Margherita fra le stelle

No, non avete sbagliato indirizzo, questo è il blog MinimAzione. O meglio, quello che ne rimane. Contro ogni apparenza, non ho intenzione di trasformalo in un sito dedicato alla commemorazione. La verità è che, ultimamente, solo eventi di un certo impatto emotivo (per me) mi spingono a scrivere post, eventi come la scomparsa di persone che in qualche modo mi hanno influenzato. In questo caso, Margherita Hack, morta qulche giorno fa, il 29 giugno.

Non sto a spiegare chi sia, Wikipedia la possono consultare tutti. Il suo nome mi è noto da quando facevo le medie e leggevo “Scienza e vita (nuova)”, rivista di divulgazione scientifica. Hack scriveva articoli e rispondeva a domande di astronomia e astrofisica (ovvero, faceva il suo mestiere). Più avanti, acquistai anche qualche numero di “L’astronomia”, altra rivista, diretta dalla nostra Margherita. ma poi decisi che il cielo mi bastava guardarlo in qualche notte limpida, il più lontano possibile dall’inquinamento luminoso.

Ecco, in realtà un progetto di post “non commemorativi” ce l’avevo: volevo pubblicare brani musicali con (ma non necessariamente) due parole di commento. Uno di quelli che avevo pensato di pubblicare, “The Unanswered Question“, breve composizione strumentale di Charles Ives, musicista americano vissuto fra fine ‘800 e metà ‘900), mi sembra l’accompagnamento adatto all’ultimo viaggio di Margherita Hack (lei direbbe che il viaggio si limita a quello fra il lugo della sua morte e quello della sua sepoltura o cremazione, ma chi lo sa?). Vi riporto un link ad una delle mie esecuzioni preferite di questo brano. Segue un commento, ispirato a documenti in rete su autore e musica, che avevo scritto per un amico.

The Unanswered Question

Ho scelto questa fra le tante versioni in rete per la sua esecuzione intensa e un po’ cruda (ce n’è una diretta da Bernstein, impeccabile ma un po’ “molle”). Nel video passano riprese della partitura e vengono evidenziate le parti più interessanti, in particolare l’ostinato di tromba.

Secondo me, già l’ascolto è sufficientemente suggestivo, ma ti racconto cosa succede nel brano, per come l’ho capito leggendo e rielaborando varie note in rete.

Inizia un rarefatto tappeto di archi, un largo eseguito pianissimo. Rappresenta il fluire della Storia, con i suoi tempi, che non sono i tempi umani, ed i suoi modi. Dal tappeto si staccano parti melodiche, lente e tonali (probabilmente eseguite da una viola). Un po’ come lo sviluppo dell’Universo, che nasce omogeneo dal Big Bang e poi si differenzia. Molto dopo la nascita dell’Universo, ecco l’uomo, che inizia a porsi domande sul significato di tutto quanto. La Domanda è affidata alla tromba, che suona cinque note atonali, dissonanti e apparentemente sfasate nel tempo: l’uomo non parla il linguaggio dell’Universo. La Risposta la danno i flauti, con una ancor più accentuata dissonanza melodica e ritmica, come se chi ha pensato a rispondere non avesse capito la domanda (alla fine del fraseggio si riconosce un pezzo della domanda espressa dalla tromba: una risposta parzialmente tautologica, ovvero quello che è stato fatto tante volte nella storia della filosofia).
Passa il tempo e le domande si presentano con maggiore frequenza, ma chiedono tutte la medesima cosa: la tromba suona sempre le stesse cinque note, i flauti rispondono sempre più dissonanti e sempre più forte. Come a dire che la conoscenza si evolve, sempre più risposte vengono proposte, ma nessuna corrisponde alla domanda, aumenta solo il rumore.
Verso la fine, addirittura, la risposta dei flauti contiene, stavolta distorta nella melodia e nel tempo, la domanda stessa, come a prendersi gioco di chi, ai giorni nostri, si chiede ancora il significato dell’esistere. Alle ultime cinque note di tromba, il ripetersi della domanda, risponde solo il silenzio, quello che Ives chiamò “il silenzio dei druidi”.

Che dire? A me questo brano fa venire la pelle d’oca.

A chi può interessare (ehilà, Katherine!), qui si può scaricare una partitura ridotta.

Non so se Margherita Hack conoscesse questa musica, ma suppongo che avrebbe apprezzato.

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Un angelo (anche) per chi non crede

…ma un angelo indisciplinato e con il sigaro fra i denti.

Questo pomeriggio è morto a ottantaquattro anni don Andrea Gallo, prete “angelicamente anarchico”. Non penso ci sia bisogno di indulgere in particolari biografici. E non è comunque mia intenzione raccontare di lui. Si diranno tante cose, in questi giorni, e ancor di più sono state dette in rete.

Sarà l’angelo di chi non crede più nella vita e se la gioca in mille pericolosi modi, sarà -mi piace pensare- un po’ anche l’angelo custode della Costituzione (ma quella nata dopo la Resistenza, non quella che vogliono ritagliare e sagomare a immagine e somiglianza dei padroni), che per lui ha il valore di una preghiera, come don Gallo stesso ha dichiarato in un suo libro (“Di sana e robusta Costituzione” – Aliberti Editore, 2011):

“Una volta il cardinale Tettamanzi mi chiese: «Gallo, tu preghi?»
«Quando voi superiori mi fate delle zuppe è chiaro che prego. Però eminenza, io ho una preghiera che per divulgarla serve il suo nulla osta…»
E lui, intrigante brianzòl: «E qual è questa preghiera?»
«I primi dodici articoli della Costituzione!»”

Voglio ricordarlo anche così:

E salutarlo con una canzone del “suo” Fabrizio De Andrè:

https://www.youtube.com/watch?v=4edJoHvDy2I

Addio, Gallo. Ora forse saprai tutto, forse il tuo Capo la pensa come te o forse no, ma in tal caso avrà un fiore pungente nel suo giardino a ricordargli una Chiesa “non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna, a fianco dei bisogni delle donne e degli uomini”

 

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Continuiamo a resistere!

Sì, sì, lo so che c’è la crisi, c’è la disoccupazione, c’è lo spread, c’è… c’è quello che i mandanti dei fascismi di tutto il mondo ha voluto che ci fosse. Ora i suddetti mandanti ci han mandato pure ‘sta cricca di burattini a riempire i banchi del Parlamento (ovvero, come sputare in faccia ai Padri Costituenti).

E noi resistiamo!

Anche con la musica. A mio padre, che resistette dal 1943 al 1945 e anche dopo, fino al termine dei suoi giorni, questa versione di “Bella ciao” forse non sarebbe piaciuta, ma si sarebbe commosso. Ed io con lui.

https://www.youtube.com/watch?v=55yCQOioTyY

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Teologia morale dell’esproprio proletario

Fa un po’ specie constatare (e non per la prima volta) che fra tanti caciaroni che si definiscono “di sinistra” o addirittura “comunisti”, fra quei figli di papà che giocano alla rivoluzione sfasciando vetrine (e prelevando cose di cui non hanno veramente bisogno) e quei desperados che giocano ai giochi di ruolo in Parlamento, sbattendosene dei milioni di persone che li hanno eletti, una parola comprensibile a tutti l’abbia pronunciata un prete. Si tratta del parroco di Dese, un paese vicino a Mestre, che ai suoi parrocchiani ha detto di essere disposto a “prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri” piuttosto che vederli suicidi, come sta capitando troppo spesso.
Don Enrico Torta ha detto anche molte cose, usando pure la parola “rivoluzione”. Ha puntualizzato l’immoralità di un mondo in cui, causa il liberismo sfrenato e inumano, le differenze fra chi ha e chi non ha si stanno accentuando sempre più. Ha sferzato chi accumula ricchezza disinteressandosi del prossimo peggio che Gesù nel tempio.
Ligio al suo cattolicesimo, ha pure trovato una giustificazione nell’ambito della teologia morale alla sua proposta di rubare ai ricchi nel principio di “compensazione occulta”, di cui parlava già Tommaso D’Aquino (si può leggere in questo articolo, a pagina 9).

Per saperne di più, leggete questo articolo e quest’altro. Se ai giorni nostri “essere di sinistra” non corrisponde, almeno nella prassi, a quanto don Enrico ha dichiarato pubblicamente, è davvero ora di cambiarla, questa sinistra.

Vengono in mente le parole di De Andrè nella canzone “Il testamento di Tito”:

“Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.”

 

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Fiori in miniera (grazie, Enzo)

Non sono e non sono mai stato un grande fan di Enzo Jannacci. Sono consapevole delle cose pregevoli che ha fatto, delle sue idee melodiche, dei suoi testi lucidamente allucinati. Però… boh? Forse non mi piace il suo modo di cantare, volutamente sgraziato, forse non amo l’eccesso, ingrediente base delle sue canzoni (d’altra parte, lui stesso ci avverte: “L’importante è esagerare”). Sarà che da bambino mi inquietava “Vengo anch’io, no, tu no”, che si ascoltava spesso alla radio (mia mamma la teneva sempre accesa) e “Messico e nuvole” mi agitava. Insomma, Jannacci non è mai stato un artista che mi faceva correre a comprare i suoi dischi.

Eppure, una delle canzoni italiane che preferisco l’ha scritta lui. Non è di quelle famose, io stesso l’ho sentita per la prima volta da De Gregori (cantautore più vicino alla mia sensibilità).

La canzone è “Sfiorisci bel fiore“, una melodia semplice, un testo che pare una favola triste. Jannacci ha dichiarato che quella canzone gli meritò uno dei complimenti più belli: gli dissero che quella era una canzone popolare. Potrebbe anche esserlo, parole e musica. Ma il testo contiene frasi che sono quasi un marchio di fabbrica, macchie di colore stonate con il resto. Ecco perché questa canzone mi piace particolarmente: per quella sua melodia dal sapore tradizionale e per quel testo struggente.

Basta con le parole, ascoltate! Ho scelto una vecchia versione, eseguita durante una non identificata trasmissione televisiva. Come non commuoversi al sentire la presentazione, all’ascoltarne l’interpretazione?
Enzo, non sono un tuo fan, ma grazie per avermi dato, averci dato, “Sfiorisci bel fiore”. Buon viaggio.

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Primo gennaio 2013

Accidenti! Ho atteso ancora qualche giorno ma no, la fine del mondo non è arrivata. I Maya (o chi per essi) ci hanno tirato il pacco. Peccato, sarebbe stato un evento che mi faceva comodo, oltre che interessarmi… culturalmente, diciamo.

Mi avrebbe quanto meno risparmiato lo stress del capodanno. Intendiamoci, non che mi sbatta un granché per celebrare la transizione fra un anno civile e l’altro (e, incidentalmente, celebrare l’inizio di un nuovo anno della mia esistenza terrena). E’ quell’accozzaglia di pensieri e sentimenti moltesti che, nonostante tutta la razionalità con cui cerco di difendermi, mi si presenta davanti (e dentro) a stressarmi, a conferirmi un’inutilie agitazione.

Quest’anno non sono stato invitato a suonare da nessuna parte (suonare è uno dei pochi argomenti validi per convincermi a uscire di casa la sera del 31 dicembre, oltre all’invito di una bella ragazza o al sapiente uso di un’arma da fuoco). Declinati un paio di inviti, avevo pensato di nascondermi prudenzialmente sotto il letto fin dopo la mezzanotte e poi trasferirmi sopra il medesimo letto per dormire del sonno più profondo possibile.

Alla fine sono venuto a più miti consigli: dopo una frugale cena e un po’ di cazzeggio al computer, mi sono impigiamato e infilato sotto le coperte, armato di netbook e cuffie, a vedere “La gente mormora” (“People Will Talk”), un film del 1951 con Cary Grant. E’ una commedia sentimentale (vale a dire, una sorta di colpo di grazia autoinflitto) che vidi ben oltre un quarto di secolo fa (facevo ancora il ilceo, direi) e di cui mi rimase impressa una scena in particolare, che dice qualcosa di me. Vi riporto il frammento di film che contiene quella scena (in particolare, da 0:25 a 5:00)

https://www.youtube.com/watch?v=-dGM5mXgoyM

Bene, è tutto… o no?

Ah, sì, per quanto possa valere questa frase, auguro a tutti un buon 2013

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Natale

L’attesa è finita. Il Natale (per i cristiani) è arrivato. Altre cose… boh? Qualche riflesso di gioia l’ho visto (come per gli astri poco luminosi, bisogna saperli vedere, questi riflessi, altrimenti si rischia di convincersi che il cielo sia sostanzialmente buio, ponendo un limite alle dimensioni dell’universo). Ma sto ancora aspettando.

Gli ultimi dieci giorni sono stati molto movimentati, fra lavoro e attività musicali. La preparazione dei canti liturgici e del concertino natalizio mi ha impegnato parecchio, fra studio e prove.  Alla fine sono stato ricompensato da un’esecuzione partecipata, entusiasta e musicalmente soddisfacente (eseguire brani polifonici a quattro voci con otto elementi, quasi tutte ragazze, è roba da madrigalisti!).

Ecco, forse quello del concertino del coro è stato il momento dove attesa e realizzazione si sono fuse in uno di quei riflessi di gioia di cui parlavo. Dopo questo magico istante, la tensione dell’Avvento (e degli avventi) si è stemperata.

Nel 1916 Giuseppe Ungaretti ha espresso perfettamente, cinquant’anni prima che io nascessi, il mio stato d’animo natalizio. Ve la riporto:

NATALE

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Napoli, il 26 dicembre 1916

Ecco, così.

Vi lascio anche un po’ di musica (per me un continuo avvento di speranza). Stavolta niente di ricercato: è un’esecuzione per coro e orchestra d’archi di Stille Nacht, una melodia composta a inizio ‘800 da un curato di un paesino austriaco che si è ritrovato l’organo guasto poco prima di Natale ed ha pensato di comporre un canto così semplice da poter essere accompagnata con la chitarra.

 

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