotto le coperte, non mi importa che siano solo le dieci. Non ho voglia neppure di leggere. E’ una di quelle sere in cui penso che non sarebbe poi quel grosso fastidio addormentarsi e non risvegliarsi più. Almeno, così mi dico, spegnendo la luce.
2.

Ecco, lo sapevo. Sono andato a dormire troppo presto e mi sono svegliato in piena notte. Guardo la sveglia, sono le 2,47, un’ora pessima per destarsi di notte, un’ora di quelle che, se non hai la fortuna di riaddormentarti subito, ti innescheranno un turbine di pensieri, uno più negativo dell’altro, che ti terranno sveglio fino al mattino. Mi giro sul fianco destro, cercando di assopirmi, al caldo, sotto le coperte. Al caldo? Ora sento freddo. Che mi stia venendo la febbre? Mentre mi rigiro apro gli occhi e vedo… il buio.
Sì, certo, lo so che è notte, c’è nuvolo e le luci di casa sono spente. Ma il buio consueto non è poi così tanto buio: dai vetri che sormontano le porte d’ingresso filtra sempre qualche barlume dell’illuminazione stradale. I led di televisore, computer, lettore dvd, negligentemente lasciati in stand-by, di solito colorano l’oscurità di verde, bianco e rosso, un’evanescente e spettrale Italia digitale. E la sveglia… dove sono i led rossi che tanto mi hanno infastidito poco fa? Che ci sia un black-out? Allungo la mano verso l’interruttore, la luce si accende. Anche la sveglia, ora, è al suo posto, ad informarmi che sono le 2,55. Spengo la luce, tengo gli occhi aperti. Dopo qualche secondo il buio mi pare che si sia trasformato, da nero che era, in una tonalità particolarmente scura di grigio. Un grigio che mi sembra diventare un liquido lattiginoso in cui io e tutto ciò che mi circonda siamo immersi. Una sensazione sgradevolissima. Accidenti! Ridatemi la solita, vecchia, insonnia! Questa sensazione di annegamento nel grigio mi fa sentire a disagio, mi inquieta. E continuo a non vedere tracce di luce. Niente lampioni lungo le strade, niente led colorati di apparecchi elettronici, niente numeri rossi della sveglia. Solo questo strano buio grigio, color gatto certosino.

Faccio per accendere di nuovo la luce quando sento una voce pronunciare una parola. Quasi mi si ferma il cuore. Dico “quasi” perché suppongo che altrimenti non sarei qui a fare queste considerazioni, il braccio teso verso l’interruttore che però non mi decido a premere. All’udire quell’unica, breve parola, mi sento rizzare i capelli, che da poco ho fatto tagliare molto corti. Sento tutti i peli del mio corpo tirare per allontanarsi dalla pelle, come volessero fuggire e ripararsi da qualche altra parte, purché sia lontana da me. Ecco quello che si dice avere la pelle d’oca. Tutto a causa di quella voce. Di quella parola.
3.

La voce, nel pronunciare quell’unica parola, ha il timbro più anonimo che si possa immaginare. Nel senso che non solo non saprei attribuirlo a nessuno che conosco: non saprei attribuirlo a nessun essere umano. Eppure non ha niente di artificiale, non è come una di quelle voci sintetizzate con cui i navigatori satellitari, con suprema indifferenza, ti suggeriscono come perderti nel traffico di una grande città. Ha  qualcosa di alieno, ma non riesco a capire cosa. Non so come spiegarlo meglio: quella voce ha un riverbero cortissimo, diverso da quello che avrebbe qualunque altra voce risuonasse in questa stanza. Sono un musicista, a queste cose faccio caso istintivamente e conosco l’acustica di casa mia.

La parola pronunciata da quella voce è una delle parole più comuni. Ma in questo momento, per me, è la parola più spaventosa che ci possa essere. Ora che cos’è la paura. Qui, sotto le mie coperte, nel mio letto, nella mia stanza, dentro casa mia, incapace di muovermi, di gridare. Di scappare. Sì, ora ho capito che cosa sia il vero terrore. Me lo ha insegnato quella parola, pronunciata da quella voce. Due note da un ottavo, due note uguali (e forse è questa la cosa che mi raggela di più), che mi scovano e mi raggiungono in questo buio grigio e lattiginoso: “ciao”.

 

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Lascia ch’io pianga

La sofferenza sembra essere parte integrante dell’essere vivi (almeno, parlando per il genere umano). Sofferenza del corpo, sofferenza della psiche, due forme dello star male di cui è difficile stabilire quale sia la potenzialmente peggiore. La sofferenza è associata al nostro esistere nel momento della nascita, in quello della morte (la nostra o quella degli altri), in una miriade di altre occasioni intermedie. Ci sono sofferenze inevitabili, accidentali, provocate solo dall’estrema variabilità degli eventi di questo universo: la malattia, gli incidenti, la tristezza per eventi ineluttabili. Ce ne sono altre provocate da più o meno deliberate scelte di altri esseri umani. A volte per immediata e urgente necessità, altre volte per egoistico calcolo. E’ la seconda categoria che ha apportato dolore ad un enorme numero di persone, nella storia (suppongo che l’ordine di grandezza sia quello del miliardo), e la molla che ha spinto pochi a far del male a molti è, con poche variazioni sul tema, sempre la stessa: il desiderio di possedere di più a scapito degli altri. Poi possiamo discutere delle modalità in cui si presenta tale desiderio, ma, al di là di un ipocrita “velo di Maya”, la spinta è sempre questa.

Pensiamo, per esempio, alla sofferenza inflitta a centinaia di persone (le vittime e le persone legate loro da vincoli affettivi) in occasione della strage della stazione di Bologna, avvenuta nel 1980 e di cui oggi si ricorda l’anniversario: si suggeriscono motivazioni politiche, mai ben chiarite, peraltro, ma dietro a tutto questo c’è qualcuno che da tutto questo ne ha tratto (o ha cercato di trarne) un beneficio che si può ridurre in termini di denaro. Forse una manciata di imbecilli, manovalanza, s’intende, ha materialmente perpetrato quella strage per una “ideologia”, per dei “principi”, ma la ragione ultima di tutto è il beneficio di una sparuta minoranza.

Una strage, però, non è il modo peggiore di infliggere sofferenza: è di certo spettacolare e rapido, ma lo sfruttamento economico di grandi comunità (di intere nazioni, di parti di continente) può far di peggio, meno fragorosamente ma efficacemente. E anche in questo caso, è il desiderio di ricchezza di pochi uomini a muovere il tutto.

A tutti coloro che hanno sofferto, soffrono e soffriranno a causa della volontà altrui dedico la più potente forma di consolazione che conosca: un brano musicale.  Ho scelto una delle arie d’opera che preferisco, forse, per me, la più bella mai composta, quella che non manca mai di commuovermi: “Lascia ch’io pianga“, dal “Rinaldo” di Haendel. Paradossalmente, la storia è ambientata ai tempi della Prima Crociata, con Goffredo di Buglione sullo sfondo, un evento che, in nome di Cristo, ha portato parecchia sofferenza (anche in quelle remote vicende c’è stato chi ci ha guadagnato). L’aria è cantata da Almirena, figlia di Goffredo di Buglione (figlia “letteraria”, presumo), prigioniera della maga Armida, innamorata del re infedele Argante. Argante sembra preferire la giovane Almirena alla meger… alla maga, e, approfittando della prigionia della fanciulla, le si propone. Almirena, per niente d’accordo, canta con queste accorate parole:

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte,
e che sospiri la libertà.
Il duolo infranga queste ritorte
de’ miei martiri sol per pietà.

E la musica su cui le canta è veramente struggente e sublime, la musica di uno spirito nato libero e costretto in catene. L’interpretazione più bella che io abbia sentito è questa:

eseguita da un piccolo ensemble, con una strumentazione vicina a quella che aveva pensato Haendel, da una soprano ben conscia sia dell’intenzione del compositore che dello stile di canto barocco.
Soprano più blasonate di Roberta Invernizzi si sono cimentate con questa aria, ma mi pare che abbiano pensato più a sfoggiare il loro virtuosismo (al limite dell’insofferenza, devo dire) che a trasmettere l’emozione che Haendel aveva riversato nella sua partitura.
Vale la pena di ascoltare anche la versione di “Lascia ch’io pianga” eseguita nel film “Farinelli – Voce regina“, sulla vita del mitizzato sopranista (ahimè castrato) Carlo Broschi, detto “Farinelli”. Nel film, Farinelli esegue l’aria di Haendel mentre alla memoria gli si presentano gli eventi drammatici che hanno segnato, nel bene e nel male, la sua vita: quelli legati alla sua castrazione, voluta dal fratello maggiore, compositore. E’ un’opera di fantasia, ma di certo commuove vedere queste immagini associate all’immortale aria:

La dedica è a coloro che soffrono, l’ascolto lo propongo a tutte le persone dotate di sensibilità.

 

 

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Format

Lo hanno rifatto con il Pantheon.

La prima volta che mi capitò di sentir parlare dell’iniziativa Occupy Piazza Affari fu ascoltando la radio. Nonostante avessi già sentito parlare dell’analogo movimento americano Occupy Wall Street, interpretai male la pronuncia del conduttore radiofonico, convincendomi che la manifestazione italiana di protesta contro lo strapotere finanziario si fosse data la curiosa denominazione di “Occupai Piazza Affari”.

“Chissà”, pensavo, “avranno scelto questo nome per dire che si tratta di un evento tanto memorabile che un giorno i partecipanti lo racconteranno ai nipoti: in quei giorni di primavera del 2012, insieme ad altri valorosi, occupai Piazza Affari!”

Non ho una mente particolarmente pronta, per cui impiegai qualche giorno a capire che l’intenzione dei manifestanti era di uniformarsi agli omologhi americani usando, mutatis mutandis, la stessa espressione inglese: “Occupy etc.”

Quando me ne resi conto, oltre a sentirmi un po’ cretino, rimasi deluso. Mi piaceva di più la storia di nonni e nipoti. Però, accidenti!, pronunciatele correttamente, le espressioni inglesi!

Adesso, sentendo parlare del movimento “Occupy Pantheon”, sto cominciando a irritarmi. Forse l’idea di usare un’espressione comune (“Occupy… something”) dà l’idea di una sorta di “globalizzazione della protesta”, ma a me vengono in mente i cosiddetti “format” televisivi, subdola forma di colonizzazione culturale di matrice soprattutto americana.

Lavoratori (e disoccupati) di tutto il mondo, uniamoci! Ma evitiamo, magari, di far figure da cioccolataio, usando espressioni inglesi che facilmente verrebbero storpiate dai nostri dotti speaker (pardon, annunciatori) web-radio-televisivi, fino ad essere identiche a frasi italiane.

E’ molto improbabile che avrò nipoti, ma già mi vedo, ottantenne rincoglionito, seduto ad un tavolino da bar a raccontare che un giorno occupai… occupai… cazzo, non mi ricordo!

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